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Smerilliana
Semestrale di civiltà poetiche

 
 
     
   
       

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La Conversazione

Wole Soyinka in conversazione con Marco Fazzini

Il Dio Ogun è ancora tra noi

Per ciò che concerne strettamente la poesia, pensa che sia ancora possibile scrivere e leggere tenendo a mente, in maniera moralmente e intellettualmente imperativa, l’impegno civile e sociale della scrittura?
Non l’ho mai pensato. La scrittura è una attività sociale e collettiva perché l’umanità è così varia che è inevitabile avere sia opere legate a questioni sociali, sia opere derivate dall’apprezzamento dei fenomeni, o altre direttamente legate ai nostri stati d’animo, ecc. Ho sempre insistito nel dire che queste sono scelte che deve fare lo scrittore, altrimenti si rischia di scadere nella scrittura di propaganda, una scrittura totalmente menzognera. Mi piace prendere una poesia e gustarmela per il modo in cui slarga gli orizzonti umani, senza che sia necessariamente impegnata da un punto di vista politico. Così se confesso di essere un consumatore di questo bene creativo debbo credere che esso sia giusto e assolutamete veritiero.

Ma da dove nasce la poesia? Da una immagine, o da una frase, o esiste, secondo lei, un periodo di gestazione che risponde a una volontà intellettiva più ampia e più alta?
Una combinazione di quello che lei dice. Può nascere da una immagine che mi sono trattenuto nella mente, o da un fenomeno che si traduce immediatamente in una immagine, o in un’espressione che poi va a descrivere un’esperienza totalmente diversa, o da un concetto puramente intellettuale che mi commuove. Può funzionare indifferentemente attraverso un concetto emotivo o politico, o talvolta addirittura attraverso uno stato d’animo in cui mi trovo, specialmente nelle ore piccole della notte. Ricordo che tempo fa questo stato d’animo mi fu procurato stando seduto a un bar, osservando la gente che si muoveva tra il fumo, i loro gesti e le loro membra, come se stessero dentro a una caverna. È un processo dagli svariati aspetti; non riesco a definirlo o catalogarlo con precisione, come anche la sua gestazione che può essere breve o addirittura lunghissima.

Parliamo brevemente di ispirazione e influenze letterarie. Ha mai, durante la sua carriera, tenuto bene a mente qualche modello, o ha tratto idee da qualche scrittore in particolare?
No, non riconosco alcun tipo di influenza letteraria. Lascio questa attività ai critici letterari e agli analisti. Considero la creatività come una giuntura sempre in attività attraverso variazioni ben congegnate, consciamente o inconsciamente, sopra sentieri inventivi sempre nuovi. Si potrà anche dire che l’Opera da tre soldi di Brecht si è plasmata sull’Opera del mendicante di John Gay, e che ne esistono versioni ambientate in Nigeria e nella Repubblica dell’Africa Centrale. Queste sono influenze dirette e scoperte. Per ciò che mi riguarda sento di non avere alcun controllo sulle influenze inconscie e nascoste del mio operare.

Facendo riferimento alla serie di poesie che vanno sotto il titolo di “Chimes of Silence”, contenute nel libro A Shuttle in the Crypt (1972) scritto durante la sua prigionia, lei afferma che fu in verità quel tipo di evocazione degli eventi – un’evocazione che non ammette null’altro che l’immutabilità della natura umana – a innescare i peggiori momenti d’un grave pessimismo. Vede ancora l’umanità in quel modo?
Stavo pensando agli aspetti predominanti di ciò che esiste di più negativo nell’umanità, quella negatività che riesce a direzionare il mondo intero. Se osserva il mondo d’oggi e pensa a ciò che è più importante e imprevedibile dell’umana condotta e dell’umana natura, noterà chiaramente un’ascesa dell’intollerranza, di quell’intolleranza omicida che uccide nel nome della pietà. È questo che mi porta a riflettere sulla natura umana in generale, e sull’eterna contesa tra il partito del potere e quello della libertà, una contesa in cui siamo spettatori di orrendi risultati non solo a spese dell’umanità ma anche di persone ordinarie come io e lei. La volontà di dominare è sempre stata preponderante nella storia dell’umanità, manifestandosi per esempio in quella sorta di dogmatismo circolare tipico della teocrazia, causa di molte negatività del potere...

