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ROBERT GERNHARDT
Poesie
scelte
Traduzione dal tedesco e cura di Gio Batta Bucciol
Robert
Gernhardt, nato nel 1937 a Reval in Estonia, ma cresciuto e
formatosi in Germania, è un autore poliedrico, noto come
disegnatore, fumettista, pittore, ma anche come poeta, narratore e
saggista. Un talento così versatile ha saputo dissipare – afferma
la Frankfurter Allgemeine Zeitung – lo scetticismo dei tedeschi
nei riguardi del multitalento. “Ci si è abituati al fatto che un
cartoonist di valore possa essere anche un notevole poeta lirico.
Si è imparato che una poesia comica possa essere anche una poesia
compiuta.” Una scrittura come quella di Robert Gernhardt predilige
in molte composizioni in versi e in prosa la pratica intertestuale
e quindi esige una lettura al secondo grado. Costruendo i suoi
testi in prosa Gernhardt si serve dei generi a disposizione per
esplorarne nuove forme espressive, per svilupparli ad absurdum o
per sottoporli ad adattamenti ironici. Ciò gli dà, ad esempio, la
possibilità di trattare con effetti comici le frustrazioni di
un’intera generazione o, in Ich Ich Ich (Io Io Io), di creare una
parodia del romanzo d’artista.
Per
quanto concerne la produzione lirica, Gernhardt ci offre, oltre la
parodia bianca del pastiche, la parodia legata a un chiaro
giudizio di valore. Il gioco intertestuale è bidirezionale: non
serve solo a costruire il testo, ma intende anche veicolare un
giudizio più o meno criptico nei riguardi del testo di riferimento
anteriore, l’ipotesto nella formulazione di Gérard Genette. Così i
testi di Gernhardt possono impegnarsi ad evocare, a livello di
suggestione fonica, la musicalità dei classici della lirica
tedesca, siano essi Goethe o Heine e, a proposito del gioco
mimetico con la musicalità goethiana, Gernhardt afferma: “Questa
poesia [Dornburg, September 1828] dell’ottantenne Goethe, non
appena l’ebbi letta, cominciò a perseguitarmi giorno e notte.
Soprattutto la prima e l’ultima riga ed anche il senso dell’ampio,
chiaro arco linguistico che si tende dall’inizio alla fine: questi
tre elementi emergevano sempre in me arbitrariamente come da una
martellante semincoscienza….”. Dalla suggestione di un’unica
poesia – dalla già citata Dornburg con la sua insistita simbologia
dei punti nodali del giorno: il mattino, il meriggio, la sera –
germina il breve ciclo Settembre con Goethe, oscillante tra
omaggio e parodia, che Gernhardt inserisce nella terza sezione di
Klappaltar e di cui la nostra succinta silloge riporta qualche
esempio: si veda, in particolare, Scendendo verso Montevarchi con
la sua sfolgorante simbologia della luce del giorno. Ma il nostro
autore sa individuare e scegliere come ipotesto di riferimento
alcune composizioni liriche, preferibilmente del passato
romantico, che ormai sopravvivono quali reliquie di un gusto
improponibile: le sa smontare con soave perfidia rivelandone,
nello scatto comico-parodistico, le assurdità sottese. In tale
esercizio dà sfoggio di un particolare talento capace di
inventarsi irresistibili giochi verbali. Ed è qui che si rivela,
tra l’altro, in tutta la sua portata anche la vitalità della
tradizione del cabaret letterario tedesco, un genere che ebbe uno
sviluppo rigoglioso nella Berlino precedente l’avvento del nazismo
e che amava prendere di mira i tabù del sesso e della storia
tedesca. Il tanto celebrato nonsenso di questo filone letterario,
che poteva giungere a sorprendenti effetti surrealistici, è in
realtà trattato da Gernhardt, il più delle volte, in una
prospettiva di razionale illuminismo. A ciò mirano in ultima
analisi gli accostamenti insoliti, la rima insistita, la
scomposizione grottesca, bizzarra e clownesca delle parole: far
intuire oltre il disordine della reale e sconvolta superficie
delle cose il senso di un più vero ordo sotteso. E a ciò mira
anche la denuncia di un linguaggio quotidiano intriso di falsi
accenti consolatori: nella seguente poesia la pietas per la morte
del piccolo animale viene travolta dalla retorica di un
sentimentalismo gratuito e, a ben guardare, cinico: Krankes,
gutverstecktes Tier, / Hab Vertrauen, komm zu mir, / Ich bin’s
doch, dein Schätzchen. / Sei nicht ängstlich, Kreatur, / Schau,
ich bringe dir ja nur / Deinen Tod, mein Kätzchen. (Als wir die
Katze einschläfern lassen mussten). [Malato, rincantucciato
animaluccio / abbi fiducia, vieni qua – / sono io, il tuo
tesoruccio. / Non aver paura, creaturina, / guarda, ti somministro
solo / la tua morte, o mia gattina. (Quando dovemmo ricorrere
all’eutanasia per la gattina)].
