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Smerillo
Museo Pinacoteca dell’Arte
dei Bambini |
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La "BELLEZZA" della guerra ? |

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![]() Nato per uccidere ?! |
"Non potete infilzare un essere umano con una baionetta se prima non vi siete trasformati in una bestia" Thich Nhat Hanh
"Dire e insegnare che la guerra è un inferno e basta è una dannosa menzogna. Per quanto suoni atroce, è necessario ricordare che la guerra è un inferno, ma bello" Alessandro Baricco |
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La guerra è un inferno bello, come scrive Alessandro Baricco ?? (in "la Repubblica" del 14 settembre 2004) ( VEDI ARTICOLO )
Non si può parlare di pace, senza toccare ciò che quella pace sembra negare: la guerra e tutti i suoi orrori. Alessandro Baricco, nel suo articolo, parla dell'Iliade di Omero come di un monumento alla guerra. Omero sente la necessità di trasformare i "suoi" guerrieri in splendidi eroi, quasi semidei, circondati da un'aura di valore e dignità. Splendidi, forti, coraggiosi. Ma Omero, nel tentativo di mostrarli in una splendida luce, è "costretto" a tacere o a mettere in secondo piano, gli aspetti meno "nobili", quelli che hanno a che fare con le battaglie: la barbarie, il sangue, le razzie, il bottino strappato, gli schiavi, la crudeltà. Quel clima, che forgia eroi, è arrivato sino a noi, costretti a scuola a studiare Omero e la sua Eliade, senza che gli insegnanti ponessero un filtro, e bevendo sino in fondo quell'ideologia che, attraverso l'esaltazione delle "nobili virtù eroiche", faceva accettare la guerra, "tacendone" l'orrore. E dire che era la scuola dell'Italia uscita dalla Resistenza e che nella sua Costituzione ripudiava la guerra. |
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All’eroe, “guerriero luminoso”, vorrei contrapporre le impressioni e le riflessioni di Thich Nhat Hanh, monaco vietnamita buddista, che ha vissuto l’inferno della guerra in Vietnam. Mi sembra una visione estremamente lucida e realista di cosa diventa un uomo – la cui vocazione è l’umanità – quando si trova ad affrontare una guerra. |
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“Dobbiamo capire fino in fondo quanto siano terribili le ferite della guerra”, dice Thich Nhat Hanh. Parlando dei soldati, dice: “Avete trascorso un lungo periodo di tempo concentrati su quell’unico atto: uccidere. Vi siete addestrati a uccidere ogni giorno, e poi non avete sognato altro che uccidere durante la notte; in questo modo vi siete provocati una ferita molto profonda. A patto che siate riusciti a sopravvivere, quella specie di cicatrice resterà con voi per molti anni. Si tratta di una vera tragedia. Normalmente per valutare i danni di una guerra si contano i cadaveri, ma non si tiene conto di tutte quelle ferite impresse nei cuori e nelle menti di moltissimi soldati. Dobbiamo considerare il vero danno a lungo termine causato dalla guerra. I soldati vivono all’inferno giorno e notte, persino prima di recarsi sul campo di battaglia, e anche una volta tornati a casa. Una volta terminata la paura e rimesse le decorazioni nei cassetti, cos’è rimasto ? Cos’hanno ricevuto le mogli, i mariti, i figli, i fratelli e le sorelle dei soldati, quando i loro cari hanno fatto ritorno dal Golfo dopo tutta quella paura, quell’odio e quelle uccisioni, sui campi di battaglia come nelle esercitazioni ? (…..) Come potevano agire in quel modo e rimanere se stessi ? Tornando a casa, i soldati piangevano di gioia: erano vivi ! Piangevano di gioia anche i loro genitori, le mogli, i mariti, i figli e gli amici. Dopo una o due settimane, però, la guerra ha iniziato a sgorgare dal più profondo delle loro coscienze, e le famiglia e l’intera società hanno dovuto subire un dolore che durerà molto a lungo”.
E ancora: "Dovete osservare in profondità per rendervi conto di ciò che è realmente accaduto. La vostra guarigione personale sarà la guarigione dell'intera nazione, dei vostri figli e dei vostri nipoti".
Dove sono finiti gli eroi ? Quando si hanno sulle mani e nel cuore le ferite, il sangue, il dolore, la devastazione, le morti, come è possibile parlare di “Bellezza” ?
Alessandro Baricco, verso la fine del suo articolo dice che "il compito di un vero pacifismo dovrebbe essere non tanto demonizzare all'eccesso la guerra, quanto capire che solo quando saremo capaci di un'altra bellezza potremo fare a meno di quella che la guerra da sempre ci offre. Costruire un'altra bellezza è forse l'unica strada verso una pace vera".
