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Un'immagine
mi viene incontro alla fine della lettura del libro: una bambina con un
vestitino bianco, scarpette bianche, che corre, un sorriso raggiante sul
viso, la bocca aperta e lo sguardo proteso in avanti.
Un'immagine
che, forse, appartiene all'universalità, come un archetipo, cioè
un'immagine primordiale.
Sono
tante le impressioni legate a questo libro, così pieno di calore e
vitalità.
La
prima nasce da una identificazione: anch'io ho vissuto, soprattutto
attraverso i nonni materni, mezzadri, la realtà dei contadini. Così
nelle descrizioni dei lavori della campagna di allora ho ritrovato
momenti anche miei. Questo specialmente nel primo capitolo "La
battitura del ‘59".
Franca
Bernabei mi ha fatto rivivere, in tutti i più minuti particolari, le
atmosfere della battitura, con in più la sorpresa di vederle riportate,
con curiosità, vivacità, senso della festa e una brama insaziabile di
tutto, da una "femmina".
Forse
per i pregiudizi legati a quell'epoca, sono restato enormemente sorpreso
nel vedere come non ci fosse alcuna differenza: erano le mie stesse
impressioni, il mio stesso vissuto, che ora scopro non avere confini di
genere.
Il
racconto ruota, prevalentemente, attorno alla casa dei nonni paterni,
mezzadri, con un intreccio di situazioni tipiche del mondo agricolo e di
altre di carattere " universale", legate alle relazioni, alla
vita, e lascia emergere tante domande.
In
particolare mi chiedo, per la prima volta, se aldilà dei dati di realtà,
il riferirsi al mondo contadino di allora come ad un'isola felice
possa essere qualcosa di " reale " (chi l’ha vissuto
ricorda soprattutto la fatica, la miseria, ecc.) o non nasca dal fatto
che a provare quella nostalgia siano i bambini di allora. Questo mi
porta a chiedermi se, a farne qualcosa di speciale, di magico, non sia
la maniera di accostarsi alla vita propria dei bambini,
più che la realtà in sé. Questo non vuol certamente
significare che non ci siano differenze e che non esistano realtà, più
o meno, a misura di essere umano.
Mi
auguro che i bambini di oggi possano avere altrettante occasioni per
vivere con modalità analoghe a quelle che Franca Bernabei ci fa
conoscere di sé. Questo può anche significare fare grande attenzione a
non impoverire, limitare le occasioni di incontro, di scoperta, di
"sogno" del mondo infantile, troppo spesso - per comodità o
necessità - costretto allo schermo televisivo o del computer.
E
un interrogativo ancora: se
gli adulti conservano una così grande nostalgia per il tempo infantile,
forse varrebbe la pena di domandarsi se la "trasformazione" in
adulti, con quella più tenace aderenza alla realtà e alle
responsabilità che la vita comporta, debba necessariamente lasciarsi
alle spalle la meraviglia, la gioia, la curiosità, la presenza, la
vitalità e la capacità di incanto che i bambini sembrano possedere.
E’
la realtà di un mondo andato a catturarci così intensamente o non
piuttosto ciò che eravamo, il nostro modo di essere e di sentire?
Così
la nostalgia è possibile che sia causata dalla nostra maniera, oramai
appannata, di guardare il mondo e di assaporarlo.
Dobbiamo
recuperare quel mondo andato o gli "occhi" con cui lo
guardavano?
Sicuramente,
per concludere, dobbiamo essere grati a tutti quei "grandi"
che, nonostante le difficoltà, si impegnano ad arricchire e a rendere
magico il mondo dei "piccoli".
(Sabato,
5 ottobre 2002)
Luciano
Galassi
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