L’umorismo, la satira, la parodia non devono impedire di vedere un
filone che si snoda sotterraneo, ma insistente nella produzione di
Gernhardt ed è costituito da una vena lirica d’intimo
autobiografismo e di pacato se non tragico umore esistenziale: Ich
auf meinem Hügel, / nackt und verletzlich. /Alles Lärmen betrifft
mich, / jeder Lichtschein verletzt mich. / Jedwede Störung /
verstärkt und vernetzt sich, / meint mich und trifft mich, / jagt
mich und hetzt mich. / Halte sonst stand. / Nur hier nicht und
jetzt nicht. / Nicht auf meinem Hügel, / nicht nackt und
verletzlich. (Heilloser Hügel). [Io sulla mia collina, / nudo e
vulnerabile. / Ogni rumore mi colpisce, / ogni luce mi ferisce, /
ogni disagio / cresce e si addensa, / mi scorge e a me si volge, /
mi insegue e incalza. / Di solito oppongo resistenza. / Ma non qui
e non ora. / Non sulla mia collina, / non nudo e vulnerabile.
(Collina funesta)].
I
fuochi pirotecnici di una lussureggiante ispirazione verbale si
sono qui placati, lasciando spazio a una inattesa quanto scarna
essenzialità espressiva. Accanto alla critica sociale, espressa
ora in modo sereno e distanziato, ora in crescendo memorabili, ma
sempre con una consapevolezza molto acuta della complessità
formale, si affermano una più sottile annotazione e una vibrazione
interiore che introducono ed approfondiscono la dimensione
esistenziale della produzione lirica di Robert Gernhardt.
Gio Batta Bucciol
La
notte delle notti
C’è
qualcosa nell’aria:
il
suono particolarissimo
di
un’eccessiva promessa
che
sarà però mantenuta.
Qualcosa si aggira stanotte
e chi
vi porge ascolto, è saggio.
Chi non
lo sente, corre il rischio
di
mantenere la testa ferma sul collo.
Lucida
e limpida è la testa
e la
notte piena di rumori.
Calda è
l’aria e carezzevole –
ma se
la testa perderai, ricco ti troverai.
Nacht der Nächte Es liegt
was in der Luft, / ein ganz besondrer Klang, / der vielzuviel
verspricht, / jedoch er hält es auch. // Heut nacht geht etwas um,
/ wer darauf hört, ist klug. / Wer’s überhört, riskiert, / dass er
den Kopf bewahrt. // Der Kopf ist klar und kühl, / die Nacht ist
voll Geräusch. / Die Luft ist weich und warm, / wer kopflos ist,
wird reich.
(Da
Gedichte 1954-94, Zürich, 1996)
***
Doppio incontro sulla spiaggia di Sperlonga
Il sole
era già quasi calato,
l’ampio
tratto di spiaggia spopolato.
Obliqua
davanti a me l’ombra mia camminava,
mentre
la tua correva.
Non ti
conoscevo per niente.
Vi
avvicinaste veloci:
la tua
ombra scura e tu lucente
avanzaste sulla spiaggia.
Bellissima e nuda alquanto
mi
passasti accanto.
Allora
le ombre non furono più due,
ma
combaciarono esattamente.
Noi vi
inseguimmo con lo sguardo lungamente,
ma voi
non vi voltaste.
Vi
allontanaste, tu e la tua ombra, mute,
ed uno
di noi sospirò: ah!
