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Smerilliana
Semestrale di civiltà poetiche

 
 
     
   
       

Corriere della Sera 31 agosto 2003

     
 
   
 

IN VERSI

«Smerilliana» dalla provincia con poesia

Le risorse della provincia non finiscono mai di sorprendere. Da molti anni, nel panorama editoriale italiano, manca una pubblicazione capace di colmare almeno in parte il vuoto lasciato dal mondadoriano «Almanacco dello Specchio», il cui ultimo numero risale al lontano ’93.
Non che ci sia penuria, in Italia, di riviste di poesia; ce ne sono parecchie e per quasi tutti i gusti, dalla puntuale e informata «Poesia» di Crocetti a riviste di gruppo o di tendenza come «Atelier», «ClanDestino» ecc. Ma l’«Almanacco dello Specchio» - come, prima la leggendaria «Poesia» di Enrico Falqui - era qualcosa d’altro: un sistematico, autorevole rendiconto periodico dei lavori in corso nella poesia mondiale realizzato non a parole, ma in concreto, presentando tante miniraccolte d’autore sufficienti a suggerire ciascuna i tratti d’una personalità, il senso d’una ricerca.
Era - è - una funzione importante, essenziale; e fa piacere che a proporsi ora di svolgerla sia una rivista nata e fatta, appunto, in provincia, precisamente nella provincia di Ascoli Piceno, per iniziativa d’un gruppo di poeti e intellettuali (a cominciare dal direttore Enrico D’Angelo) che vivono e operano lì e con il contributo dell’amministrazione comunale d’un paese della zona, Smerillo, un borgo medievale affacciato su quei Monti Sibillini che Leopardi amava definire «monti azzurri». E «Smerilliana» si chiama, infatti, la rivista, che annuncia una cadenza semestrale. Nel 2003 ne sono già usciti due numeri, il primo di 274 pagine, il secondo addirittura di 381.
Posso assicurare che di cose da leggere con profitto e da tenere a mente ce ne sono, fra un volume e l’altro, davvero tante. Per ragioni di spazio devo limitarmi ad annotare i nomi, che non conoscevo affatto o conoscevo solo per sentito dire, del danese Per Aage Brandt, del cinese Yang Lian, del costaricano Lois Chaves, dei russi Boris Ryzji (morto suicida nel 2001) e Michail Ajzenberg, e a segnalare con soddisfazione il ritorno con un gruppo di testi recenti o recentissimi, di Massimo Lenzi, un poeta nato a Lucca nel ’58 di cui non avevo letto più nulla dopo i non dimenticabili Campi inelisi (1997) e che si conferma qui, a mio avviso, fra i più sicuri talenti della sua generazione.

Giovanni Raboni

 
 

 

 

 

 

         

 

 

 

 

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