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Smerilliana
Semestrale di civiltà poetiche

 
 
     
   
       

PUBBLICAZIONI

     
 
   
 

 

   

 

   
 

Poeti Italiani

BIANCA TAROZZI

Il Teatro Vivente

Sempre torna nei sogni
il mio teatro

fatto immenso, ingrandito
nella mente, cercato

come un mistero senza soluzione.
Chi ha inventato la storia?

Chi gioca a sistemare
i costumi e le scene

alle maschere e a dare
coi contrasti di luce

e d’ombra
un senso al giuoco?

Il teatro, una chiesa sconsacrata
in via Parigi. In quel gran vuoto buio

aleggiava un incanto di figure
dipinte, che scorgevi all’improvviso,
illuminate da qualche raggio obliquo –
un paradiso di nuvole dorate,
una santa in deliquio, una variante
secentesca del primo errore umano:
un’Eva pudibonda e un triste Adamo.

Inverno, freddo intenso
fuori, e gli attori dentro
un’accolta di pazzi, di entusiasti,
ferventi nichilisti.
Che se il luogo era strano
i ragazzi non erano da meno.
Uno sembrava Gogol: con un nero,
esotico pastrano,
con i baffi alla tartara e, nascosto,
un cuore araucano.
Le ragazze, una bruna e una rossa
con gli occhi verdi, Marianne alla riscossa,
variamente impiegate come attrici,
artiste delle luci,
suggeritrici.
Non un teatro
qualsiasi: questo
era un teatro vero
e non un giuoco ma
la messa in scena della verità.

C’era l’attore che impersonava un Dio
severo, autoritario,
un biondo e bello Uriele libertario,
ed altri ancora, pieni di speranze
di gloria, esperti in danze,
o senza né speranza né timore,
acrobati esultanti
sul filo, per amore,
tutti seguaci e apostoli
del Teatro Vivente
venuto dall’America,
oscuro recipiente
di sogni.
 
Erano i sogni a unirli: non gli stessi,
ma ognuno aveva il suo;
qualcosa aveva stranamente uniti
scompagnati destini in quel preciso
punto del centro
della città al momento
in cui ciascuno aveva abbandonato
il sentiero battuto.
La rossa era Lucifero e la mela.
E la bruna? La bruna
nel dramma aveva soltanto tre battute:
“Quest’albero dov’era?
Non l’avevo notato fino ad ora.”
E dopo:
“Ma senti un poco! E chi l’ha decretato?”
Infine: “Voglio
sapere ed esser libera di scegliere!
Mangia anche tu, Adamo!”
E Adamo, lui parlava ancora meno:
i due mangiavano
insieme il frutto, e poi se ne pentivano.

Qui mi interrompe Silvia che li vide
quell’inverno a Milano:
“Era un gruppo speciale: ma in che cosa
non saprei dire. Ricordo il modo in cui
i due mangiavano il frutto sulla scena
illuminata appena da un sottile
cono di luce. E il frutto era Matilde:
gran bellezza fiamminga,
beltà antica costretta
nei jeans, corpo materno
che nutre, che straripa: Eva mangiava
assaporando coscienziosamente
con aria inappetente
quel gran corpo”.
“È vero, si peccava per dovere
e per amore della conoscenza
ma senza gran piacere”.

L’attore che faceva
Adamo era un pittore
e scenografo sudamericano:
di Eva fece il mostro della guerra
del Doganiere, che a braccia spalancate
con in mano la fiaccola fumante
vola a cavallo scarmigliata e folle:
perché quel frutto aveva scatenato
le guerre e reso ingrato
il vivere secondo
il testo antico qui rivisitato.
 
Ma fuori dalle prove
Adamo ed Eva quieti all’osteria
accanto all’armeria filosofavano.
Il luogo era quel Largo
Respighi in cui
in passato all’aperto si trovava
certe sere il teatro
dei burattini
e i bambini estasiati
dalle forti emozioni
fissavano con occhi spalancati
le maschere munite di bastoni:
Pantaloni, Arlecchini,
e Fagiolino – col berretto a lato,
il pon pon sbandierato,
ondeggiante e rissoso –
vincitore da poco
nelle botte per gioco.