E ancora: "Una
reale, profetica e coraggiosa ambizione alla pace io la vedo soltanto
nel lavoro paziente e nascosto di milioni di artigiani che ogni giorno
lavorano per suscitare un'altra bellezza, e il chiarore di luci,
limpide, che non uccidono".
In un articolo "di risposta" a Baricco, EugenioScalfari (La Repubblica del 13 ottobre 2004) dice: "Personalmente credo che si debba e si possa costruire un'altra bellezza ed è quella della conoscenza di sé e dell'amore per gli altri": Citando l'Ulisse rivisitato da Dante, aggiunge: "L'Ulisse dantesco ha certamente potere, è un navarca e guida i suoi compagni. Ma dove li guida ? Non verso la guerra che ha lasciato da tempo alle sue spalle. Li guida verso un viaggio misterico e iniziatico. 'Considerate la vsotra semenza / fatti non foste a viver come bruti / ma per seguir virtude e conoscenza'. Non è forse questa la nuova bellezza con la quale vincere i fantasmi dell'orrore e i cavalieri dell'apocalisse portatori di morte e di distruzione ?".
Io non mi sento di condividere l'idea che guerra e bellezza viaggino a braccetto, e scorgo nella guerra solo orrore, anche quando quell'orrore è "inevitabile" e non si hanno vie d'uscita. Servono valori diversi, che pongano al centro la vita, la dignità, la libertà, la fratellanza, la pace, la poesia, il rispetto. Allora la Bellezza non è da inventare, è già qui, c'è sempre stata: sta a noi fare una scelta di campo, privilegiare ciò che edifica e umanizza la vita e la storia, oppure ciò che le devasta, in nome di un folle disegno, privo di ogni umanità. Mi torna in mente il "sogno" nazista, apoteosi di una follia che ha estirpato da sé ogni sentimento e che si è trasformata in macchina spietata e glaciale, priva di cuore e di anima, gonfia di astio per la vita e la sua - questa volta sì - Bellezza ! La Bellezza è già qui, dicevo, proprio dentro la consapevolezza della preziosità dell'esistenza e dei sentimenti che ci affratellano, della dolcezza che ci fa palpitare e sciogliere il cuore.
Luciano Galassi (gennaio 2005) |
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<< Gli occhi dei bambini - con il nulla alle spalle ed il vuoto dietro - vedono nella guerra ciò che lo sguardo indurito degli uomini non riesce più a scorgere: la sua crudeltà, innanzitutto, ma anche la sua inutilità, l'impossibilità di ogni sua giustificazione, l'assurdità di ogni tentativo di edulcorarne la sostanza. La guerra, agli occhi dei bambini, torna ad essere quello che è: atrocità senza fine e senza giustificazione, inflizione (atto dell'infliggere - nota d.c.) generalizzata - come ha scritto Giuliano Pontara - di sofferenze immani, "massacro di massa su scala industriale " >>
Giovanni Maria Flick (Giudice della Corte Costituzionale)
( da: "La pace e l'Europa viste con gli occhi dei bambini" ) |
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" E’ il mio cuore il paese più straziato" Giuseppe Ungaretti |
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(Fonte: Polisch Institute & Sikorski Museum Londra)
UN FIORE, LONTANO DA CASA
Una croce bianca, una lapide coprono, come un sudario, le vostre vite spezzate. Qualcuno a casa attendeva trepidante il sorriso del vostro ritorno.
E siete rimasti qui, poveri resti, come foglie accartocciate al suolo. E noi, chiamati a custodire il vostro riposo, a ricordarvi. Troppo alto il prezzo che la nostra storia ha chiesto ai vostri giovani cuori. Siete tanti, troppi, in terra straniera. Eppure la vostra voce ci parla ancora, si intreccia con le nostre vite, con le nostre lacrime, e la pena di sapervi morti per la follia di un incubo inumano.
Questa terra ora vi culla, in un silenzio carico di riconoscenza e di amarezza, ma grida, implora e chiama alla pace una tormentata e smarrita umanità.
