SMERILLO

Museo Pinacoteca dell’Arte dei Bambini

 

I BAMBINI E LA GUERRA

 

    " Finché ci saranno guerre ci saranno bambini che piangono ! "

 

UN'ALTRA GUERRA ANCORA

 

E ancora siamo pronti
per un’altra guerra,
e i razzi li lanceremo
contro la nostra anima,
contro la capacità
di vedere e di sentire.
Proprio perché falliamo
nel coltivare una civile convivenza
e la fioritura della pace,
nell’operare armonia,
sganciamo le nostre bombe
sempre più terribili.
Ogni razzo che esplode

è l’affermazione del nostro fallimento


 

 

e regala ai nostri figli
una convivenza ancora da edificare.
Accanto al “nemico” uccidiamo
ciò che dentro di noi
chiede di crescere e fiorire.
La vera guerra è contro noi stessi,
siamo noi stessi gli sconfitti.
Fino a che non ci riconosceremo
nel volto di ogni uomo,
seguiteremo a credere
che solo distruggendolo
troveremo pace.

 

Luciano Galassi 

(gennaio 2003)

  VERGOGNA ! 

Seguiterò a coltivare la pace
dentro al mio cuore,
come un giardino che non potrete violare
- signori della guerra -
convinto che la vita ha necessità,
per fiorire,
di tutti i colori della pace
e della tenerezza.

 

A voi s’addicono il terrore
e due soli colori,
il rosso e il nero:
il rosso del sangue innocente,
il nero della morte e del potere
cieco e barbaro.

 Luciano Galassi
(marzo 2003)

 

 

 Le paure dei bambini e la guerra

Premesso che i bambini vivono in questo mondo e non in una riserva a parte (quella della TV – per bambini - e dei videogiochi ? ) credo che avremmo tante cose da comprendere, proprio a partire dalle loro paure. Cosa ci possono insegnare ?
La prima risposta, la più banale, è che la guerra è terrore, angoscia, brutalità, follia.
Lo leggiamo nei loro occhi.
Ho sempre pensato che, di fronte alla fragilità e precarietà della vita, l’aspirazione sana di un genitore sia quella di mettere al mondo un figlio in un clima collettivo amorevole, solidale, di aiuto, di accoglienza per la sua creatura, e che il figlio possa trovare tanti altri “padri”, “madri”, “nonni”, ecc.
La guerra – ma non solo – devasta tutto ciò.
La reazione dei bambini segnala proprio l’insostenibilità della guerra, la sua incompatibilità con un mondo umano, la sua irragionevolezza. Ce ne fa toccare con mano la barbarie, anche quando non ci riguarda direttamente.
Così non è solo la loro angoscia da sedare (e delle risposte occorre trovarle) ma è anche la nostra consapevolezza da attivare, per dire che non vogliamo un mondo governato dalla logica devastante e brutale della guerra, che distrugge anche la serenità e il futuro dei bambini, verso i quali siamo responsabili, in virtù della loro dipendenza.
Le paure dei bambini sono un chiarissimo NO alla guerra, messaggio di cui siamo chiamati ad essere portavoce.
Certamente i bambini vanno rasserenati, consolati, protetti, ma questo non può esimerci - nella nostra preoccupazione anche di ciò che accade nelle loro anime - dall’intervenire sulle ragioni-irragionevoli della guerra.
E’ questo un altro modo di proteggerli : far si che la guerra sia consegnata alla preistoria di un mondo umanizzato, così come ci siamo lasciati alle spalle l’età della pietra, del ferro o del bronzo.
Il mondo ha visto troppe lacrime e troppo sangue !

                            

                            Luciano Galassi

 

 

 

 

La casa, prezioso luogo degli affetti ...

