SMERILLO

Museo Pinacoteca dell'Arte dei Bambini

 

LE STRADE DELLA SAGGEZZA

...  i  Dervisci roteanti, in una sera d'agosto ...

 

"La vita non appartiene alle mani rapaci che la vendono, la oltraggiano, la manipolano e la dominano. Si offre solo agli occhi aperti che la contemplano"

                                                               Christine Singer

 

 

Un uomo tradito, spezzato, umiliato.

Come abbiamo perduto la strada della saggezza ?

Com'è che questa cultura tecnologica e desertificatrice non riesce più a favorire lo sviluppo della saggezza ?

Quello che una volta era, soprattutto, prerogativa degli anziani, è stato sostituito e confuso con un penoso surrogato: il verbo degli "esperti".

Ma, riferendomi alla saggezza, non intendo il possesso di nozioni, di competenze tecniche settoriali.

La nostra società fa finta di avere rispetto degli anziani.

Al centro del suo percorso vede solo l'efficienza, la produttività, per cui considera l'anziano una persona non più utile, da " rottamare".

Che stia nelle confortevoli "case di riposo" !

"Villa quiete", “Villa serena”, "Casa accoglienza" ...  penosi eufemismi per dire di un luogo senz'anima, pura anticamera della morte !

E la chiamiamo aver "cura"!

L'esistenza delle persone - ossia di noi tutti - la si misura solo sulla "resa" e funzionalità del momento.

Chi è fuori da quei parametri, assunti come perno del nostro modo di essere, diventa zavorra.

Non siamo più capaci di percepirci come comunità, bensì come individui isolati, muniti di "efficienti" servizi. Ad ogni "fascia di età", il suo.

Vorrei precisare, comunque, che anzianità non equivale necessariamente a saggezza.

È pur vero che questa società ha, di fatto, reso insignificante la saggezza. Non è una meta importante e non la si incoraggia. L'abbiamo sostituita da tempo.

Ma cosa si intende con saggezza ?

La prima risposta che mi viene è:  la conoscenza del cuore, dell'anima (che non ha l'equivalente nel cardiologo o nello psichiatra).

Saggezza è il richiamo alle nostre radici profonde, che non è solo esperienza.

Mi piace immaginare il saggio come colui che sa parlare al vento, alla terra, al cielo (oltre che al cuore degli uomini), come creatura e quale frutto della consapevolezza e della percezione di un legame prezioso.

"Sento, so", potrebbe essere il filo conduttore di un percorso che non si limita alle nozioni.

Saggio come traduttore di un senso di appartenenza all'esistenza.

Ma questo segue percorsi diversi da chi osanna il potere e il successo economico, e vede solo in quelli motivo di "rispetto". 

La saggezza lì non ha "corso legale".

Il saggio parla alla terra, nella coscienza di una inscindibile unità, in un dialogo che non distingue tra cose "vive" e cose "morte", laddove tutto pulsa solo di vita e di anima.

Un uomo che è nel centro di sé stesso, e dunque della vita, il cui sguardo va a cogliere i nessi, i legami (ma non in senso scientifico).  Un uomo che sa inchinarsi (parola ardua per gli uomini di potere) di fronte alla maestosità dell'esistenza, ma che sa anche riconoscere la dignità e il valore della sua realtà di creatura.

Un uomo che sa cogliere la sua vocazione alla consapevolezza e il potere che l'accompagna, ma non nel senso di sfruttamento dissennato delle risorse del mondo e della vita, bensì in quello della responsabilità.

E qui si entra in un territorio particolarmente importante, quello della sacralità dell'esistenza.

La sacralità non può essere legata a sfere, ambiti particolari, ma è il tessuto connettivo di tutto ciò che esiste.

Quale ragione di Stato, impedisce di cogliere l'insensatezza di morti innocenti come i bambini di Cana, sepolti da missili, frutto dell'orgoglio tecnologico dell'uomo (ma privo di ogni saggezza) ?

Quale saggezza dimostrano gli uomini implicati nel conflitto?

Quali "valori" li sostengono?

I figli "altrui", valgono meno dei "propri" ?

C'è da avere paura !

Quale saggezza e percezione della globalità fanno sì che all'ONU venga posto  il veto su un documento di condanna della strage?

Quando la ragione di Stato frantuma la pietà, il rispetto, la civile convivenza, la ricerca urgente e sincera di una soluzione dignitosa per tutti, cosa resta ?

