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Smerilliana
Semestrale di civiltà poetiche

 
 
     
   
       

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Poeti Stranieri

PER AAGE BRANDT

Poesie scelte

 

Traduzione dal danese e cura di Eva Kampmann

 

Poetica/mente

È impossibile conficcare chiodi con la parola martello
ma qui Ella potrà specchiarsi nella parola specchio
e avrà altresì l’occasione di leggere la parola scrittura
 

Questi tre versi di Brandt, che costituiscono l’epigrafe di Pamplona (1971) ben riassumono a mio avviso quella che sarà la caratteristica distintiva di tutta la sua opera poetica: la poesia diventa specchio di se stessa, ma non fine a se stessa. La lingua, da astratto mezzo di espressione passa in primo piano diventando una realtà concreta da esplorare. Insomma: meta-poesia. Inizialmente, in sintonia con lo spirito del tempo, la produzione poetica di Brandt ha connotazioni prevalentemente politiche (leggi marxiste), ma non propagandistiche. Quella di Brandt è, già in questa fase più “impegnata”, una vena più sottile, fatta di giochi testuali, di sovrapposizioni e accostamenti di cliché, di registri linguistici diversi che sfociano nell’ironia, nel paradosso, nel sarcasmo, nello straniamento. Con il passare degli anni l’elemento politico acquista un’impronta più sociale e, insieme a quello psichico e a quello linguistico continua a trascinare il lettore che accetti la sfida di ignorare i canoni – o i pregiudizi? – della poesia “ortodossa” in un irresistibile quanto spiazzante gioco intellettuale che ora lo inquieta, ora lo stupisce, ora (e verrebbe da dire, proprio malgrado) lo scuote con un “brivido poetico”.  Chi apra uno dei libri di Brandt si ritrova immerso in una sorta di work in progress mentale senza un inizio né una fine precisi. Un percorso discontinuo, fatto di annotazioni aforistiche, di frammenti e di composizioni più corpose e tornite che si rincorrono a ritmo serrato, quasi una serie infinita di “non finiti”, un ipertesto che fotografi con le parole un processo di conoscenza. Nell’ultima raccolta, Om noget – og hvad deraf følger (2001) [Intorno a qualcosa – e a ciò che ne consegue] da cui sono tratte le poesie qui pubblicate, questa particolarità appare accentuata: tutti i testi si aprono con una lettera minuscola e si chiudono senza il punto, sono separati dai successivi solo da un asterisco e non pretendono il privilegio di una pagina tutta per sé. Inoltre, non hanno titolo; solo alcuni sono seguiti da un “sottotitolo” sistemato tra parentesi in basso a destra, che talvolta completa la composizione, talaltra sottolinea la distanza ironica con un colpo di coda. Proprio per questo, credo, Brandt ha intitolato i suoi due primi volumi semplicemente “Poesia”, e ha voluto questa parola in tutti gli altri titoli che sono seguiti fino a oggi. “Poesia” al singolare, come indicazione di genere e, probabilmente, per indicare che abbiamo a che fare con un percorso poetico, e non con una serie di “poesie” nell’accezione comune del termine.
   In Danimarca il Brandt accademico è stato più volte criticato di essere un saggista troppo poetico, e il Brandt poeta è stato accusato di essere troppo accademico. Per quanto riguarda la sua produzione poetica, a parte il giudizio entusiastico di alcuni recensori – fortunatamente sempre più numerosi – le critiche sembrano dovute soprattutto alla mancanza di paragoni e di strumenti d’analisi: Brandt è uno dei pochi outsider del panorama poetico dominante, che è ancora ancorato a un gusto “tradizionale” e ha frequentato poco la poesia americana e francese. Basti pensare che l’unico studio esaustivo della sua opera poetica, iniziata, ricordiamolo, più di trent’anni fa, è la coraggiosa tesi di laurea del poeta Tomas Thøfner, che mi è stata di grande aiuto per scrivere queste righe.

Eva Kampmann

  (Silenzio).

– Sei così assente.
– Anche tu lo sei.
– Spiegami perché.
– Spiegamelo tu perché.
– Mi rende tanto infelice.
– E secondo te io come sto.
– è quello che ti chiedo.
– Mi rendi assente.
– Ma se sono proprio qui.
– Lo sono anch’io, e smettila.

(Silenzio). 