 

(immagine tratta da "Children’s eyes")

 

Sono restato colpito nei disegni realizzati da bambini del Kosovo durante la guerra del 1999 dal particolare delle case in fiamme. "Particolare" che emerge sia dai disegni pubblicati in "I soldatini di carta" (a cura di Mario Ravaglia, edito dalla Regione Emilia-Romagna) sia da quelli presenti in internet ("Children’s eyes", nel sito

 http://www.catpress.com/kosovo/drawings/e05.htm ).
Mi è sembrato importante soffermarmi su questi disegni, che sono il "rovescio" del tema della Pace, perché – sia come dimensione educativa, che, soprattutto, come riflessione che tocchi gli adulti – ci restituiscono la drammaticità e tragicità di un evento, quale la guerra, visto con gli occhi dei bambini.
Ritengo che, in questo contesto, non abbia rilevanza chiedersi di chi sia la colpa, chi ha ragione e chi torto: al di là di ciò conta il prezzo pagato in sofferenze, traumi, lutti di una tragedia che vede quali protagonisti e vittime primarie i bambini.
In tali condizioni, e anche per i terribili e crudeli apparati bellici attuali , mi pare che una guerra "vinta" sia comunque una guerra "persa", proprio per le ferite profondissime che si producono nei corpi e nelle anime.
Parlavamo delle case in fiamme.
La casa è il luogo della residenza e degli affetti.
Questi bambini ci mostrano che è il loro nido, il centro del loro mondo. E’ il rifugio, il luogo dell’intimità e dei segreti, del nutrimento, fisico e spirituale.
Al tema della casa è anche dedicata una struggente poesia, lasciata da un anonimo bambino nel 1943, durante la sua permanenza presso il campo di sterminio di Terezìn, nella ex Cecoslovacchia.
A Terezìn furono imprigionati dai nazisti anche 15.000 bambini circa: di questi la maggior parte morì nel corso del 1944 nelle camere gas di Auschwitz.
Grazie alla guida e all’opera di generosi educatori, i bambini realizzarono disegni e poesie, che sono restati quale testimonianza delle loro brevi e tragiche vite.

       NOSTALGIA DELLA CASA  

E’ più di un anno che vivo al ghetto, nella nera città di Terezìn.
E quando penso alla mia casa
so bene di che si tratta.
O mia piccola casa, mia casetta
perché mi hanno strappato da te,
perché mi hanno portato nella desolazione, nell’abisso di un nulla senza ritorno ?
Oh, come vorrei tornare
a casa mia, fiore di primavera !
Quando vivevo tra le sue mura
io non sapevo quanto l’amavo !
Ora ricordo quei tempi d’oro:
presto ritornerò, ecco, già corro.

Per le strade girano i reclusi
e in ogni volto che incontri
tu vedi che cos’è questo ghetto,
la paura e la miseria.
Squallore e fame, questa è la vita
che noi viviamo quaggiù,
ma nessuno si deve arrendere:
la terra gira e i tempi

cambieranno.
Che arrivi dunque quel giorno
in cui ci rivedremo, mia piccola casa !
Ma intanto preziosa mi sei
perché mi posso sognare di te.

            (1943 – anonimo)

Una perversa educazione scolastica ci ha presentato la storia dell’uomo come un susseguirsi di date e di battaglie, di vincitori diventati eroi e di sconfitti, come animali da gettare nella polvere.
La "nostra" vittoria presentata come una gloria.
Oggi, in cui finalmente la mia voce può erigersi al pari di quei confusi o conniventi "educatori", vorrei fare le domande che allora non potevo saper fare e che nessuno mi insegnò a fare:
la guerra era solo fonte di gloria e di conquista o era anche dolore, morte, tragedia, violenza, vergogna ? Perché avete taciuto la sofferenza e la disperazione ? Perché il mite, l’indifeso è stato presentato come inferiore, incapace ?