Luciano Galassi
(Loreto, 2 dicembre 2006 – cimitero polacco) |
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"Abbiamo bisogno di una trasformazione, per poter fare della Terra un luogo pacifico e per poter assicurare ai figli e ai nipoti una vita degna di essere vissuta" Thich Nhat Hanh |

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Due interventi di Graziano Raponi |
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DENUNCIA
Quando dicono che " nessuno vuole la guerra ", mentono! Non è vero che vogliono la Pace. C'è chi vuole proprio la guerra. Ci sono individui che amano la guerra, ed essi lo sanno. Per essi la guerra è l'espressione del proprio potere, della propria forza, del proprio egoismo. Per questi individui è necessario avere sempre un avversario, una " nemico " cui opporsi. Sono individui la cui esistenza è fondata sul concetto di supremazia, dominazione, leadership, superiorità. Superiorità di razza, di cultura, di religione, di armamenti, superiorità economica, la presunta " superiorità del loro stile di vita " rispetto ad altri. Comunque sempre e solo la superiorità " loro". La superiorità del loro egoismo. È questo il motivo per cui uso qui come contrario di Pace la parola " egoismo". Ora è sufficiente guardarsi intorno e riflettere: chi sono gli individui che promuovono gli interventi armati? E chi sono invece le vittime della guerra? Nei nostri paesi ci sono luoghi dedicati ad antiche battaglie, sono ordinati prati cosparsi di lapidi e là sotto oramai i corpi dei giovani soldati sono già stati consumati dal tempo. Domani avremo altri di questi cimiteri anche nei paesi dove si stanno combattendo le guerre di oggi, eppure siamo tutti comunque così cinici e scaltri da non costruire mai i monumenti alle reali vittime della guerra: un vero cimitero dove vengano sepolti e ricordati tutti i bambini, le madri ed i padri uccisi dall'egoismo di quei pochi che pretendono di recare ordine al mondo. E dovremmo altresì costruire un cimitero ogni giorno dove deporre i corpi dei 30.000 bambini che quotidianamente muoiono per fame. All'ingresso di quel cimitero sarà sufficiente esporre solo una singola foto: un volto dalla pelle nera con occhi limpidi ed uno sfavillante sorriso. Si. Un sorriso perché questi nostri bambini continuano a sperare, nonostante tutto, che un giorno un uomo adulto si chini a prendersi cura di loro.
Graziano Raponi 5 Marzo 2005 |
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SOLDATO
Aveva ucciso. Aveva solo leggermente premuto il polpastrello e la scarica di proiettili era dilagata. Poi l’autoblindo proseguendo la sua corsa si era affiancata all’auto, l’aveva leggermente urtata come per discostarla dal centro della carreggiata ed insolente se ne era andata. Lui anche. Non si erano più guardati negli occhi quel giorno, nemmeno scambiate parole, solo mugugni. Li aveva veduti. Erano tre. Il giovane conducente piegato un po’ di lato e con la testa riversa sul petto, le mani ancora aggrappate al volante; il bambino che, riverso sopra la donna, come in un ultimo disperato tentativo di fuga verso la portiera o di protezione, aveva trascinato via il velo dal capo della madre e quei lunghi lucidi capelli rilucevano al sole; lei sembrava comunque serena, sicuramente bella. Ricordava di averli osservati in silenzio. C’era polvere tutt’intorno e l’odore lasciato dagli spari addosso all’arma, addosso alle mani ed alla sua divisa non era la prima volta che lo sentiva. Solo che lì c’era pure qualcos’altro, qualcosa come di carne bruciata. La strada era sconnessa e per quanto l’autista prestasse attenzione inevitabilmente finivano tutti per sobbalzare saltando sopra buche e detriti. Si era portato la mano alla fronte per tergersi il sudore ma la mano era anch’essa bagnata. Il cielo era terso. L’aria infuocata. Ricordava il sapore del sudore scendergli fino in fondo alla gola, ricordava lo sforzo fatto prima nell’insistere a guardare e poi nel non ricordare. Cadaveri ne aveva veduti tanti, un’enormità; quasi da non farci più caso. Come le carcasse di auto e le case abbattute. Come le casse di munizioni lucide ed ordinate all’interno dei depositi. Come gli sguardi degli uomini che lo incrociavano lungo le strade, la mesta fermezza delle donne che cercavano di evitarlo e gli impudenti giochi dei bambini che nonostante tutto si ostinavano nel perpetuare i loro svaghi. Aveva avuto dolore alla mano, anche ora l’aveva. La sentiva ancora umida premuta contro lo squarcio del ventre sotto la giacca mimetica con la quale lo avevano coperto, come se si sarebbero dovuti preoccupare che non prendesse freddo, con tutto quel caldo che faceva lì. Gli venne da ridere e sentì una forte fitta di dolore. Strinse forte i denti e chiuse gli occhi poi riprese a respirare. C’era silenzio all’interno del blindato, adesso come allora. Si vedeva anche lui disteso sul sedile di quell’auto tra l’uomo ed il bambino, e sentiva il sottile profumo indossato dalla donna, così forte da coprire l’aroma della morte. C’era stato fumo, poi le esplosioni si erano fatte intense. Dove erano finiti i bambini di poco prima? E dove le donne? Avrebbe dovuto essere abituato eppure non ci si abitua mai al combattimento. Si agisce solo meccanicamente, senza pensare: è l’unica via di salvezza, se una ce n’è. Poi lui vide il veicolo avvicinarsi – come loro lo avevano visto allora - e le detonazioni aumentare. Sempre lo stesso rumore, un lampo e poi il nero della notte, una forte esplosione fin dentro il cervello e lentamente i primi bagliori di luce tra una spessa coltre di fosca nebbia – per lui almeno, per loro non era stato così. Infine qualcuno o qualcosa venne a scostare il mezzo e ad occuparsi del suo corpo. Questo lo rattristava, l’averli lasciati là allora, l’averli uccisi ed abbandonati senza averne avuto pietà.