*

la vita non è un racconto, per quanto si racconti
della vita, dapprima c’è calma e pace, poi un impercettibile
tremito, che si ripete un paio di volte, sempre più
inquietante, finché non c’è più un pavimento,
e mentre prima ero io a muovere il mondo, adesso è
il mondo che mi spedisce in senso letterale
verso una destinazione ignota, mi sveglio in una stanza o
è una bottiglia, sono forse diventato una mosca, comunque alla fine
striscio fuori dal collo e dentro un’altra bottiglia,
o è una stanza, comunque volo fuori dalla finestra,
e là, davanti a me, c’è un albero che sussurra nel vento, mi
poso su una foglia e valuto la situazione, chissà
dov’è che abito, sì, là, proprio di fronte; allora mi calo
adagio giù sul marciapiede, saluto cordialmente due mendicanti,
che mi chiedono se per caso ho due corone, una per ciascuno,
e mi dirigo lentamente e pensosamente verso il mio portone,
ma sono anche senza chiavi, allora giro
i tacchi e mi avvio per il mondo, spingendomi fin nella vita, che
non è un racconto, là si può essere e camminare e stare
come si vuole, e muovere tutto il possibile e l’impossibile 

*

il gatto s’appiattisce sulla ghiaia bianca e annusa
una farfalla notturna, infatti è notte, e gli insetti ruotano
intorno a tutti gli oggetti bianchi, quasi fossero luci,

cani e mezzi di trasporto cantano tra i fianchi dei monti,
dove abitano gli uomini,
cediamo lo spazio agli oggetti e ci caliamo sipari d’immagini
sopra gli occhi,
la notte è più pesante dei nostri corpi, molto più fredda
e più esperta

*

non è vero che non è vero
che non è vero che non è vero
che potevamo fraintenderci a tal punto,
no? sì, no, forse è possibile, dopo tutto…

*

una colonna cubica di nuvole in un cielo privo di peso
la facciata di una casa le cui finestre non battono ciglio
un sonaglio senza buffone ma posato su un assito cigolante
un corpo nudo di donna dipinto e incorniciato nell’oro dell’intimità

(magritte)

*

la luna non è un essere vivente, è
una luna fra tante altre, e anche se
la chiamiamo per nome e a testimone di
cose che di colpo facemmo davvero e abbiamo
fatto, e quel che è fatto è fatto, e cose sono successe, e
quello che lei con il suo grande furioso occhio giallo
vide e ha visto, è visto, anche se forse una nuvola passò
davanti nel momento decisivo, in cui una cosa
divenne così eternamente eterna, che è eterna ancora adesso,
purtroppo non possiede molta coscienza,
come noi del resto, le nuvole vagano furiose e nere
davanti ai nostri momenti, che la luna conosce

                                                              (astro-blues)

* 

ogni danza inizia da capo, non esiste
una meta-danza, eseguita “sopra” la
precedente; diversamente accade con le
frasi della lingua, ma non con i baci, gli sguardi
e altre intimità: in certi casi

forse le frasi iniziano comunque
da capo ogni volta scaturendo da
niente, come la prima battuta della sonata e
l’evento preliminare dell’abbaio di un cane:
prima di me niente, dopo di me forse qualcosa

                                            (e ciò che ne consegue)

*

prima si è uno qualunque e basta,
poi si è quello che deve fare qualcosa di preciso,
infine si è quello che tu incontri, e nessun altro

*

comincio a conoscere me stesso
dal trotto, id est il lavoro delle gambe,
quel che le braccia, le mani e le pieghe
del viso potrebbero mai fare
nel frattempo, e non è cosa
da poco, ma non fa alcuna differenza,
in quanto questo lavoro conduce
colà dove porta, sebbene con
variazioni, che non cambiano punto
la situazione, la via, l’innominabile via

                                      (… al servizio di una causa superiore)

*

fra poco sarà tardi, la bianca quadratura della luna
veleggia indissolubile e incontrastata sulla volta,
sotto la molteplicità degli dèi, questa voce sola,
ferita da notti e giorni, sfregiata e lucida come
una vecchia canzone, il cui ritornello
è nuovo e sempre lo stesso, a dispetto delle 

metamorfosi degli eterni, fra poco discenderanno tra
i mortali e li moltiplicheranno nella beatitudine
e nel dolore, come una pioggia d’oro, torrenziale, mentre
il cerchio della vela d’argento ripete: in girum imus

                                                                            (nocte ecc,)

*

lo spazio, senza il quale le cose non esisterebbero,
il tempo, senza il quale non agirebbero le une sulle altre,
il numero, senza il quale questo non accadrebbe volta dopo volta,
come una goccia colpisce una pietra, un’ala sfiora una gota,
un Cuore colpisce se stesso o sfiora un altro con il suo battito

*

il giorno è assai lungo
la sua notte non lo contiene
i suoi resti guizzano come spettri nudi
fuori del buio: ombre luminose lungo l’orizzonte

 
 
       
 
 
 

 

 

     

 

 

 

 

 

 

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