... ciò che più mi ha disturbato nella sua nota al libro del 1972 è la parola “pessimismo”. Capisco, ovviamente, la tragicità del periodo storico in cui fu scritto il libro e le traversìe da lei affrontate durante gli anni della sua prigionia, ma a vederla e conoscerla oggi come persona estremamente disponibile e positiva, con questa carica singolare di energia creativa, penso a lei come all’ultima persona in grado di parlare di pessimismo nei confronti dell’umanità.
Proviamo a usare una metafora: Sisifo e le sue fatiche. Lui continua a portare massi su per la collina, e i massi continuano a scivolare giù, e comunque la volessimo interpretare – psicologicamente? mitologicamente? spiritualmente? – quell’attività è qualcosa che lui si sente di continuare a fare, nonostante sia cosciente che di lì a poco dovrà ricominciare il lavoro tutto daccapo. Il fatto che lui vada giù di continuo mi porterebbe a pensare a una interpretazione pessimistica del mito, eppure il processo mi chiama a osservare la sua ostinazione. Si tratta di una situazione binaria. Lui agisce a dispetto di, malgrado quel senso travolgente di futilità. Ogni altra scelta lo porterebbe a sdraiarsi e morire. Uso questa metafora non per descrivere me stesso ma ciò che osservo della realtà del mondo, un mondo che cerca di far pace in un suo angolo e poi fa guerra in un altro, o istituisce processi per i crimini contro l’umanità mentre gli stessi crimini vengono commessi da qualche altra parte, come se il meccanismo non fosse stato avviato per trattare delle sole attività positive, o delle sole negative.

La figura di Ogun, Dio della Guerra e della Creatività, dei Metalli, della Strada ma anche Riparatore di Diritti, Esploratore (Colui che Va per Primo), è sempre stata una presenza costante nella sua opera sin dal poemetto, Ogun Abibimañ, che lei scrisse nel 1976 per lanciare un ferreo invito alla lotta contro le diseguaglianze razziali del Sud Africa. Mi sembra di ravvisare in lui la stessa caratteristica binaria di cui mi parlava poc’anzi. Potrebbe descrivere qual è la particolare attrazione che questa divinità le ispira?
Ogun rappresenta il volto ricorrente della condizione umana, la componente creativa dell’uomo ma anche la sua distruttività. La particolarità di Ogun, una delle tante divinità yoruba, risiede nella prerogativa del rimorso e della restituzione nei confronti degli umani. Si tratta di un dio lirico, eppure lui è anche il protettore delle aziende agricole e il demiurgo che sovrintende allo sviluppo tecnologico, oltre che essere, ovviamente, il Dio dei Metalli. Per questo lo vedo particolarmente pertinente allo sviluppo scientifico contemporaneo; si pensi ai piloti, agli astronauti, ai motociclisti... È uno strano individuo, sia lirico che guerriero, e contiene quella mistura di elementi diversificati che mi attrae particolarmente e che mi spinge a investigare ulteriormente il personaggio.

