Smerillo

Museo Pinacoteca dell'Arte dei Bambini

La casa sul costone ventoso
di Franca Bernabei

… la scrittrice Franca Bernabei di Recanati, nel libro “La casa sul costone ventoso” (premio “Emily Dickinson” 2002) ci fa conoscere la sua trascorsa realtà di bambina di 5 anni, a contatto con il mondo dei nonni paterni, contadini mezzadri, con negli occhi la magia dei rapporti e dei lavori dei campi.

Un'immagine mi viene incontro alla fine della lettura del libro: una bambina con un vestitino bianco, scarpette bianche, che corre, un sorriso raggiante sul viso, la bocca aperta e lo sguardo proteso in avanti.
Un'immagine che, forse, appartiene all'universalità, come un archetipo, cioè un'immagine primordiale.
Sono tante le impressioni legate a questo libro, così pieno di calore e vitalità.
La prima nasce da una identificazione: anch'io ho vissuto, soprattutto attraverso i nonni materni, mezzadri, la realtà dei contadini. Così nelle descrizioni dei lavori della campagna di allora ho ritrovato momenti anche miei. Questo specialmente nel primo capitolo "La battitura del ‘59".
Franca Bernabei mi ha fatto rivivere, in tutti i più minuti particolari, le atmosfere della battitura, con in più la sorpresa di vederle riportate, con curiosità, vivacità, senso della festa e una brama insaziabile di tutto, da una "femmina".
Forse per i pregiudizi legati a quell'epoca, sono restato enormemente sorpreso nel vedere come non ci fosse alcuna differenza: erano le mie stesse impressioni, il mio stesso vissuto, che ora scopro non avere confini di genere.
Il racconto ruota, prevalentemente, attorno alla casa dei nonni paterni, mezzadri, con un intreccio di situazioni tipiche del mondo agricolo e di altre di carattere " universale", legate alle relazioni, alla vita, e lascia emergere tante domande.
In particolare mi chiedo, per la prima volta, se aldilà dei dati di realtà, il riferirsi al mondo contadino di allora come ad un'isola felice  possa essere qualcosa di " reale " (chi l’ha vissuto ricorda soprattutto la fatica, la miseria, ecc.) o non nasca dal fatto che a provare quella nostalgia siano i bambini di allora. Questo mi porta a chiedermi se, a farne qualcosa di speciale, di magico, non sia la maniera di accostarsi alla vita propria dei bambini,  più che la realtà in sé. Questo non vuol certamente significare che non ci siano differenze e che non esistano realtà, più o meno, a misura di essere umano.
Mi auguro che i bambini di oggi possano avere altrettante occasioni per vivere con modalità analoghe a quelle che Franca Bernabei ci fa conoscere di sé. Questo può anche significare fare grande attenzione a non impoverire, limitare le occasioni di incontro, di scoperta, di "sogno" del mondo infantile, troppo spesso - per comodità o necessità - costretto allo schermo televisivo o del computer.
E un interrogativo ancora:  se gli adulti conservano una così grande nostalgia per il tempo infantile, forse varrebbe la pena di domandarsi se la "trasformazione" in adulti, con quella più tenace aderenza alla realtà e alle responsabilità che la vita comporta, debba necessariamente lasciarsi alle spalle la meraviglia, la gioia, la curiosità, la presenza, la vitalità e la capacità di incanto che i bambini sembrano possedere.
E’ la realtà di un mondo andato a catturarci così intensamente o non piuttosto ciò che eravamo, il nostro modo di essere e di sentire?
Così la nostalgia è possibile che sia causata dalla nostra maniera, oramai appannata, di guardare il mondo e di assaporarlo.
Dobbiamo recuperare quel mondo andato o gli "occhi" con cui lo guardavano?
Sicuramente, per concludere, dobbiamo essere grati a tutti quei "grandi" che, nonostante le difficoltà, si impegnano ad arricchire e a rendere magico il mondo dei "piccoli".

(Sabato, 5 ottobre 2002)                                              

Luciano Galassi

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