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Giacomelli: la
finestra aperta di un ricercatore della vita
Credo che la maniera migliore per avvicinarsi
all’opera fotografica che Mario Giacomelli ci ha lasciato, sia partire
dalla considerazione che Giacomelli ha fotografato, soprattutto, la
propria interiorità, prima ancora che persone, paesaggi, ecc.
Se questo è vero per la sua opera, mi sembra lo
sia, particolarmente, per gli ultimi lavori.
Visitando la prima sala della mostra di Senigallia,
al Palazzo del Duca, si ha una fortissima impressione di angoscia, di
incubo, che mi ha fatto pensare all’angoscia esistenziale che
Giacomelli ha forse attraversato di fronte al passaggio della morte.
Ma lui è restato lì, in prima linea, presente e
attento al suo vissuto, anche se drammatico, lacerante, inquieto e
incerto nelle prospettive.
E così seguita a fotografare la sua anima, la sua
tribolazione, il suo calvario.
Ci sono tutte le paure del passaggio, che affronta
ad occhi aperti, in tutto lo strazio.
Ma se questa prima sala trasuda di angoscia, nella
terza si ha una sorprendente metamorfosi, che la foto dei gatti tra i
blocchi di cemento sembra anticipare.
Restano le pareti segnate dal tempo, le
foratelle cementate che rimandano a
quelle del cimitero, ma tutto sembra progressivamente come
pacificarsi, ricomporsi, decantarsi.
Restano le tracce di un’esistenza che ha fatto,
sino in fondo, i conti con la vita e con la morte, e che a
quest’ultima si affida, avendone, in cambio, una distaccata, compiuta
e silente pace.
Un percorso che Giacomelli generosamente ci
permette di fare accanto a lui, quali trepidanti testimoni del suo
ultimo approdo.
Sorprendentemente queste mie impressioni erano
state anticipate da una mia poesia, scritta nel mese di febbraio di
quest’anno, in relazione alla sua foto intitolata ”Ninna nanna”:
VERRA’ LA NOTTE
(per
“Ninna nanna” di Mario Giacomelli)
Verrà la
notte
e ruberà
il tuo sorriso,
a nulla
servirà abbracciarti il corpo.
Ora è il
tempo della resa
del buio
senza ritorno,
come
un’acqua che riempie i polmoni.
Eppure
scoprirai nel buio
un seme di
dolcezza;
la notte
ti cullerà,
ti sarà
amica,
ti adagerà
sulla riva
di un
nuovo mondo.
Luciano Galassi
(giovedì, 21 giugno 2001) |
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MONTE URANO:
dopo Giacomelli, è ancora possibile fotografare le nostre
campagne ?
Per chi, come me, aveva dell’opera di
Giacomelli una esperienza frammentaria, la ricca mostra di Monte Urano,
con foto della campagna marchigiana, ha avuto un effetto deciso: mi ha
lasciato senza parole !
Anche in questo cimento, il fotografo apre una
strada, la esplora in tutta la sua ricchezza, la approfondisce, ci fa
scoprire ciò che pure era davanti ai nostri occhi, ce lo fa amare e poi
– spiazzandoci – lo esaurisce.
Giacomelli – chissà quanto casualmente e ammesso
che se ne preoccupasse – ha la forza e la lucidità di un maestro zen.
C’è un’immagine, che proprio dallo zen ci
proviene, in cui un dito indica la luna e, paradossalmente,
l’attenzione si fissa sul dito indicatore anziché sulla luna: il
dito, semplice segnale, diviene meta.
Giacomelli, da maestro esemplare, quel dito lo fa
sparire impietosamente e si resta con la pura visione della splendida
luna.
Per chi credeva che la meta da inseguire fosse, ad
esempio, la campagna, non resta che la delusione: non c’è
nient’altro da dire! E così fa anche con i pretini, con gli anziani
dell’ospizio, con la gente di Scanno, ecc.
Giacomelli mette in crisi chi cerca modelli, esempi
da seguire.
Eppure – quasi
provetto educatore, o semplicemente perseguendo un suo cammino,
che diviene faro - non
lascia che esempi, e lo fa fino alla fine, quando ci rende accorati
testimoni dei suoi ultimi momenti, delle sue angosce e della luce
liberatoria, che sembra, infine, trovare.
“La luna” che ci indica,
è quella di un percorso che si muove fuori dai sentieri battuti,
fuori da ogni schema predefinito, codificato, da ogni tecnica, per fare
della fotografia (ma il suo esempio è riferibile a tantissimi altri
ambiti) un puro strumento espressivo della propria interiorità.
E allora l’invito è ad esplorare la propria
anima, i propri sentimenti, con i mezzi che più sentiamo adeguati a
noi, a “fotografarli”, consapevoli che il nostro percorso è unico e
che la sola meta auspicabile è “la silenziosa luna”.
E non importa quanto piccolo possa apparirci il
nostro orizzonte: da dietro una siepe, un nostro illustre conterraneo,
sempre più vicino al cuore della gente, si accingeva a naufragare
dolcemente nel mare dell’infinito.
Ora, avvicinarsi con la macchina fotografica
all’armonia delle nostre colline, sarà come fare un pellegrinaggio
agli scenari che lui ha amato, sarà scendere nel cuore della sua
memoria.
Grazie, Maestro.
Luciano Galassi
(23 giugno 2001)
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