La virtù, la vittoria esaltate non erano, troppo spesso, barbarie ?
La voce degli sconfitti, dei martiri della prepotenza altrui, non hanno avuto spazio in quella storia, che non ha saputo parlarci, con forza, di sogni spezzati, di figli senza più genitori, di ingiustizie e, soprattutto, di pietà, di solidarietà, di un cuore in cui alberga l’immagine di un uomo diverso e che sa vedere nell’altro un fratello.
Quei disegni, quella poesia, stanno a testimoniarci la voce dei più deboli, degli sconfitti, dei senza storia. Ci parlano delle trame semplici e fragili che nutrono la vita degli uomini e dei bambini in particolare.
Una domanda mi è sempre sembrata centrale: come è possibile non fermarsi a riflettere di fronte all’orrore procurato dal proprio agire, di fronte al pianto, alla morte, alla disperazione che si sono seminati ?
Ecco, oltre alle "gloriose" conquiste, la guerra è fatta di devastazione, di disperazione e morte !
Avremo ancora il coraggio di far finta di non sapere ?

 

                                          L.G. (luglio 2000)

 

  vedi nel sito la pagina dedicata al campo di sterminio di    TEREZIN

 

 

"Quando si dimentica che la Terra è sacra e che tutte le altre forme di vita hanno diritti uguali a quelli dell'uomo, non si può arrivare ad altro che alla guerra"

 

                           Birgil Kills Straight (indiano lakota)

 

"OSSERVATORIO DAL FUTURO"
(in un breve racconto, la speranza di un mondo senza più guerre)

“ La guerra e' dappertutto, Marcondiro' ndera,
la terra e' tutta un lutto, chi la consolera' ?
Ci penseran gli uomini, le bestie ed i fiori,
i boschi e le stagioni con i mille colori “ 

(da “Girotondo “ di Fabrizio De Andrè )

Tanti e tanti secoli fa’, circa nel 2001, sul pianeta Terra gli uomini erano ancora ad uno stadio di cruda barbarie.
Anziché vivere come fratelli, aiutandosi e condividendo le risorse, avevano sviluppato rancori, interessi, divisioni.
Era grande la smania di poteri, di privilegi e la loro creatività era servita a inventare armi sempre più sofisticate, capaci di uccidere, mutilare, di distruggere il pianeta.
Credevano che il denaro valesse più di un sorriso, di una carezza. Dicevano di essere credenti ma il loro era uno strano dio, che usavano a modo loro.
Erano prigionieri dell’egoismo e di una brama di possesso che si illudevano potesse riempire la loro scontentezza.
Si temette veramente per il futuro di quell’unico, meraviglioso pianeta.
Furono i bambini a far aprire loro gli occhi, furono i fiori, le farfalle, le rondini, furono i tramonti radiosi e i torrenti dalla voce cristallina.
Decisero di distruggere tutte le armi: erano stanchi di olocausti, di guerre, di morti, di bambini devastati dalle mine, di gente senza niente da mangiare, di sentirsi angosciati per il futuro.
Le donne si rifiutarono di portare diamanti, che erano, troppo spesso, carichi di sofferenza e di sangue.
Cominciarono a pensare che la sofferenza di un altro essere umano, di un animale, di una pianta li riguardasse personalmente.
E i giovani tornarono a portare per le strade i loro sorrisi di speranza, anziché giocare a fare i cretini nel castello trasparente del “grande fratello”.
Lentamente il sole riprese ad illuminare un mondo più sereno, più felice e tutto tornò, finalmente, ad essere Sacro e prezioso.

                                                Luciano Galassi 

 

 

 

AL BABBO MORTO

 

Caro babbo, io vorrei mandarti

una piccola lettera.

Ma non posso,

perché ormai sei morto

e quando uno muore non risuscita più.

Oh, se il telefono avesse il numero del cielo

sarei felice, che potrei sentire

la tua voce paterna.

Ma il numero del cielo non esiste

e mai esisterà.

Addio o padre mio addio.

Ricordo quando partisti per la guerra

e non tornasti più. Addio

 

Armando Mantovani

(quarta classe elementare)

 

Tratto da: "C'è speranza se questo accade al Vho"

a cura di  Mario Lodi

 

    " Finché ci saranno guerre ci saranno bambini che piangono ! "

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