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SMERILLO Museo Pinacoteca dell'Arte dei Bambini |
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AUTOSTRADA DA FORMULA UNO ? |
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L'Autostrada è diventata una pista da corsa e noi tanti piloti di Formula uno ?
La sensazione che mi coglie, entrando in Autostrada, è che tutti vadano "al massimo" (come diceva Vasco Rossi). Tutti sentono di dover premere a fondo l'acceleratore e di portarsi al massimo, sia delle prestazioni del motore che delle proprie capacità e possibilità. E' veramente un andare "senza freni", come si fosse entrati in una zona franca, in uno spazio senza più regole, né criteri di buon senso e prudenza. Quella velocità estrema chiede molto al motore e alla macchina, così come a noi. Ci sono ridottissimi spazi di reazione, quindi nessuna distrazione, nessun errore sono consentiti, né tollerati. Un problema meccanico, un malore, una distrazione, la pioggia, rischiano di trasformarsi in tragedia. Ci portiamo al limite della macchina e delle nostre possibilità, flirtando con gli incidenti e la morte, mettendo tutto in gioco.. Drammatici sono gli incidenti che vediamo nelle corse automobilistiche, dove pure c'è una grande attenzione per la sicurezza, dove c'è un "rischio calcolato" ... Possiamo dire, però, che non ci sia anche una lì qualche vena di robusta follia ? E lungo l'autostrada, che cosa giustifica la grande velocità ? TIR a 120 all'ora ! Per legge dovrebbero andare a 80, eppure ti arrivano dietro e ti lampeggiano ripetutamente, se non hai una velocità adeguata alle loro esigenze !
A me sembra che ci sia in gioco qualcosa di più della fretta di arrivare (anche se i camion hanno tabelle di marcia e penalizzazioni se non le rispettano !). Che cosa giustifica il mettere a rischio la propria e l'altrui vita ? Lungo l'autostrada vige la sola legge della massima velocità, e questo viene abbondantemente tollerato. E non credo neppure che le multe possano essere un valido deterrente. Sembra il luogo in cui esplode una qualche follia collettiva e si gioca con la morte ... Siamo sicuri che ci sia tanta differenza con il comportamento (in questo caso stigmatizzato) di quei giovani che si lanciano a fari spenti nella notte, verso un incrocio ? E se quello della massima velocità è oramai il comportamento di tutti, cosa ci dice di ciò che siamo diventati ? Cosa racchiude questo correre all'impazzata, senza alcuna prudenza, come invasati, affidando il nostro destino al motore e alla nostra "onnipotenza" ? Quanto vale la vita sull'autostrada ? Perché ci sentiamo spinti a rischiare così tanto ? "Io, vado al massimo ! Gli altri, non esistono e, comunque, si arrrangino !" Che cosa insegniamo ai piccoli viaggiatori che ci siedono accanto ?
Non è oramai una questione di grave emergenza sociale ?
(luglio 2006) Luciano Galassi |
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C'è qualcuno che abbia mai rivolto un pensiero amorevole all'autostrada, o che ne conservi un caro ricordo ? E' uno spazio del nostro spazio, un luogo dei nostri luoghi, eppure non c'è niente di più "trasparente", "inconsistente", desertificato, "inesistente". Il nostro cuore si trova nella impossibilità di "abbracciarla". Se ci può essere un emblema dell'atteggiamento "usa e getta" dei nostri tempi, questo si incarna nell'autostrada. Si è lì, ma è come se non ci si fosse. Si è lì solo per essere altrove. Tutto ciò non può che portare devastazione nelle nostre vite e nel tessuto collettivo. E quanto più è frequentata, tanto più il deserto cresce. Forse non c'è luogo dei nostri luoghi più abbandonato a sé stesso, più "ferito", da cui provenga un "urlo" lacerante, accanto al rombo continuo dei motori. Un "urlo" che nessuno ascolta, mentre assistiamo sgomenti al continuo tributo di sangue, che attribuiamo alla velocità (che c'è !) e alla fatalità o alla incoscienza (che ci sono !). Forse abbiamo creato uno spazio "impazzito" e incontrollabile, un "inferno", che riteniamo indispensabile al nostro mondo, al nostro modo di vivere, e che rimane drasticamente " a parte". La usiamo ma non l'amiamo. Non possiamo neanche portarci un mazzo di fiori, dove è morta una persona cara, come avviene nelle strade "normali". E' un luogo "malato" e senza speranza di redenzione. Se fosse una persona, non sarebbe forse "disperata", allo stadio terminale ?
E un luogo "alienato", può non essere "contagioso" per chi lo frequenta ?
(Ottobre 2006) Luciano Galassi
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Una mattina di settembre
Autostrada a centoventi, centoquaranta, ... centochissà ... Si sfreccia: auto, camion, persone ridotte ad auto, camion anonimi, metallici ... Finestrini per lo più chiusi. Scatole con le ruote, cavalli di ferro. Il serpente piano piano rallenta, su due file, rallenta sempre più ... si ferma. E' successo qualcosa. La sosta si prolunga. Lentamente si apre qualche finestrino, poi qualche porta. Qualcuno scende, guarda lontano, si guarda intorno, incrocia sguardi interroganti. Le portiere si aprono. Dev' essere successo qualcosa di grave... Si scambia qualche commento. Qualcuno si sposta oltre la corsia di sosta, oltre la barriera di ferro. Le auto ferme rivelano il loro ventre umano: qualche donna. qualche bambino, qualche anziano. C'è chi si attacca alla bottiglia per bere. Si sente una sirena in lontananza. Passa l'ambulanza, poi la polizia. Dalle auto emergono facce, storie, mete e motivazioni diverse. Si inizia a parlare. La sosta si prolunga. Altre sirene ... "Lei dove va ?" "Da dove viene ?" Il deserto si fa vivo. Fa uno strano effetto quell'asfalto da corsa, che nessuno si ferma mai ad osservare, che non ha storia. E' un luogo-non-luogo. Terra di tutti e di nessuno. Ora sembra quasi una piazza. Voci, sguardi, sorrisi ... Ambulanze lontane.
Qualche segno di ripresa. Piano piano si torna in auto. Un cenno, un saluto veloce. Si chiudono gli sportelli e i vetri. Centoventi, centoquaranta, ... centochissà ... Vetri scuri ... Le auto tornano auto, l'autostrada, il deserto di sempre. Via, via nella normale "follia" ... Centoventi, centoquaranta, ... centochissà ...
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