SMERILLO

 Museo Pinacoteca dell'Arte dei Bambini

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

I NOSTRI ANZIANI: 

"vecchie querce" accanto a noi

 

 

  "la madre"  -  foto di Mario Giacomelli

                                   ( elaborazione )

I rintocchi delle campane, lenti, a lungo, si diffondono nell'aria.

Nella chiesa è raccolto quasi tutto il paese.

Il sacrestano accende con lentezza, trasformandolo in un rito, i quattro ceri che accolgono la bara di una donna di 87 anni, da dieci anni ammalata.

Il sacerdote tratteggia, come un delicato mosaico, la storia di quella donna di montagna, una vita incentrata, in gran parte, sulla famiglia: quella personale e quella più allargata della comunità.

Vita semplice, dura, faticata.

Il marito che si ammala, i tre figli da crescere,  la morte del marito.

L'impegno continuo, con un occhio anche alle necessità degli altri.  Senza un giorno di ferie.

Infine la malattia, che si trasforma via via in un appello accorato, che nessuno può più lenire.

Adesso "la vecchia quercia" ha ceduto definitivamente, e i nipoti la ricordano con affetto.

Nella chiesa, alcune altre "vecchie querce", i capelli a treccia, arrotolati sulla nuca, il viso segnato dalle rughe.

Penso che mi piacerebbe invecchiare così, con dignità, il corpo che "si asciuga", come il legno di un vecchio ulivo.

La commozione è palpabile.

Ed è così che un'immagine si fa strada dentro di me, per quella donna che io ho appena conosciuto, quando già la malattia e la cecità l'avevano segnata.  E ho percepito "le radici" che quella donna aveva posto, nel luogo e nel cuore delle altre persone, radici impastate con la terra, con la roccia, con la storia del luogo.  Ed ora era come se "l'intera foresta" si fosse radunata per renderle onore.

E' così che un'esistenza diviene "sacra", e un anziano acquista un ruolo e un senso.

 

Con tristezza infinita ho pensato all'indifferenza delle nostre città, dove è sempre più difficile mettere radici, tracciare percorsi, tessere relazioni.

Luoghi anonimi, che respingono, che hanno perso di vista la centralità delle persone, che pure ospitano in quantità, ma senza anima.

Si vive nell'anonimato, si muore, quasi come una cosa, nell'anonimato - magari in una "casa di riposo" asettica, di lusso - senza storia, senza tracce, senza memoria, senza aver "fecondato" il luogo.

Uomini espropriati, impoveriti.

Là "le vecchie querce" sono una rarità e la vita sembra solo una sequenza di eventi, che si sommano e si disperdono nella banalità, nell'invisibilità, nella povertà di tutti.

Qui, invece, la comunità sembra aver conservato qualcosa di antico e prezioso, che coralmente ricorda e celebra.

 

La cerimonia funebre prosegue.  Sono commosso.

Una donna, accanto a me, mi guarda più volte, poi mi chiede se mi serve un fazzoletto. Le dico di si, la ringrazio.

Mi dà un fazzolettino di carta, il solo che aveva, sotto il collo della camicetta, nel petto ...

 

Tutti, credo, abbiamo il ricordo di nonni o bisnonni dalla "radici" più robuste, più in profondità, con più "peso", spessore.

Gli eventi della vita erano vissuti con più presenza e partecipazione.

Oggi noi abbiamo "radici" gracili, superficiali, forse perché non sappiamo più darci il tempo delle cose, degli incontri, degli affetti, neppure con noi stessi.

La persona sembra aver perso la sua centralità e ha finito per diventare un'appendice delle organizzazioni, delle istituzioni.

Diceva, ad esempio, Ivan Illich in "Nemesi medica", riferendosi alla realtà dell'America latina, ma che ha sicuramente valore anche per noi: "La sirena di una sola ambulanza può distruggere i sentimenti samaritani di un'intera città cilena".

 

Siamo "leggeri", intercambiabili, superficiali, irretiti dalle sirene della pubblicità e dei modelli da quattro soldi.

Manca un respiro libero e profondo.  "Svolazziamo" di stimolo in stimolo, alla ricerca di perenni novità, di eccitazione, che prendano il posto della "sostanza", facendo magari ricorso a "paradisi artificiali".

