SMERILLO

Museo Pinacoteca dell'Arte dei Bambini

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

BAMBINI  ALZATEVI !

 

Hanno ucciso tutti i fiori

Sradicato tutti gli alberi

E le farfalle sono fuggite

 

      Bambini alzatevi!

 

Hanno scacciato tutte le fate

E riempito i vostri sogni

Con grossi mostruosi numeri neri

 

      Bambini alzatevi!

 

Hanno reciso tutte le speranze

Hanno proibito tutte le favole

Hanno spento tutte le meraviglie

 

Hanno edificato una grossa comoda prigione

A dimensione d’uomo adulto

Triste avaro e razionale

 

E là dentro proibiti sono tutti i giochi,

Escluse le fantasie, cancellati i sorrisi

Per tener fuori ogni mistero

 

      Bambini alzatevi e scappate

      Prima che tutte le porte vengano chiuse!

 

                                     Graziano Raponi

                                        (3 Aprile 2007 )                  

 

 

 

 

CIAO, UOMO, DOVE VAI ?

 

A Graziano la poesia è stata suscitata dalla notizia della moria di api, negli Stati Uniti e in Europa.

Qualcosa di profondo deve aver fatto scattare in lui la percezione di un evento drammatico, per niente superficiale.  Così drammatico da fargli scaturire un imperioso grido d'allarme.

 

Le api, quali trasmutatrici, elaboratrici della DOLCEZZA.

Stiamo intaccando le alchimie che distillano dolcezza ?

Stiamo rendendo difficile questa trasmutazione ?

Anche noi siamo trasmutatori, visto che trasformiamo ciò che mangiamo in vita, in carne, pensiero, sentimenti ...

Forse l'intera vita non è che trasmutazione, e questo cielo è il nostro santuario.

Immersi nelle profondità dell'anima, siamo lo sguardo sulla vita che nasce.

Ma ci insegnano ad usare della vita, non ad esserne custodi, rispettosi e riconoscenti.

Sganciati dal contatto con la vita in noi, costruiamo le radici della violenza, della devastazione, dell'alienazione.

E' la nostra cultura - ossia i nostri pensieri condivisi - lontana dalla vita:   noi qui e la vita là.

Siamo, invece, una solo realtà !

Noi non possiamo disporre a piacimento della vita, non possiamo sottometterla, se non procurando, parallelamente, la nostra distruzione.

La dolcezza non è quella che crediamo di strappare a forza, ma il semplice essere qui.

La dolcezza della vita è di natura  ben diversa !

E' dono, non conquista.

Se la vita non ci raggiunge più, nella semplicità, nella immensità, nella gratuità, qualcosa si è rovinato dentro di noi.

Dice la  Genesi:

"Siate fecondi e moltiplicatevi, riempite la terra;
soggiogatela e dominate sui pesci del mare
e sugli uccelli del cielo e su ogni essere vivente,
che striscia sulla terra".

Forse il Dio del terribile "soggiogatela e dominate",  è solo un parto della nostra mente perduta, da millenni.

Oggi viviamo l'onnipotenza, l'ebbrezza, la velocità, l'euforia della tecnica, ma dentro siamo infelici, eccitati e infelici.

Anche il potere, il denaro hanno un pesante effetto trasmutatore nella realtà.  Ma dov'è, nelle nostre strade,  la perfetta letizia di un san Francesco, che onoriamo sui nostri altari ?

E quale potere trasmutatore riserviamo ai bambini ? 

E l'hanno mai avuto ?

Sempre più lontani dalla vita, tagliamo le radici del nostro nutrimento.

Muoiono le api ?

Un altro colpo d'acceleratore, un'impennata, con la follia negli occhi .... e via !

Tutti insieme, verso il niente !

                                                         

    

Poco dopo aver completato la prima stesura della riflessione, ero in campagna e la mia attenzione è stata attratta da un sasso in terra,  quello che vedete nell'immagine accanto. Un sasso con su impresso un volto, con una espressione sofferta, drammatica e che mi ha fatto tornare alla mente il celebre dipinto di Munch, "L'urlo".

Immediatamente ho pensato ad un evento sincronico, come descritto da C. G. Jung:  alla drammaticità della poesia e della riflessione (eventi interiori) faceva da cornice un evento esteriore, con una sua indipendenza, a-causale, ma che aveva le stesse qualità. 

Sicuramente qualcosa da pelle d'oca, che veniva a rafforzare il tutto !

  

 

ED IN SILENZIO CANTO

 

Canto le infinite stelle,

canto i profumi e i fiori,

canto le albe e le notti.

Canto la vita.

 

                                                           

                                                         Luciano Galassi

 

 

Il mondo che stiamo costruendo, è a misura di chi ?

 

 

      ancora da Graziano Raponi ...            

       

 

SULLA  DESACRALIZZAZIONE

 

Alla fine cosa resta?

Vuote le teche, vuoti anche i corpi, vuota la stessa vita. Perché vivere è fluire, e fluire è scorrere, toccare, accarezzare, abbracciare.

Sorgente e foce sono un tutt’uno. Nascere e morire.

Poi c’è il grande mare…

Oggi stiamo alacremente costruendoci il nostro agiato e tecnologico bacino personale; catino di acque oramai sterili ed esauste, destinate alla putrefazione. Non c’è più futuro, né seme da spandere, solo morbosa ingorda fame da soddisfare.

Dimenticate le preghiere rimangono solo le pretese, ed ognuno gonfio della propria cieca idolatria: ognuno “IO”, nessuno “tu”.

La prima a soffrire è la Terra; non potrebbe essere altrimenti. All’uomo la ragione ha offuscato il sentimento, l’Amore in primis;  in compenso è cresciuta a dismisura la paura.

Così si accumula per paura di non avere, si fa la guerra per paura di essere attaccati, si odia per paura di amare. Ed ogni Primavera sboccia sempre un fiore in meno, ogni mattino la luce del sole arriva sempre più grigia, ogni giorno incrociamo sempre meno occhi limpidi. La nebbia sta uscendo da noi. Lenta ed inesorabile sta pigramente ottenebrando il mondo che viviamo.

Eppure là, lontano, alla Sorgente, là il flusso sgorga ancora.

Sicuro è che la strada del ritorno è stata divelta, i ponti demoliti, le antiche mappe minuziosamente occultate. Solo attraverso indefesse e profonde ricerche clandestine, lontano dalla città e dalle macchine, in intima solitudine si può ancora cogliere il fragore emesso da tutta quella potenza creatrice. E’ come un flebile ricordo d’infanzia trasportato in un sogno notturno, o il grido di sorpresa di un bimbo, o la ruga di un vecchio. E’ quella parola inespressa che pulsa proprio da là, dalla crepa che è l’ultimo spiraglio tra ciò che siamo diventati e ciò che siamo realmente.

 

                                                           Graziano Raponi

15 Aprile 2007

 

 

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