So che lei ha aiutato, negli Stati Uniti, la nascita di un nuovo centro di studi sulla traduzione. Mi può parlare di questo progetto e delle idee che stanno dietro al suo impegno nei confronti di questa attività a volte definita un’arte minore nel campo della scrittura?
Tutto questo nasce dal fatto di essere un soggetto coloniale, uno che ha subìto l’imposizione di una lingua straniera come mezzo d’espressione, ma anche dal fatto di essere cosciente che il popolo yoruba è diviso in aree anglofone, francofone e addirittura germanofone, in particolare quelle verso la costa del Togo. Molte nazionalità africane, di converso, sono confluite all’interno dello stesso confine nazionale, e lo stesso di conseguenza è avvenuto per molte lingue. Sono convinto che molte etnie e molti ceppi linguistici debbano essere preservati per assicurare una continuità alle varie identità, portatrici a loro volta di culture e storie del tutto singolari. La traduzione quindi assume una particolare funzione, ed è per questo che è sempre stata una preoccupazione attorno alla quale ha ruotato il mio lavoro.
Quando negli anni sessanta, con l’appoggio di Senghor, si pensò di promuovere lo swahili come la lingua di tutta l’Africa nera, la traduzione divenne una strategia non solo linguistica ma anche culturale e politica. Ovviamente, per poter diffondere le opere scritte in altre lingue e renderle visibili a un più ampio pubblico africano, la traduzione in lingua swahili risultò uno dei programmi sui quali si puntò con più insistenza. La traduzione per me, quindi, va di pari passo con la creatività. Inoltre di recente, presso l’Università del Nevada, l’Istituto di Lettere Moderne ha avviato un particolare programma per la traduzione letteraria, sia per promuovere la traduzione in inglese di opere scritte in altre lingue sia per concedere borse di studio e di ricerca su autori e poetiche. È curioso osservare che il tutto avviene a pochi passi dai casinò di Las Vegas, dove l’interesse per la poesia e la traduzione temo sia molto scarso. Questo programma si finanzia attraverso uno speciale progetto che prevede entrate provenienti da collezionisti di opere d’arte e libri d’arte; tutti i proventi sono indirizzati verso la traduzione e il finanziamento di uno speciale asilo per scrittori perseguitati in tutto il mondo da governi corrotti e totalitarismi di spietata violenza.

Nell’introdurre la sua traduzione della Foresta dei mille demoni di D.O. Fagunwa, lei osserva che lo scrittore yoruba incarna la fusione di suono e azione, ponendosi sia come il “buon raccontatore” entusiasta che come il “pio moralista”. Mi sembra che queste definizioni si potrebbero adattare anche alla sua stessa opera e alla sua intera carriera di scrittore. Che ne pensa?
Per ciò che riguarda l’aspetto del “pio moralista” credo ci sia bisogno di interpretare questa frase pensando a un mio schema ben preciso di imperativi morali concernenti la società, la condotta umana e le relazioni umane. La mia opera, più che da una sorta d’approccio pio alla materia, mi inquadra come un moralista sociale. Ovviamente, scegliendo di tradurre quell’opera, ho verificato che quel mondo di moralità tra le divinità di cui tratta Fagunwa si trova assai vicino al mio temperamento, tanto da poter parlare di affinità elettiva, anche se questa frase viene usata e interpretata dai vari critici in modi alquanto differenti. Si pensi per esempio a Ogun; eppure, mi piace avere la possibilità di scegliere e non di accettare acriticamente ciò che viene da altri scrittori. Ho voglia di esercitare una certa selettività all’interno dell’universo morale delle divinità. La strutturazione della mia mitologia è del tutto indipendente e, nel suo approccio percettivo, non deve nulla ad altri.

È ovviamente rischioso generalizzare, ma pensa di poter ravvisare, per i paesi africani in generale, la volontà di intraprendere un nuovo percorso verso la democrazia?
La mia definizione di democrazia è veramente semplice: partecipazione, strutture di responsabilità, separazione delle varie funzioni statali in legislativo, esecutivo e giurisdizionale a tutela del controllo. La democrazia per me può avere valore solo se le varie risorse della nazione e i mezzi per accedere a quelle risorse sono accessibili a tutti. Quando sono presenti queste certezze, le strutture superficiali assumono una importanza secondaria; non importa se ci si trova di fronte a una democrazia che ha una forma di governo parlamentare, presidenziale, o semi-presidenziale, o a quel tipo di democrazia che in Africa viene definita “di consenso”. I paesi africani possono migliorare, ma quando quel nocciolo di principi democratici viene rispettato non mi sento di oppormi a nessuna sperimentazione formale.

Dopo il colonialismo, l’indipendenza, la post-indipendenza e gli anni bui della corruzione dilagante, dove sta andando oggi la Nigeria?
Sfortunatamente la Nigeria sta ancora cercando di migliorare una democrazia che fu imposta dai militari. Per questo non accetto l’idea che siamo in una fase di democrazia piena, almeno non prima di aver avuto una conferenza nazionale di tutti i popoli e di aver deciso che tipo di nazione vogliamo. Se accettiamo supinamente altri compromessi tra il retaggio del potere coloniale e gli imperatori militari, non penso arriveremo a una democrazia. Al momento stiamo solo rabberciando quello che già esiste, e barcolliamo da una crisi all’altra.