Non sono gli eventi a mancare, oggi come sempre, ma è la qualità della nostra presenza, del nostro coinvolgimento, della nostra "sovranità" ad essere diventata  meno intensa.

La vita non ci "scava", resta in superficie, non ci attraversa, non sappiamo più darle la possibilità di modellarci, di rivelarci il suo volto, che possa modellare il nostro.

La vita è un percorso che ha bisogno della nostra piena "risposta":  solo così si rivela ed acquista spessore.

Abbiamo oramai distrutto le condizioni che danno vita alle "vecchie querce" ?

Se prima era anche la dura realtà esterna ad aiutare la crescita delle persone, oggi - in un "sistema" più interessato a gestire ed usare le persone, piuttosto che  a favorire la loro crescita - quelle condizioni bisogna trovarle dentro di noi, e magari proprio a partire da quel vuoto di "sostanza" che ci chiama in maniera accorata e irrinunciabile.

C'è una poesia di Alessandro Mordini (poeta portorecanatese, conosciuto come " Nonno Lisà' ") che mi piace particolarmente.

Si intitola " El vènto fòra ", ed è del 15 aprile 1945.

'Edi le lonne a cresce

a 'ista d'occhiu

El tempu

edè duéntàtu tuttu neru

La prima riffulàta:

"El vèntu fòra!"

E, tutt'a 'na bbòtta

edè cresciuto el maru

che, pare che se 'ole

giogne al cèlu.

 

Al largu

c'era rmasta 'na lancétta

che a salpà

nun 'éa fattu addora ...

Spenta da puppa,

da 'stu 'èntu fòra,

pare che 'gni mumèntu

se rebàlta ..

Ma 'jene dritta

cu' la prua in tèra.

 

Tutt'el Portu

edè ggiò la marina

la nòa edè cursa

cum'edè cursu el vèntu ...

Ecchela la valìa !

Ecca el mumentu !?

Cu' 'na bbòtta de 'ccetta

strucca la spèra

e, ell'ultema lancétta

'ncora lia, ha piàtu tèra.

 

Ell'arghenu è 'mmanìtu,

cun centu mà'

pronte  nte la stanga

e centu pia che je gira tonnu ...

Dopu piàta

ell'ultema palanga,

i marinàri

bagene la saorna,

pe' èsse scigùri

ch'edè rvenùti al monnu

 

La prima parte della poesia è come la cronaca di una tragedia sfiorata.  Porto Recanati era, principalmente, un paese di pescatori.  

Una barca si era messa in mare in ritardo ed ora il tempo è drammaticamente peggiorato, e c'è aria di tempesta. Si è mosso un forte vento ("El vèntu fòra") e l'ultima lancétta  si trova in difficoltà, rischia di ribaltarsi, anche se si muove diretta verso terra.

Nel frattempo la notizia dei pescatori in difficoltà si è sparsa e tutto il paese è sulla spiaggia.

Ad un tratto c'è un momento speciale di bonaccia (la "valìa"): è quello il momento di liberarsi, con un colpo d'ascia, della "spèra", ossia del groviglio di corde e reti che fa da freno alla barca.

E anche l'ultima barca tocca finalmente terra.

Allora cento mani e cento piedi tirano a riva la barca, girando attorno all'argano. 

E i marinai, nello scampato pericolo, baciano la sabbia (la "saorna").

 

Mi è difficile leggere questa poesia senza commuovermi.

Ciò che mi tocca, oltre la drammaticità della situazione, è quella presenza corale di tutto il paese, come  fosse in gioco il destino di tutti. Sono quelle cento mani all'argano, che segnano la presenza fisica della partecipazione della comunità, e della festa per lo scampato pericolo. 

E oggi, come sarebbe ?

 

Riprendendo  la considerazione di Illich, forse si chiamerebbe la guardia costiera, i vigili del fuoco, la protezione civile... sicuramente più preparati, attrezzati, competenti ... E' il loro compito istituzionale ...

Ma l'istituzione non è anche un "filtro" per i sentimenti ?...

Che cosa significa sentire gratitudine per l'istituzione ?

Certo, l'importante è il salvataggio delle persone ...

 

E il paese, dove sarebbe ?

Dove sarebbero le mani di chi ci vive accanto ?                                      

                                                                        Luciano Galassi

 

(2 agosto 2007)

 

 

 

 

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