Umberto Peschi
straordinario inventore di forme
di Lucio Del Gobbo
"Non credo
che si trovino cose più affascinanti dell'Arte. La vita di un uomo che affronta con
coscienza e coraggio questo problema, viene, senza rendersene conto, assorbita. La mia
avventura è stata meravigliosa, ho scelto il legno come materiale per la scultura, anzi
potrei dire, è il legno che ha scelto me. Naturalmente sono trascorsi anni di intenso
lavoro prima di addomesticare questo materiale che esige una forte manualità .... Oggi mi
trovo a combattere con il "percorso del tarlo"; un tema che mi appassiona da
molti anni, magicamente, e tento di compietarne la lettura. Il tarlo distrugge il legno
con metodo, totalmente, ed è la morte; lo scultore prendendo come modello il tarlo, ma
non distruggendo, anzi, sensibilizzando questo suo lavoro, può creare opere meravigliose,
piene di spazi, aria, luce: ciò è vita."
Queste poche frasi stralciate, sommariamente e senza
troppo ordine, da uno scritto di Umberto Peschi, rivelano efficacemente quale sia stato lo
spessore dell'uomo e dell'artista. Semplicità, passione ed un forte senso etico nel
lavoro, uniti ad una riservatezza e ad un pudore tutti marchigiani, hanno fatto di lui un
personaggio ed un riferimento per tanti artisti. Il lavoro, Peschi, lo ha amato con
umiltà di artigiano, consapevole però delle proprie doti di inventiva e di
espressività; un artigiano illuminato che ha avuto dalla sorte qualche dono in più:
questo egli pensava di sé, e questa consapevolezza la confidava solo agli amici più
intimi, con grande modestia.
Modellare la materia, darle foggia, specialmente al legno, inventare forme, situazioni,
oggetti, era per lui un intenso "divertimento": è questa la parola che meglio
poteva esprimere la gioia che Peschi dimostrava di provare, sempre quando operava. Negli
ultimi anni, per le precarie condizioni di salute, la scultura non gli era possibile
praticarla, e dover ripiegare sul disegno gli procurava un po' di disappunto, e in qualche
momento tristezza. Una serie di piccole sculture realizzate negli ultimi tempi, dopo un
periodo di convalescenza, costituì per lui una vittoria, una specie di ritorno alla vita.
E se avesse avuto il tempo avrebbe festeggiato questo "ritorno" con una mostra.
La spontaneità dell'approccio con la materia, unita a una
capacità intellettuale straordinaria, perché semplice ma al tempo stesso profonda,
propiziavano nella sua ricerca quel "miracolo" di originalità e di intuizione
sorgiva che è sempre l'arte. Eppure nei suoi atteggiamenti non c'era ombra né di
presunzione né di retorica; la consistenza del lavoro lo esentava dalle necessità delle
parole e dell'enfasi, cosi frequente in altri. E l'impressione era di estrema serenità:
una situazione di amore e di alleanza nella quale le solite complicanze che l'esperienza
frappone tra aspettative e verifica venivano meno. Lo scetticismo, il rimpianto, la
delusione e tutte le scorie che il tempo solitamente accumula intorno all'idealismo e alla
gioia della scoperta che sono proprie dei giovani, hanno risparmiato Peschi sino alla
vecchiaia. E si può dire che la soddisfazione di inventare e di realizzare a propria
misura, secondo gusti e sensazioni personali, forme ed architetture attraverso cui
guardare e fantasticare, con cui rappresentare le fantasie e i significati del vivere, non
gli sia mai venuta meno: una gioia infantile, ma non ingenua, che si era mantenuta tale
pur incrociando più e più volte il dolore, la fatica, e diventando anzi per questo
verità.
I problemi tipici di questa nostra epoca del benessere,
sono passati sopra all'artista senza coinvolgerlo minimamente, sollecitandogli piuttosto
un atteggiamento critico, di difesa e di impegno. La televisione gli serviva per
informarsi e per vedere qualche bel servizio sull'arte. Dei giornali selezionava solo
qualche articolo ritagliandolo e mettendolo da parte, il resto via. Il telefono, nemmeno a
parlarne! La regola era: semplicità, non rendersi in alcun modo schiavo del consumismo. E
quel suo avvincente gioco, di esprimere inventando, al di là del sollievo immediato che
gli procurava, non sminuiva mai la consapevolezza di una utilità "sociale"
dell'arte. C'era un rigore etico, una moralità, alla base di tutto il suo operare, e la
convinzione della necessità di questi valori. A considerarla oggi, l'opera di Umberto
Peschi, dimostra di possedere tutte le prerogative per un posto di rilievo nella storia
dell'arte italiana. Ed è necessario che risulti chiaramente che il livello di sintonia
della sua operosità è stato almeno di ambito nazionale. La sua partecipazione alla
storia della ricerca artistica italiana, come dimostrano i suoi rapporti di amicizia, gli
scambi epistolari con critici ed artisti di ogni regione, l'intensa attività espositiva
ed il sostegno critico suscitato, ma soprattutto le opere, ha avuto agganci costanti con
la cultura più avanzata e viva di un periodo centrale e caratterizzante di questo secolo.