Ma i teatranti? Per loro la questione
non riguardava affatto le persone:
piuttosto tutto il mondo e il suo sistema,
il compenso e la pena, l’ingiustizia.
“Ma come si può fare?” la tenace
Eva chiedeva all’accigliato Adamo
che rispondeva piano: “No, nessuno
può farci niente.
Nemmeno Gesù Cristo ci è riuscito:
e se lo hanno ammazzato
è perché il mondo non vuole esser salvato”. 

Chiacchiere d’osteria?
Ma si vide che senza aver bevuto
un goccio Eva piangeva:
che fosse l’ingiustizia la ragione
o l’oscura mestizia
che senza alcun preavviso
ti prende, e inonda il viso
certe sere d’inverno,
le lacrime scendevano
sulle sue gote e lente gocciolavano
oltre il mento sul tavolo
spaventando l’ingenuo nichilista
che tuttavia reagendo
con coraggio virile
corse al banco a pagare. 

Giovinezze, amicizie
e vita di boheme! Le immacolate
albe per strade
ancora vuote quando gli spazzini
fischiettando si sentono padroni
della città e lo sono
e gli amanti assonnati lentamente
tornano a case separate, a stanze
di una periferia che è già campagna,
e dorme quieta al lume di una luna
protettrice e divina. 

Era il risveglio, l’emancipazione?
“Vivi come uno scapolo!” dicevano
alle figlie le madri e sospiravano;
(assenti i padri
che non si impicciavano). 

Ma perché amare Adamo?
Avvolto nel pastrano, freddoloso,
e fuori ormai da tempo
da quel suo paradiso,
continente perduto
in cui le pietre serbano il ricordo
di quando il primo mondo fu creato,
oh strano, strano
quell’Adamo spaurito
nel mondo delle macchine-elefanti
invano in moto,
invano turbinanti! 

Felici? Certo, furono felici,
furono amici: non ci fu la guerra
tra loro. Il sessantotto
era alle porte; l’inverno fu gelato
e bianco; tutto il gruppo
dei teatranti in tourné pareva solido
ma poi si sciolse con la primavera.
Allora
come torrenti furono i discorsi:
impetuosi, irridenti; nella piena
portarono i rottami sulla foce,
allagarono i luoghi deputati
e non, con quella voce
di cui ci fu chi misero sentì
la forza tale che quasi ne morì.

 

Fu dunque il sessantotto
a disperdere il loro sodalizio
spargendo tutt’intorno,
come i cerchi si allargano nell’acqua,
quella stessa domanda:
“Perché mai fare un mondo,
perché fare il teatro?”
Per la gioia, la musica,
l’allegria, l’avventura!
Fino a che non rallenta
l’impeto stesso, la splendida ouverture:
un largo che diventa accelerato,
un insperato ritmo trascinante
e poi silenzio e poi
si alza il sipario sul dramma preannunciato. 

Al cinema, nel film sulla città,
il caffè nella tazza era ripreso
dall’alto in una rapida spirale
ruotante: il café crème,
il cerchio, la minuscola tazzina,
diventavano un mondo.
Così per loro,
nella chiesa sconsacrata in via Parigi,
il gorgo, il cono roteante
di luce che trafigge
e dà vita all’istante. 

Un sussulto di luce
poi il tetro copione
che segue, con la fine
della bella stagione?
No, un teatro più vasto, il gran teatro
del mondo, eternamente
generato, vivente.
Non una causa prima
ma novità creatrice
presente alla radice
e nel fiore e nel frutto
di tutto ciò che vive,
sostenuta dall’alto
con parola potente
rinnovata a ogni istante
della notte e del giorno
in un’alba abbagliante,
nell’eterno ritorno. 

Sempre torna il teatro
nei miei sogni e l’amore
della notte e il biancore
della luna mutante

come un mistero senza soluzione.
Chi si inventa la storia?
Chi gioca a sistemare
i costumi e le scene 

alle maschere e a dare
coi contrasti di luce
e d’ombra
un senso al giuoco?