Lei ha di recente presentato il suo ultimo lavoro teatrale in Sud Africa. Ci può parlare della forza ironicamente denunciataria di King Baabu e della reazione avuta a Città del Capo?
King Baabu fu in realtà già lanciato in Nigeria nel luglio dello scorso anno. Si tratta per me di una sorta di vendetta creativa contro il potere, la corruzione e la disumanizzazione. Non ho voluto direttamente riferire l’opera a un singolo paese africano, quale la Nigeria, perché mi è sembrato importante far uso di un più ampio scenario africano, anche se ovviamente le angherie di questo leader rimandano a ciò che è avvenuto nel mio paese. È stato rappresentato a Zurigo, visto che il regista è svizzero, e quest’anno in Sud Africa, dove mi sono recato di recente (a Città del Capo e a Pretoria), e poi nel Lesotho.
Ciò che più mi ha colpito della reazione riscontrata a Città del Capo non è stato solo il collegamento che hanno fatto tra il mio personaggio autoritario e Mugabe, il leader dello Zimbabwe che sta opprimendo il suo popolo, ma l’inaspettata pertinenza che hanno avvertito per tendenze simili all’interno del Sud Africa. L’insistenza mostrata nel tracciare quel parallelismo mi ha imbarazzato, visto che mi è difficile pensare al Sud Africa di oggi come a un paese degenerato fino al punto da trovare analogie con ciò che dico nel mio dramma. Eppure, dopo lo spettacolo, ho parlato con un dirigente dell’African National Congress che era andata a vedere lo spettacolo a Pretoria e, nonostante abbia rilevato che l’opera generalizzi sull’Africa tutta, la performance è per lei risultata scioccante, tanto che non ha voluto rilasciare commenti, ma si è limitata a chiedere subito e semplicemente un whisky!

Ci anticipa quale sarà il suo prossimo lavoro?
Sto lavorando a un nuovo dramma, ma non parlo mai dell’argomento e delle tecniche prima che sia ultimato. Per ciò che riguarda la prosa è già da tempo che non lavoro a un nuovo romanzo, e per ora non penso ci sia l’immediata prospettiva di scriverne uno. Tanto meno nuovi film: dipendono troppo dal capitale e da forti finanziamenti. Ne ho diretti in passato, lavorando con budget bassi o inadeguati. Non me la sento più di operare in quel modo, a meno che non abbia la somma adeguata per realizzare quello che ho in mente.

Sapeva che Pier Paolo Pasolini, attorno alla fine degli anni cinquanta, scrisse un’introduzione a un’antologia di poesia di poeti neri dall’Africa e dagli Stati Uniti, segnalando la poesia d’un poeta promettente dalla Nigeria dal nome Wole Soyinka?
No, non ricordo questo dettaglio. Deve essere successo nel 1959, o giù di lì, dopo aver abbozzato i miei due primi drammi, The Swamp Dwellers e The Lion and the Jewel, e aver diretto, in teatro, una serata (“Evening”) dedicata ai miei lavori giovanili, un programma che incluse poesia e canzoni, oltre a frammenti teatrali incentrati sulla tematica del razzismo e dell’apartheid. Ammiro molto l’opera di Pasolini ma mi rincresce di non averlo mai incontrato, anche se in quegli anni, grazie alla mia attività svolta a Leeds e a Londra, siamo entrati in contatto con tutta una serie di intellettuali che ovviamente ammiravamo e stimavamo.

