| Umberto Peschi ovvero il percorso della coerenza
di Carlo Melloni Nella memorabile conversazione che Umberto Peschi ebbe, una sera del dicembre 1981 nell'Agenzia Libraria Einaudi di Macerata, l'Artista, ormai sulla soglia del 70° anno di età, dopo aver premesso di essere "soddisfatto di quanto mi è stato riservato dalla vita", dice: "il registro dei miei conti presenta le colonne del dare e dell'avere in perfetta parità e io non voglio per nulla rimettere in discussione il risultato acquisito". Una dichiarazione di umiltà, certo, lontana le mille miglia da quegli atteggiamenti di proterva megalomania di cui gli artisti, anche i meno dotati, fanno non raramente sfoggio e che Umberto, avendolo io spesso frequentato nella seconda metà della sua esistenza, ben protetto da quella sorta di irenismo che caratterizzava in ogni occasione i suoi comportamenti e i suoi giudizi, non condannò mai apertamente, essendo perfettamente consapevole che anche l'artista apparteneva ad una specie animale, preda talvolta di raptus incontrollati. Ma quella dichiarazione di Umberto non sarebbe pienamente comprensibile se, in trasparenza, non leggessimo anche un'altra sua affermazione pronunciata nella medesima occasione, la quale, peraltro, era per lui non una dichiarazione di principio, ma una convinzione profonda che sempre caratterizzò la sua vita d'artista. "Dimenticavo di dire - disse, quella sera, Umberto - che un vero artista non può subire dei condizionamenti, il suo diritto alla libertà non tollera disattenzioni". Ed è una affermazione che è passata indenne attraverso tutte le querelles, vere o false, sull'ossequio o meno alla direttiva zdanoviana, sulle insulse prese di posizione dei vari Roderigo di Castiglia a favore dell'arte contenutistica e, dunque, engagé, contro l'arte astratta, per la seconda volta, in questo secolo che volge al termine, da un pulpito ufficiale definita "degenerata". La coerenza di Umberto Peschi, dunque, che ha origini futuriste, come tutti sappiamo, e che per il Nostro si fa datare dalla partecipazione a quella mostra curiosamente intitolata "Esposizione provinciale dei Sotto i Trenta", promossa dal "Gruppo Boccioni" e per esso da Tano e Monachesi a Macerata e visitata da Marinetti il giorno dopo di quello dell'inaugurazione (30 gennaio 1938). Umberto vi espone alcune aeroplastiche, ideologicamente maturate dalla coeva frequentazione, a Roma, dello studio di Enrico Prampolini. L'immediato dopoguerra, che è momento di disorientamento per tutti, trova Peschi alla prova con il dilemma astrazione/figurazione, ma in una declinazione del tutto personale. Combattuto tra echi futuristici e iconografie proliferate dal post-Guernica, le sue sculture lignee, sovente di minime dimensioni, ci appaiono talora come il frutto di un'autopunizione, che l'artista impone a se stesso, volutamente regredendo a modalità artigianali (si vedano, a tal riguardo, le sculture esposte dal novembre 1951 alla Mostra Nazionale della Pittura e della Scultura futurista in Palazzo del Podestà a Bologna), come forma di protesta nei confronti delle troppe mosche cocchiere che in quegli anni pretendevano di "ricondurre all'ordine" gli artisti. Per tutti gli anni '50, nelle opere di Peschi stenta a farsi largo l'idea di una forma priva di reminiscenza figurativa. Determinante per lui, l'approccio di Fiamma Vigo, fondatrice della galleria d'arte "Numero" a Firenze, Roma, Milano. Fiamma Vigo ha il merito di radunare un nucleo di artisti, giovani e meno giovani, che credono nell'arte non figurativa, in un'arte cioè che, con termini equivalenti, viene definita ora "astratta" ora "concreta". Nella personale del 1957 alla Numero di Firenze, Peschi pone le basi di un totale revisionismo delle scorie linguistiche che fino a quel momento, in modo più o meno marcato, avevano contaminato la sua scultura. Con le personali di Vienna e Linz del 1963, il processo di depurazione può dirsi concluso. Iniziò per lui quella straordinaria stagione artistica, che durerà ininterrottamente fino alla morte. Non è compito di questo scritto illustrare la produzione artistica degli ultimi trent'anni di Peschi: lo abbiamo fatto e continueremo a farlo in altra sede. Qui vogliamo sottolineare con forza, ma non con sorpresa, la prontezza con cui un folto gruppo di artisti, molti dei quali con Peschi non ebbero contatti di alcun tipo, ma del quale apprezzarono la lineare purezza della sua creatività e del suo rigore morale, hanno risposto all'invito di onorarne la memoria, a così breve distanza dalla sua scomparsa, con il lascito dedicatorio di una loro opera. Non ci siamo sorpresi di questa tangibile testimonianza di affetto e di ammirazione, per una ragione semplicissima. Avendo da tempo acquisito la convinzione che Umberto Peschi è stato, in ogni senso, un "seminatore", gli compete a pieno titolo, nella ristretta cerchia degli artisti di questo ventesimo secolo che hanno operato virtualizzando diramazioni molteplici aperte ad altrettante ipotesi reinterpretative, l'appellativo di "Maestro". |