La saggezza non mi pare vada d'accordo con il calcolo, l'opportunità, la convenienza.

Le nostre società, diversamente da quelle passate, non sentono più la necessità dei consigli degli anziani e della loro saggezza:  in quali mani è la nostra esistenza ?

Trincerati dietro il loro potere, i loro segreti, le loro ambizioni sconfinate e spregiudicate, circondati dalle loro guardie del corpo, uomini "senza volto" tessono, come ragni, la tela delle nostre esistenze e covano, in bunker inaccessibili, il seme osceno della distruzione totale.

Questa è la nostra condizione.

Dove abbiamo smarrito la saggezza e la dignità, la sovranità e la commozione ?

La saggezza, diversamente dal potere, non è conferita da altri uomini: è il percorso intimo, misterioso e solitario di chi non rinuncia alla sua vocazione di persona e alla centralità della vita, per il proprio e l'altrui bene.

Lo smarrimento della saggezza ci pone tutti in condizioni di estremo pericolo e chiama a raccolta tutti gli uomini di buona volontà, prima che sia troppo tardi.

 

                                                                          Luciano Galassi 

 

 

          

      

Devo l'ispirazione per questa riflessione ad una cerimonia sufi dei Dervisci roteanti Mevlevi (ad Urbisaglia, anfiteatro romano, 1 agosto 2006) e, particolarmente, alla presenza di un derviscio anziano, da cui emanava un profondo senso di dignità e autorevolezza, accompagnato dal rispetto dei dervisci roteanti più giovani.

Il rispetto è tenero e fragile, come le ali di una farfalla.

Così la saggezza, sorella saggezza.

 

 

 

 L'ALBERO CHE PREGA

 

A N'riba

c'è un albero che prega.

E' secco, senza foglie,

coi rami nudi

puntati al cielo.

 

 

Non ha più nulla,

fuorché la preghiera.

Non dà più frutti

e nemmeno ha fronde

per donare ombra.

 

Neppure un po' di scorza

gli è rimasta.

Di tutto si è spogliato,

già non è più

quell'albero che era:

ormai egli è soltanto una preghiera.

 

Aldo Marchesini

---------------

 ANTICO GIOSUÈ

Antico Giosuè,
com’è che hai fatto,
tu, a fermare il tempo?
Sai, anche a me succede molto spesso,
come a te,
di aver bisogno di ordinare al sole «Fermati»,
ed alla luna, di non avanzare.
Ma, il tempo, Giosuè, non m’obbedisce.
Se vuoi fermare il tempo, mi dicesti,
vieni con me, un po’,
là in cima al monte; apri le braccia,
e prima impara a fermare il vento.
Tentai di aprir le braccia,
ma il vento era più forte. e non parava.
Il vento è troppo grande,
vieni laggiù, e prova col ruscello.
Provai a sdraiarmi per far come una diga,
ma in breve l’acqua mi passò per cima.
Vedi, non sei capace!
– mi dicesti –.
 

«Antico Giosuè non te ne andare, spiegami meglio come devo fare!»..

Ma eri già lontano, e non sentisti.
Ormai non c’era altro
che sedermi sopra un gran sasso
e lasciare che, lentamente, il sole mi asciugasse.
Nel cielo intanto
un falco, ad ali aperte si lasciava cullare,
immobile nel vento.
E nel ruscello,
una foglia secca, galleggiando, placidamente
se ne andava a valle.
La foglia e il falco li guardai a lungo, senza capire.
Ma era bello starli a contemplare.
Solo alla fine,
quand’ero ormai asciutto,
scoprii che senza darne conto
avevo cominciato ad imparare:
che già da un pezzo, me ne stavo, beato,
nel tempo a galleggiare

 

Aldo Marchesini

( Medico e Missionario Dehoniano a Quelimane  - Mozambico )

 

 

Brindo

alla libertà e alle mie scarpe scollate

alla strada ammucchiata sulle mie gambe stanche

 

Brindo

a tutti i giorni che ho veduto le lucciole

e a quelli che ho potuto toccare la neve

 

Brindo

a questo cuore che non mi ha ancora tradito

e a queste mani che non trovano riposo

 

Brindo

al creato e al tempo che fugge

alla vita che vola e all'esserci stato

Festeggio i miei giorni e a questa grande fortuna

alzo il bicchiere al cielo e brindo alla luna

 

                                          Marco Spaccesi

Torna alla home