Graziano Raponi Aprile 2005 |
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Per “SOLDATO”, di Graziano Raponi
Emerge nel racconto l’assurdità, un intrecciarsi di fatti, ricordi, immagini, sensazioni, come spezzoni di un film di guerra montati a caso, oppure come una vita che ha perduto il suo senso e appare senza più centralità, allo sbando. Il sangue si mescola agli spari, alla polvere, alla paura e più nessuno sembra sapere perché è cominciato quell’inferno, come un incubo esasperato che devasta tutto e tutti. Vita e morte camminano in un fatale abbraccio, e passare “il confine” può essere il semplice frutto del caso.
Solo in un barlume di lucidità, proprio alla fine del racconto, il soldato ritrova, nel rimorso, un brandello della sua umanità: proprio nella pietà che aveva negato. Che sia – questo racconto - il paradigma della bestialità e della follia di ogni guerra? Come entrare in un mondo parallelo, in una spirale che cancella, d’un sol colpo, la ragione, la compassione, l’umanità, liquefatte dalla paura, dall’odio, capaci – al pari di una esplosione – di mutilarci l’anima, di lasciarci, tragicamente – vincitori e vinti – senza il conforto della speranza. L.G. |
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a Hiroshima il tempo si è fermato |
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La mattina, tranquilla, ora di uscire, la gente per strada, gli studenti,con le uniformi; la colazione che sà di caffè, e di sachè; Hiroshima, Hiroshima, il tempo si ferma; il lampo della bomba, che silenziosa cade; l’aereo, gira e scappa al sicuro; i militari sono orgogliosi dell’orrore; non capiscono,non capiscono; scienza esatta,volontà di distruggere; il nemico; vogliono la vendetta; guerra sporca; e la bomba plana lentamente, come un frutto orrido; prole maligna; guscio di morte; sganciato dall’aereo; |
e poi, un lampo accecante; pochi secondi; il niente, la gente, volatilizzata; ferita, bruciata; tutti morti, tutti maledetti dalle radiazioni; contaminati, feriti, condannati; il tempo si è fermato ad Hiroshima; pace, pace; al diavolo le bombe, che stiano dove sono; e questi omuncoli, che sganciano la morte, che vadano altrove; meglio la pace; meglio tentare, meglio la parola, cercare altre vie; bomba maledetta, bomba maledetta.
Stefano Medel
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Un fiore nel sangue
Uomini soldato, come fantasmi sopravvissuti alla notte, si ritirano dietro l’orizzonte che brucia da giorni spezzando il mondo a metà.
Mentre i soldati si allontanano, un fiore sbocciato nel sangue richiama l’ultimo di loro e gli sussurra dolcemente:
“E’ nel vento la tua risposta”
Il soldato, stupito, lascia cadere il fucile e, guardando le nuvole tracciare sentieri di luce sopra una terra oscura, comprende la Verità.
Come il vento, l’Amore non conosce divisioni né false discriminazioni.
Trasporta con sé fiori di ogni colore e concede il miracolo della vita ad ogni scampolo di terra voluta dal cielo.
Eppure, pensa il soldato, tappeti di fiori non bastano a risanare le ferite di questa umanità
e a riunire in una corolla di Pace i petali sanguinanti di tutti quei paesi violentati dalla guerra.
La mano assassina di Caino ha inferto un colpo mortale su ogni uomo, radicando nella sua anima il germe dell’odio
Fino ai giorni nostri.
E fino alla fine dei tempi, sarà questa l’unica battaglia che dovremo combattere stringendoci insieme nel segreto dei nostri cuori.
Sì, pensa infine il soldato riprendendo il suo cammino, sarà questa l’unica battaglia che ci renderà liberi:
vincere l’odio nel nome dell’Amore.
Luisa Ferretti
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Le recenti, tragiche guerre, ci hanno consegnato l'immagine - amplificata dai media - di un uomo-soldato con il fucile e la tuta mimetica, costantemente presente, quasi un baluardo indispensabile della sicurezza, della civiltà e delle democrazia. Un'immagine che si è depositata nel nostro orizzonte interiore come scontata, necessaria, inevitabile.
A noi, quella presenza invadente appare come il segno di un fallimento ... |
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Noi preferiamo esaltare la BELLEZZA DELLA PACE ! |
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"In questo mondo / l'odio non ha mai scacciato l'odio. Solo l'amore scaccia l'odio. Questa è la legge / antica e inesauribile.
Gautama il Buddha ( da "Dhammapada" ) |