|
GABRIELE FRASCA
Rimi
(un apparato di richiami)
pss. chi. oh bella. che cos’altro freme. qui. sei tu. no.
diciamocela tutta. senza tante stronzate. anche se a forza. c’è
che si vede. e cosa. proprio niente. se s’accecò la carne che s’è
asciutta solo la pelle staglia quando preme sui grigi solchi il
ghiaccio della lente. a fuoco qui dove altra luce smorza. c’è
allora che si sente. e dove. dietro. un occhio. inteso sospeso nel
vetro. svestito. sgocciolato. che si tiene il tempo di riempirsi e
si ributta come una gemma ch’esca da una scorza. sarebbe bello. un
occhio che seguisse la storta vecchia strada delle vertebre. e
magari fin dove si diverte fra tutte le sue risse quel cesso di
una testa. no. non va più con gli occhi. con la testa. basta
quello che resta. una certa escrescenza sotto mente. un raggio che
restringa e poi dilati. e viceversa. saranno le bande passanti che
trasmettono chi viene. viene afferrato e va. strato su strati. chi
viene e quel che viene. in una borra di bozzolo. di chi. ma che
domande. qualcosa è qui e pare che vi scorra una forza convulsa.
si tratta di una scossa percepibile in fondo come un fermo
immagine che pulsa sperando di riprendere la corsa. una sequenza
chiusa sullo schermo in una sola inquadratura mossa che il quadro
è come trattenesse a stento. per un giorno magari senza sponda.
senza contorno o monoscopio al centro. è questo ciò che occorre da
richiamo. l’immagine. la scossa. il dentro. e chi. al momento.
vediamo. solo un plurale d’incoraggiamento. da cui talvolta
estrarre una seconda. l’eco di un altolà come di ronda. tipo chi
siete. dite. fermi lì. questo e naturalmente il colpo d’occhio.
senz’occhio alcuno. un frutto senza ramo. l’ambiente cui recedere
dal mucchio di quanto scorto involto negl’impicci del c’è quando
accadrà che poi svanì. su cui s’imprime sempre solo l’ombra
distesa con la colla di carnicci.
nulla da scorgere non è così. cioè nessuno. nessuno nella comba.
nella ferita aperta nella terra. solo un solco che sgiunge la
materia friabile e argillosa. vette grigiastre come masse molli di
ceralacca fusa. il cielo a tratti scorto che piomba. il vento che
disserra una strettoia di continui crolli. ed una pioggia fitta
che s’impasta alla roccia scavandone ogni lastra. non c’è cosa
quaggiù che abbia una posa. se non franando fango poi rappreso. su
questo ecco si faccia consistenza. si trovi il giusto peso
l’aderenza. poi vi si cerchi qualche manufatto. aha c’è una mano.
e poi l’impersonale. procede mica male. potrebbe esserci un tatto.
qualcuno cui ripetere si tocchi. si tenga per i piedi. si aggrappi
a quella roccia. magari poi incavandogli degli occhi per
chiedergli alle strette cosa vedi se ancora di parlarne non ti
scoccia. macché. ci manca solo la visita guidata. per il momento
se ne faccia senza. si tenga l’orizzonte stretto al suolo. dove
più fonda scende la vallata. scura. non proprio. una luminescenza.
un crepitio di cavi. tutti da combaciare. qui dove ce n’è sempre
un po’ per tutti. trincee. piccoli scavi. fenditure corrose come
carie. letti miracolosamente asciutti. resti. rimasti. spalti.
macchinari. tutto un costrutto di torrette e impianti. tutti in
funzione certo. combaciano rimpianti. come clonando l’elica con
l’eco. il solito concerto dello spreco. cui si lavora ancora. aha
c’è che si lavora. e chi. oh bella. complici i congegni. hanno la
loro autonomia non senti. hai voglia di fermarli non li spegni.
adesso come non li hai spenti allora. un tremito che rianima il
deserto. ecco. la senti qui. la senti qui la scossa. questa. e
chi. che domande. non c’è chi vi risponda. né c’è chi si risponda
nessuno. è solo l’eco della comba. quanto si muove qui muove un
motore morto nel suo rumore che non rimedia ascolto. se non quella
frequenza che combacia con quanto resta ciò ch’è stato tolto.
diciamo uno strumento. magari una funzione. un mutamento di cui
non resta traccia se non nel progredire dei suoi guasti. nel
fronte della frana che s’avanza. un moto che ravviva chi rimasti
perché ne rimanessero in balia di quel vociare che ci fa rimasti.
e chi. ma che domande. quanti siamo. qui a ricozzare in cerca
d’una scia su cui seguire un altro alla distanza. come per una
sorta di richiamo. un passaggio obbligato nell’imbuto. da dove
scivolare verso il centro se ve n’è uno che rimanga muto e non
abbia nell’eco compagnia. e ritentare il fondo strato a strato.
per abitarvi ognuna delle celle. senza che mai il trasloco sia
ultimato se non trovando infine sottopelle il senso del rientro.
che non è poi se non quanto ci tocca tornati appena inseguire il
pensiero che ci seguì come una filastrocca. se almeno anche un
secondo per davvero si potesse diciamo andare via.
via. dove che sia via. se mai di un’altra via si trovasse il
tracciato sulla soglia. s’intravedesse il corso un solo istante.
un tratto piano prima che il tornante si stringa addosso. servisse
sbucciarsi quel po’ di pelle che ci fa da sfoglia nessuno
cercherebbe di sottrarsi. non c’è chi s’interdica questa voglia di
provare per tempo nostalgia per quanto estinto dura in estinzione.
malgrado strati. strappi. strategie. e quanto seppe farsi
recinzione il solito corredo di manie. perché sempre s’alternano
rimpiazzi a tenere la stessa postazione se il fronte corre nelle
retrovie. ma qui nel centro qui di questi guasti dove non v’è
memoria che non sguazzi si faccia allora come ci si cali. e chi.
ma che domande. noi rimasti qui quasi a scivolare tutti uguali. di
grado in grado per sgravare altrove immagini che sono solo un
fiato disperso nel respiro successivo. tienili stretti allora. e
chi. e dove. loro. no. tu. tu che ne sei già privo. tu che non sai
cos’è che sia passato. tienili. dove. e chi. nelle tue tare. tu se
puoi stare a trattenerli a stento. sono vivi di te. non è così.
no. che domande. non era così. non era questo il conto. il saldo.
il vento che ci avrebbe dovuto ravvivare. l’elica della vita. non
era questo il mondo. e quale luce. quale altra luce mai qui dice
d’oggi. dice di questa luce già svanita. dice di quanto si calò
quest’oggi come ogni giorno il sole nella foce. nel mare. o dietro
ai monti. o sotto i tetti. e via dagli occhi. gli occhi. occhi di
chi. ah si potesse averne. solo gli occhi di chi sia senso almeno
a queste notti. di chi ne faccia specchi. semi. frutti che
pieghino già secchi i pochi rami. uno fra i molti. uno di meno a
tutti. il primo a rimanere fra i rimasti lungo quest’apparato di
richiami. uno che venga su da queste file di suoni ribattuti sopra
i tasti. perché esiste una tela. ed è sottile. che sfiora appena
il velo che ci vive. e non ha voci che non siano rotte dal graffio
che s’incide sul vinile.
|