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Smerilliana
Semestrale di civiltà poetiche

 
 
     
   
       

PUBBLICAZIONI

     
 
   
 

 

   

 

   
 

Poeti Italiani

SILVIO RAMAT

 Nove poesie

 

  Degustando Ramat

Se, con audace metafora enologica, volessimo paragonare ad un vino i nove inediti qui pubblicati di Silvio Ramat, diremmo trattarsi di un chiaretto, delicatamente spumeggiante, lieve alla beva ma fragrante, brioso, con sentore di frutta leggermente appassita, e con retrogusto intenso e persistente: quest’ultima notazione ci consente l’agevole passaggio dai valori del vino a quelli della poesia, poiché se dopo il sorso del bacchico nettare (che esaurisce il presente della sensazione) il retrogusto è solo una qualità eventuale e non necessaria, esso (il retrogusto) è invece la qualità organolettica cui il vero degustatore di poesia non può rinunciare. Un buon vino dipende, prima che dall’arte selettiva ed elaborativa dell’enologo, dalla qualità del vitigno e della vigna, dal substrato naturale, terra e retroterra, ground e background. Vi sono poeti la cui ispirazione parte dalla parola (e che dunque producono non tanto un “fermentato” del sentire, quanto un devitalizzato distillato di materie prime già elaborate in vissuti altrui); ve ne sono altri che, partendo invece dalla predetta materia prima vitale, realizzano un prodotto anch’esso vitalmente ricco, ma forse ancora (talora troppo) in fermentazione. Bene, proseguendo nella metafora enologica, ci par giusto dire che la poesia di Ramat si caratterizza per una inusuale alchimia che stabilizza i fermenti vitali del sentire, o meglio li riattualizza (li rinaturalizza) in una persistente evocazione di senso: appunto quel che sopra chiamavamo retrogusto.
   La lettura dei nove testi qui pubblicati (ma, del resto, come per tutti i testi di Ramat) si compie (e si gusta) per gradi, come un sommelier userebbe fare per il vino: il primo assaggio coglie profumi ed atmosfere (la kantiana appercezione sensibile) che invogliano al secondo sorso, il quale a sua volta è un rito di passaggio a connessioni sovra-sensoriali, sino al terzo assaggio, che dischiude e disvela scenari e recessi dell’anima.
   Il primo dei nove inediti (aspettando una foglia) propone il gusto di un esercizio di sublimazione: il “venato arcano” di una foglia si decifra, si legge (si “sfoglia” forse “a foglie chiuse”, come indicherebbe un precedente testo dell’Autore) dopo che la foglia sia stata staccata, schiudendo un varco metempirico ad un segmento di quella vivente e fitta foresta di simboli che è l’apparente reale naturale. In Esistenze ci si chiede di capire quel che di sublime possa esservi nello “errare” delle esistenze, perfino illustri, che non possono evadere dal cerchio fenomenico né sottrarsi al flumen del divenire, tanto più tortuoso quanto, al limitare dello “esiguo respiro dei làstrici” (la chiusa geometria del conoscere), si scopra, negli interstizi, quel che rimane, irriducibile, “di rovo, d’ortica”, di quel peccato che è innocenza di natura. Il brano a dispetto degli anni ha il sapore di un frammento neo-alessandrino, d’esistenza risognabile perché ripensata. In quante domande l’Autore si (ci) interroga, con grazia tragicamente ironica, sul “Sesso della Morte”, evocando un Totentanz che, sul limitare della esasperata consapevolezza esistenziale del tardo Novecento, si risolve a risolvere la tragedia dell’esser-ci nella disincantata leggerezza di un ludus. Il componimento cambio della guardia propone le sole possibili alternative al male esistenziale: la difesa hard o quella soft, con l’avvertenza che i nemici hard (“ – Infarto Cancro Ictus… – / ma non sempre finiscono la preda”, come insegna un precedente testo dell’Autore) non sono i più pericolosi, essendovene altri, più letali, invisibili, impercettibili, rintanati in interiore homine, perciò affrontabili soltanto con medicina lieve, di angelica (in)consistenza. Il dialogo con la paura, evocata come presenza familiare, persino “nutritiva”, antico avversario fattosi compagno di strada, è presente nei versi di primo alimento; ma – on the road fra passato, presente e futuro – si avverte che il trivio è apparente: si snoda immutata la strada futura nel territorio della paura. Con chi sul far della sera mi chiama il microcosmo memoriale è evocato per tornare pulsante e vitale al sentimento, in un solo ed unico momento, come una pausa del diluvio e del vento ove echeggia un fantasmatico Novecento;  così s’introduce il motivo ispiratore di dove siete, che è la ricerca di ideali compagni d’avventura dispersi in un sub-mondo od oltre-mondo che (ctonio od uranico) è comunque del cuore. Il componimento in bella è un inno al verbum, sensibile carne del farsi carme: parola che attraversa il tempo e il dolore “come un remo la grazia, come un’ala”, per citare un altro precedente testo di questo assai raffinato poeta, cui taluni non sanno perdonare di essere (anche) un sapiente ed autorevole arbiter elegantiarum. 

Alessandro Centinaro

- [-o-] -

(aspettando una foglia)

Forse, tu avessi potuto spiccarla
dal suo ramo in ottobre, si sarebbe
visto di più quel sangue spento in ruggine
che ha la Nuova Inghilterra arborescente
attorno ai luoghi di culto e di libro.
Né forse avrebbe una tinta diversa
in qualche borgo d’Alsazia, cintato
di gotico perenne. Ora tu sceglila
dove che sia, anche di mezza estate,
staccala, a forma di freccia o di mano,
una foglia, perché lo decifriamo
insieme, dopo, il suo venato arcano. 