E' un peccato, davvero una imperdonabile negligenza, l'aver trascurato nella mostra
storica sull'Art Club, che si è tenuta recentemente a Vicenza, il nome di Umberto Peschi.
A quel clima di sviluppo artistico, "svincolato da pressioni politiche e di
mercato" che il gruppo aveva instaurato in Italia tra gli anni '40 e '60 Peschi aveva
concorso da egregio comprimario, con l'incoraggiamento
dello stesso Prampolini. Recentemente si è presa un'iniziativa, di istituire un archivio
generale informatico sull'opera dello scultore. Già quando l'artista era vivente,
qualcuno, individuando soprattutto la necessità di una conservazione storica del suo
lavoro, data la rilevanza che man mano esso dimostrava di avere, gli rimproverava
un'eccessiva noncuranza. Ma Peschi, facendo appello all'idealismo stesso che muoveva la
sua ricerca, "Se qualcuno lo riterrà degno", diceva, "se ne
preoccuperà". E naturalmente quel qualcuno, nella sua coscienza di homo socialis,
era innanzitutto individuato nella istituzione pubblica a cui dichiarava di voler lasciare
tutto il suo patrimonio: il Comune della sua città. Ma poi la breve malattia e la morte
sopraggiunsero improvvise, nel novembre del 1992, e non si ebbe il tempo di formalizzare
quel progetto. Peschi era solo, dopo la scomparsa del fratello non aveva più una
famiglia, e dunque i rischi di una dispersione della sua immagine e dell'opera apparvero
ancor più evidenti. Tra gli amici che gli erano stati più vicini venne l'idea che una
tutela a tal riguardo si imponesse. E si costituì un'Associazione intitolata all'artista
e a suo fratello Alberto che con lui era già stato futurista del Gruppo Boccioni.
Questa catalogazione, oggi appena iniziata, grazie
anche ai miracoli dell'informatica, mostra già con evidenza alcuni positivi risultati. La
quantità delle opere desumibile dai cataloghi (alcuni dei quali rari ed ormai
introvabili) è considerevole, ed esistono anche, sparse qua e là, numerose fotografie.
Ricostruire una storia dai mille pezzetti che di quella storia risultano è certamente un
lavoro di pazienza. Emergono tanti "ma" e tanti "sé". Non sempre le
immagini documentano perfettamente, non sempre le lettere chiariscono, non sempre i
cataloghi e tutto ciò che è stato pubblicato definiscono in maniera univoca. Ci sono
discordanze, sulle dimensioni delle opere, sul tipo di materiale usato, sulle date di
realizzazione, sulle esposizioni in cui vennero presentate, sulla esistenza ed ubicazione
attuali. Tante, tante perplessità. Ma alla fine il bandolo della matassa si va
sbrogliando, grazie alle opere tuttora reperibili, alle fotografie, alle testimonianze, ai
ricordi di tanti amici. Ma non c'è da perdere tempo, naturalmente, perché tanti di
questi riferimenti sono presto destinati a svanire e confondersi. L'emozione di tale
lavoro di archiviazione e di riordino è la scoperta, o meglio la conferma, che però per
le dimensioni che assume è comunque una scoperta, della capacità di questo artista
marchigiano d'essere originalissimo inventore di forme. Il lungo periodo che egli ha
dedicato alla definizione della "poetica del tarlo", esprime, attraverso le
tante opere realizzate, la sua considerazione dell'uomo, delle sue miserie, delle sue
bassezze ma anche delle capacità positive, di costruzione, di ordine, di razionalità.
Forse, prima di ora, non c'era mai stata una tale possibilità di resoconto, perché il
carattere di Peschi lo aveva impedito; quel suo carattere, generoso ed umile, che lo
portava a dare, e dunque a disperdere, e a fare prima e più ancora che a celebrare.
L'immagine che viene fuori ora, da questa analisi
visiva cosi ampia e particolareggiata, può considerarsi inedita. Dai giovanili ritratti
di genere realista, alle sintetiche e idealistiche forme del periodo tardo futurista, alla
lunga stagione astratta, in cui stimoli costruttivisti si ripartiscono, e trovano sfogo,
in un programmato modularismo cosi come in una libera e plastica spazialità non priva di
allusioni espressionistiche: tutto è documentato dalle opere. La già vasta letteratura
esistente, per effetto di queste nuove opportunità di verifica, potrà arricchirsi di
ulteriore riflessione, con interessanti possibilità di approfondimento e
puntualizzazione.
Riferimento bibliografico: Rivista
"HATfootwear '99" pag.60-63. |