La vitalità di una amicizia

di Goffredo Binni

Carissimo Umberto.

Gli amici del "Centro Culturale Alberto ed Umberto Peschi" mi hanno pregato di scrivere qualcosa su di te, ma avendo tante e tante volte parlato della tua arte ho deciso di scriverti una lettera; certamente la leggerai sotto quei pochi metri di terra che ricoprono le tue spoglie mortali, sarai in grado di.... comprenderla. Ed allora.... nel ricordo della nostra amicizia che risale a tanti anni addietro (certamente più di cinquanta) ti dirò: quando ci lasciammo nell'ultima domenica dopo una ennesima partita a carte (come ti gustava quel giro) mi sollecitasti il tuo testamento ed io ti dissi: è tutto pronto, vieni domani; ma il tuo domani era già segnato da un maledetto destino; una caduta infame e poi dopo giorni di sofferenze la fine; i tuoi beni non poterono essere acquisiti dal Comune di Macerata, ché non riprendesti più quella lucidità o quel minuto di intervallo che avrebbe consentito una firma valida: e...quando sono rientrato nella tua casa in piazzetta Lauro Rossi, in quel portone che aveva sempre la chiave sulla toppa (la tua fiducia nel prossimo era tanta e del resto nessuno poteva aver motivo di rancore nei tuoi confronti) ho sentito un colpo al cuore; quasi un timore; eppure entrambi avevamo fatto la guerra; ma il ritoccare le tue sculture, il soppesarle, il catalogarle, è stato un vero sacrificio anche se questo incarico lo accettai come atto di amore; preferivo essere io l'ultimo ad esaminare, a valutare il tuo lavoro, le tue stupende cose; le chiamo proprio così "cose"; che infatti avevi l'abitudine di dimenticare, di ignorare di distaccarti dall'opera ogni volta che essa era stata da te finita; per te una scultura si trasformava in un "oggetto del passato"; già pensavi al nuovo. E questi amici che oggi si sono ritrovati senza altro scopo che quello di tener viva la tua memoria - meglio sarebbe dire la tua presenza - sono tuoi e ricordati che l'amicizia, quella vera e disinteressata, non ha termini di paragone. Ho poche cose di te; ma fra le più care una sgorbia o per chiamarla con le tue parole un "ferro"; "ho portato ad arrotare i ferri"; la portasti a casa mia per togliere una "scheggetta", aggiustare o più ancora rifinire un piccolo particolare che avevi notato. Un ferro del tuo "mestiere", dal manico logoro che ha il sapore delle tue mani forti, capaci di carezzare la testa di un bambino, il seno di una donna; già i tuoi amori, la tua apparente "durezza" che nascondeva una sentimentalità intensa; l'amore per i mici, cui portavi leccornie: il gatto "felino" pronto all'attacco ma sempre innamorato; il gatto che ama la casa, come tu amavi quel "nido" ove il profano doveva stare attento al dove e come avrebbe posato i piedi; e poi la "grata" a maglie larghe, le donne che invitavi ad andare avanti per ammirarne le gambe; e, sarà stato il caso, hai sempre trovato donne "belle", giovani, agili, che ti hanno amato. E gli studenti che venivano a trovarti, e la tua assidua partecipazione alle mostre con i più giovani, con i ragazzi; avevi l'intuito di quello che sarebbe stato il tuo futuro; li incoraggiavi con la tua presenza; facevi in modo che essi potessero dire "alla mia mostra erano presenti le opere di Peschi" e queste opere nobilitavano la mostra, facevano si che il pubblico accorresse. Sappi che pochi giorni addietro ho trovato in una libreria antiquaria il catalogo della Quadriennale nella quale eri stato ammesso con l'opera "Pallavolo II"; il tuo regalo per le mie nozze. Poi le canzoni popolari cantate insieme a me; a volte un pochino "osé", ma allegre divertenti come il popolo sa inventare; troppi ricordi comuni; i tuoi pudori son frutto di ragionamento; questo è male non si può fare; era un tuo credo, così come quello di ogni sera quando ti segnavi con la "Croce", anche se a messa non andavi; Caro Umberto nella vita si è stati tutti un pochino "zingari" ma l'essenziale è aver avuto un "animo" come il tuo; credere nel prossimo, nella bontà del vicino di casa, nel saper carezzare un bambino, nella vita. Poi... stattene pur sereno e tranquillo sotto quella croce che tu stesso scolpisti, una croce erosa dal "Tarlo"; un simbolo di sofferenza che ricorda all'uomo l'"Eterno" e che tu hai interpretato perché in te era anche "fede". Per oggi ti saluto; un arrivederci a presto.

Ciao.

goffredo

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