11 agosto ’01 

- [-o-] -

Esistenze

Le esistenze che ammiro di più
sono tortuose, incerte.
Evocano vie modellate
sulla  linea di rivi ormai invisibili.
Chi le celebra, le vite sublimi,
fa ogni sforzo per nasconderne
gli inciampi, i ritorni di fiamma
del già vissuto, del già calpestato.
Più di una volta accade
in strade non ancora suburbane
di cogliere, occhieggiante fra l’esiguo
respiro dei làstrici, un principio
selvaggio – di rovo, d’ortica.
Del resto è il peccato, sono i torti
a far di un uomo un santo. 

4 dicembre ’01 

 - [-o-] -

(a dispetto degli anni)

Ve ne sono, a Milano, più che altrove
e più profonde. Vetrine di luce
sinuosa, che ti dicono: “guardami”,
espongano gioielli, o pane, o panni.
Da una, un volto anziano, affaticato
mi si fa incontro. Posso rinunciare
a riconoscerlo: so quante volte
sia menzognera la realtà. D’altronde
non mi parla, non c’è un patto fra noi.
Eppure in questa città, dove a un tratto
a chi riemerge a sera sotto il Duomo
è un abbaglio dorato, avrei più caro
che mi apparisse diverso: né stanco
né corrucciato. A dispetto degli anni. 

3 marzo ’02

- [-o-] - 

(quante domande)

Abbandonando la sala, i sapienti
che discettano del sesso degli Angeli
si salutano in spirito di tregua?
A quando un altro, un nuovo appuntamento?
Degli artisti si sa: decide ognuno
a suo talento, lavorando d’iride
specialmente sulle ali. Se identico
dubbio investa gli Arcangeli, lo ignoro.
Teologi che foste e che sarete,
non su questo vi chiedo lumi. Invece
vorrei che mi chiariste sulla Morte.
Il sesso della Morte. Aspetterò
(senza capire) Scheletro con Falce?
O Donna a me verrà, discreta, in nero?
O incontrerò, semivelato il volto,
il Monaco del Settimo Sigillo?
(Chi sceglierà, in tal caso, la scacchiera?
Partita vera, o punture di spillo?) 

26 marzo ’02

 - [-o-] -

(cambio della guardia)

Le insolvenze, prima o dopo, si pagano.
Ma quest’uomo, che atti od omissioni
va scontando? Si tacque per viltà?
Disse parole a torto? Raggirò
i deboli e gli ignari? Gravi, certo,
inadempienze, le sue, se gli han tolto
l’Angelo che da sempre lo guardava.
E che tutela gli hanno dato, in cambio!
Tre giganti, con spada e con balestra,
a sorvegliare il letto, la finestra,
lo scrittoio… Ma quelli non s’accorgono
che di mostri grandiosi: draghi o diavoli.
L’altro, captava avversari invisibili
nell’aria, ambigui come l’aria, lievi
più delle idee. Non portò mai spada
e parlava in angelico-latino. 

11 aprile ’02 

- [-o-] -

(primo alimento) 

Paura, primo alimento. Bambino,
mi tenne stretto in sua balìa – un ottavo
peccato capitale. Un po’ più tardi
ebbe per me l’imperio ed i riguardi
di una decima musa. Non mi lascia
da allora, non si lascia confessare.
Di lei so tutto, i cangianti colori,
le aberrazioni. I suoi paesaggi, spogli
di figure, talvolta risonanti
così come sul verso degli uccelli
precoci si spalancano sull’alba,
la domenica, le campane. Allungo
il piede a salutarle, a dirmi sveglio.
Ma il letto è vuoto di respiri, io sento
che il presente è futuro, e fa paura. 

4 giugno ’02

 - [-o-] -

***

Dove siete, così contigui
al mio bene – Lauzi, Endrigo – ,
e come ascoltarvi, dal vivo,
che il tempo non vi castighi? 

Io non lo so: ma ore e ore
nel guscio della penombra
cantati vi abbiamo, in un’onda
ininterrotta d’amore, 

cantati fino alle lacrime
perché la melodia va
di vena in vena, consacra
ogni storia, e una sola è l’età, 

a entrare per mano nel chiostro
degli anni sessanta – nel prodigo
cuore di Lauzi, di Endrigo,
ormai tutt’uno col nostro. 

28 giugno ’02

 - [-o-] -

***

Chi sul far della sera mi chiama
e a volte più tardi ch’è notte
assolve forse a uno scrupolo 

lo stesso per cui si dà acqua
volentieri a certe piante
le più esposte. Non ne dubito 

è una fortuna una manna
che qualcuno mi cerchi e saluti
con intenzione d’amore 

anche se spesso diluvia
su questo balcone, e a vento,
da che non c’è più il Novecento. 

12 agosto ’02

 - [-o-] -

(in bella)

Senti di nuovo il sospiro il ronzìo
rumori che credevi seppelliti
senti il sussurro e ogni tanto lo stridere
per un inciampo – sono loro, i vecchi
pennini, è forse il mondo che ritorna
agli inchiostri – non mancherà il colore –
e questo, che non vedi, è solo un campo
di vecchi, una riserva rara, eterna.
Li tiene insieme un cómpito: copiare
in bella i cento quaderni confusi
delle loro esistenze. Ascolta e impara. 

17 agosto ’02

 
 
       
 
 
 

 

 

     

 

 

 

 

 

 

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