 

Bianca Tarozzi: il teatro interiore del tempo 

Bianca Tarozzi ha già altrove mostrato (vedi ad esempio il testo ‘Burattini’, da La Buranella) come teatro e poesia siano vasi comunicanti, in essi confluendo acque della medesima sorgente. 
   Il teatro, fin dalla sua origine, mette in scena un soggetto che, agendo, chiede allo spettatore (o, anticamente, al Coro, il che è lo stesso) che senso abbia il proprio agire. Il problema del perché dell’actio è comune all’actor ed allo spectator, e questi (riconoscendosi nell’attore come in uno specchio) deve rispondere nel proprio interesse: all’esito della interazione fra l’attore domandante ed il coro rispondente si ricava un senso od un nonsenso, comunque il valore di una risposta esistenziale.
   Perché in questo teatrale spectaculum entra in gioco la poesia? Se lo spettacolo sollecita, in senso letterale, la vista, la poesia dà invece corpo alla voce: come e perchè la vista e la voce si incontrano? Come e perché questi due sensi (vista ed ascolto) producono un sinergico sovrasenso? Perché la poesia è (forse principalmente) l’arte di porre domande; domande che attingono il profondo, quindi il sacro; ed anche perché il profondo ed il sacro giacciono nella dimensione dell’invisibile, quindi nella dimensione che massimamente attrae la vista e lo sguardo, tendente all’apice della possibilità percettiva, quella dell’immateriale. 
   Quando il poeta s’interroga, interroga (ma ascolta) il mondo, giacché in quel momento egli (con il consenso del ‘coro’) ambisce a farsi voce e specchio e risonanza del mondo, travalicando il confine fra il soggettivo e l’oggettivo (che probabilmente è una soggettività estesa nella tensione alla totalità di cui si evoca la appartenenza).
   Certa nostra italica avanguardia, nel declinante Novecento, ha inteso dire che il poeta e la (sua) poesia siano due cose diverse: come il fabbro sarebbe diverso dalla forgia e dal metallo forgiato. Ciò non è vero, come insegna il teatro, in cui il soggetto agente, venendo agito, si oggettivizza nello spettatore.
   Bene, questa premessa è ispirata, non a caso, dalla lettura (o dall’ascolto?) dei bei versi de Il Teatro Vivente di Bianca Tarozzi; l’Autrice propone uno scenario di teatro, e parallele scene di vita dei teatranti, che non si sa (non sanno) se siano più veri sul palcoscenico o sul coevo scenario della vita reale, che pulsa dietro le viventi maschere di un interiore teatro del Tempo. Il motivo ispiratore remoto (lo confessa l’Autrice) è il Coram Populo di Strindberg, ossia la sostanziale prefazione all’Inferno del medesimo autore: un testo sul quale si è accanito un certo qual fervore nichilistico di non pochi interpreti.
   L’estrema battuta, prima del calare del sipario, è l’interrogativo che introduceva la prima scena: ‘chi’ ha allestito le maschere di questa Commedia la cui ‘prima’, per ciascun vivente, è anche l’‘ultima’? Visto che il problema della rappresentazione è la scoperta del ‘Chi’ di cui sopra, ossia del Soggetto, of course si recita a soggetto, non essendovi alcun copione (per esistenziale impossibilità di repliche della individuale umana commedia); la recita non soggiace ad un Modo, ma solo ad un Tempo, il ritmico battito del cuore; non ha una (rivelata) Scrittura, ma solo Voce, «di cui ci fu chi misero sentì / la forza tale che quasi ne morì».
   Questo poemetto ha la forza germinale di alcuni memorabili momenti di rappresentazione allegorica (teatrale e pittorica) dell’autunno del medioevo, ove la fine è evocata e invocata, con tragica serenità, subito dopo la vendemmia del senso, di quel senso possibile ed ‘accettato’ in un universo chiuso e definito; ma il Teatro proposto dall’Autrice non è la evocazione di un senso accettato, bensì l’accettante esplorazione del non-senso, perché, nella terra di Nessuno del declinante secondo millennio, l’universo non è più né chiuso né definito, e dunque è forse ancor più inquietante «il gorgo, il cono roteante / di luce che trafigge / e dà vita all’istante».
   Bianca Tarozzi ripropone, nel Teatro Vivente, il connotato essenziale della sua poetica: tracciare percorsi di rasserenata tragedia col tono colloquiale ed affabulatorio di chi conserva e fa lievitare, nel perenne lutto d’ogni apparente presente, il pane vitale della parola.

            Alessandro Centinaro

 
 
       
 
 
 

 

 

     

 

 

 

 

 

 

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