Ho visitato il Sud Africa qualche mese fa e sono stato informato della rapida scomparsa di editori di poesia, un genere in declino anche in altre parti del mondo, compresa l’Europa. Di recente, per esempio, la Oxford University Press ha chiuso la sua collana di poesia contemporanea, mentre molti dei poeti appartenenti alle aree periferiche  del Regno Unito (la Scozia, il Galles e l’Irlanda) si trovano oggi costretti a cercare canali londinesi o newyorchesi per poter far uscire i loro libri. Pensa sia una fenomeno fisiologico o esiste una qualche sorta di strategia economica che rema contro i principi sui quali, in passato, si è basata la poesia?
Penso che il motivo sia principalmente economico. Sto pensando alla enorme diffusione dei prodotti tipicamente consumistici come i computer con i loro giochi elettronici, e tutte le altre gratificazioni a buon mercato, come la televisione e la video-music, delle vere e proprie emittenti di immagini, del tutto simili a un caleidoscopio. Può darsi che tutto questo non influenzi la poesia – oggi la poesia va anche sui compact disc, o in metropolitana o su grandi camion dell’immondizia che la rendono visibile sulle strade – ma sappiamo che la poesia richiede concentrazione. Forse riesco a leggere un romanzo mentre qualcos’altro accade attorno a me, ma trovo difficilissimo leggere una poesia in presenza di altre distrazioni. Ho bisogno di tempo, concentrazione e spazio per leggere una poesia. È forse per la crescente difficoltà a trovare concentrazione che si sta verificando il declino degli editori di poesia.

Pensa che il ruolo dell’intellettuale africano sia cambiato negli ultimi anni?
Penso che lo scrittore africano non sia stato costretto solamente a confrontarsi fin dall’inizio con il potere coloniale e con quello neo-coloniale, sia economico che culturale, e poi con le multinazionali e la globalizzazione, ma soprattutto a guardarsi bene dal modo in cui quelle presenze possono diventare degli slogan di distruzione provenienti dai così detti padroni coloniali interni. Visto che in Africa barcolliamo da una orrenda tragedia all’altra, si è ormai capito che il potere e la volontà di dominare e di opprimere non ha colore, e che lo scrittore africano deve mettere la sua penna in quelle pieghe in cui si possano denunciare i nemici. Basti pensare non solo ai megaliti dell’industria ma anche ai megaliti dei mezzi d’espressione; stanno iniziando a controllare anche i piccoli giornali o le piccole riviste, in mano oggi a individui senza volto che riescono a gestire e indirizzare l’indole e l’ideologia dell’opinione. Credo nella libertà di parola.

 


WOLE SOYINKA

Due frammenti da A Shuttle in the Crypt
 (1972)

Rintocchi del silenzio

Alla prima, esiste uno spioncino sui vivi.
S’intrufola nel cortile dei lunatici, degli ergastolani, dei nervi violenti e violati, degli zoppi, dei tubercolotici, delle vittime del sadismo del potere nascosti prudentemente alle domande. Un piccolo buco quadrato intagliato nella porta, abbastanza grande perché il pugno d’un carceriere ci passi per manipolare il catenaccio da entrambi i lati. Abbastanza grande anche per me per – casualmente, oh così casualmente – rubare uno sguardo veloce al raro balenìo d’una mano, un volto, un gesto; più spesso una macchia indistinta di color cachi, il quadrato piazzato del retro d’una guardia dall’altro lato.

Finché un giorno, un rumore di martello. Un assalto di colpi che durò tutta la mattina, moltiplicato e amplificato dai poteri singolari della mia cripta. (Quando tuona, il mio teschio è l’incudine degli dèi.) Per mezzogiorno quella breccia è sanata. Solo il cielo è ora aperto, un cielo dalle dimensioni d’un fazzoletto intrappolato da lunghi spuntoni e bottiglie rotte, ma nondimeno un cielo. Gli avvoltoi si appollaiano su un tetto appena visibile da un altro cortile. E corvi. Gru sorvolano la mia cripta e pipistrelli s’affollano al tramonto. Pipistrelli albini, d’un pallido malaticcio, che emettono bip radar per muoversi quatti quatti nella mia camera d’eco. Ma il mondo è morto, d’improvviso. Per un’eternità, dopo aver cessato, le martellate sostengono la loro veemenza. Persino il cielo si ritira, morto.
Sepolto vivo? No. Solo qualcosa di cui gli uomini leggono. Svaniscono i gavitelli e i segni di confine. Lentamente, impietosamente, la realtà si dissolve e la certezza tradisce la mente.

Giorni settimane mesi poi, improvviso come quella prima morte, un nuovo suono, una processione. S’avvicinano dei piedi, portandosi dietro uno sferragliamento di catene. E ora un’altra violazione a lungo rimasta indifferente, vacua, una cateratta aperta alla base del muro, questa vuotezza lentamente, sgraziatamente, inizia a inquadrare piedi incatenati. Nulla è mai passato così vicino, così ponderosamente al di là della cateratta del Muro del Pianto. (Lo avevo chiamato così perché guarda il cortile dove una voce urlava in agonia per tutta la notte per morire all’alba, non sorvegliata. Si tratta del cortile da cui s’innalzano inni e preghiere con una costanza eguagliata solamente dalla veglia di corvi e avvoltoi.) E ora, piedi. Nudi tranne un paio di stivali che camminano coscientemente a peso morto per sposare il passo dei catenacci degli altri. Verso mezzogiorno la stessa processione ripassa nell’altra direzione. Qualche giorno più tardi ecco di nuovo quella processione e io conto. Undici. Il terzo giorno di questa processione si sveglia nell’alba più lunga che sia mai nata e morta dal silenzio, un silenzio gonfio e spaventoso. Il mio conteggio si ferma bruscamente a sei. Null’altro. In quell’istante il rituale viene denudato, il silenzio, la cospirazione furtiva dell’alba, quei segreti smorzati martellano più forte dei catenacci nella mia testa, tutto tutto è denudato in una comprensione paralizzante. Cinque uomini stanno camminando nell’altra direzione cinque uomini che camminano persino più lentamente, stancamente col peso del mondo in ciascun piede, in ciascun passo verso l’eternità. Li ascolto fermarsi a ogni brandello di vita, a ogni battito del silenzio, a ogni moto del sole, quei cinque per cui il mondo sta per morire.

Suoni. Suoni acquisiscono una quarta dimensione in una cripta vivente. Una definizione che, come nel caso del tuono, diventa fisicamente insopportabile. Nel caso di quelli attesi ma inuditi, fisicamente punitivo. I bip provenienti dai pipistrelli albini butterano il chiacchiericcio del vespro – musulmano e cristiano, pagano e inclassificabile. La mia cripta diviene un calderone, una campana invertita di fedi le cui sonorità vengono ammassate, agitate, scremate, setacciate nella trama e nell’ordito della muffa fuligginosa sui muri, del fungo vellutato e verde tessuto dalle scaltre dita della pioggia. Da oltre il Muro delle Nebbie la perversa pietà delle donne, quella pazienza inumana per cui sono nate scarroccia via a sferzare l’angoscia dal Muro del Purgatorio. Un battito d’ali – una saetta bianco ocra, un piccione selvatico tra tuffi e incroci, una spoletta instancabile che fila chiazze di sole attraverso questo telaio scurissimo. Oltre e sopra il muro esterno, uno stropiccìo di foglie – il volto d’un ragazzo! Un cacciatore sincero strappa via la maschera, nell’innocenza – a un labirinto malvagio. Conoscerò la sua voce quando i canti dei bambini avranno invaso il calderone dei suoni al crepuscolo, questa intrusione pulsante nella casa della morte.

Il sole sta nascendo dietro lui. La sua testa si dissolve nella pozza, una spoletta affonda nel feroce telaio.

 

Viaggio

Non sento mai d’essere arrivato, sebbene giunga
Alla fine d’un viaggio. Ho imboccato la strada
Che perde quota alle domande, eppure mi trasporta
Giù verso l’altra terra di ritorno. So che
La mia carne è piluccata a dovere, persa
Per pesci nervosi tra scafi arrugginiti –
Li ho sorpassati lungo il mio tragitto

E così con pane e vino
Mi manca la spartizione con la sconfitta e la penuria
Li ho sorpassati lungo il mio tragitto.

Non sento mai d’essere arrivato
Sebbene l’amore e il benvenuto mi accalappino verso casa
Usurpatori porgono la mia tazza a ogni
Banchetto un’ultima cena.

(Traduzioni dall’inglese di Marco Fazzini)

 
 
       
 
 
 
             
     
 

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