Doppelte Begegnung am Strand von
Sperlonga Die Sonne stand schon tief. / Der Strand war
weit und leer. / Schräg ging mein Schatten vor mir her, / indes
der deine lief. // Du warst mir unbekannt. / Ihr nähertet euch
schnell. / Dein Schatten dunkel und du hell, / so kamt ihr übern
Strand. // Sehr schön und ziemlich nackt / liefst du an mir
vorbei. / Da warn die Schatten nicht mehr zwei, / sie deckten sich
exakt. // Wir sahn euch lange nach. / Ihr drehtet euch nicht um. /
Ihr lieft, du und dein Schatten, stumm, / von uns sprach einer:
Ach.
(Da Reim und Zeit,
Stoccarda, 2001)
*** Anche
un’estetica
Chiestogli che cosa in fondo volesse, disse:
Non
voglio rinnovare il teatro.
Mai
pensato a una cosa simile.
Non so
niente del vecchio teatro.
Non
posso quindi rinnovarlo.
Non
voglio rivoluzionare la prosa.
Mi
attengo a prescrizioni e regole.
Col
rosso mi fermo, passo col verde.
Do gas
e freno: così quando scrivo.
Non
voglio spinger avanti la poesia.
Penso
che dovrebbe lei aiutarmi ad andare oltre.
Mi
chiedo dov’è capo e coda nelle poesie.
So solo
che hanno inizio e fine.
Non
voglio ampliare i confini dell’arte.
Al
contrario, ho paura di pèrdermici.
Mi sono
sentito più a mio agio nell’arte minore.
Tuttavia attraverso la grande pestandone le aiole e fischiando.
Così si fa coraggio.
Auch eine Ästhetik
Gefragt, was er eigentlich wolle, sagte er // Will nicht das
Theater erneuern. / Habe dergleichen auch niemals erwogen. / Weiss
nämlich gar nichts vom alten Theater. / Kann also gar kein Theater
erneuern. // Will nicht die Prosa revolutionieren. / Achte doch
sonst auch auf Vorschrift und Regel. / Halte bei Rot und fahre bei
Grün an. / Gebe Gas und bremse genauso beim Schreiben. // Will
nicht das Gedicht vorwärtsbringen. / Denke immer, es sollte mir
weiterhelfen. / Frage mich, wo vorn und hinten ist bei Gedichten.
/ Weiss nur, dass sie Anfang und Ende haben. // Will nicht die
Grenzen der Kunst erweitern. / Hab eher Angst, mich in ihr zu
verlieren. / Fühlte in kleinerer Kunst mich viel wohler. / Stapf
dennoch pfeifend querbeet durch die grosse. // So macht er sich
Mut.
(Ibidem)
***
O tutte
o niente
Ma
quello, ah com’è abbandonato!
Sette
donne sono entrate
e con
cordialità l’hanno salutato.
Due gli
han fatto le guance rosse di massaggi,
tra le
sue braccia due si sono gettate,
ai suoi
piedi due si sono accovacciate.
Ma la
settima, ah la settima tace.
Né
scostante, né accondiscendente
un
calice di vino ha ordinato,
ma
quello, ah come si sente abbandonato!
Alle oder nichts Der da!
Wie ist er so allein! / Da kommen sieben Frauen rein, / ihn
herzlich zu begrüssen. / Zwei reiben ihm die Wangen warm, / zwei
lagern sich in seinen Arm / und zwei zu seinen Füssen. / Die
siebte aber! Ach! Sie schweigt! / Nicht ab-, doch auch nicht
zugeneigt / bestellt sie einen Wein: / Der da! Wie fühlt er sich
allein!
(Da Gediche 1954-94, cit.)
***
Scendendo verso Montevarchi Vedi in
uno sfavillio infinito
atomizzarsi l’amata luce
e di
fronte a tanta chiarità
non
puoi opporti a questa pura verità:
insignificanti vocabolo, tesi,
motto,
opinione, parola d’ordine, frase fatta
dinanzi
alla lampante esistenza
di
un’apparenza di luce modellata.
Talwärts nach Montevarchi
Siehst in tausendfachem Glitzern / Du das liebe Licht zerstäuben,
/ Wirst dich nicht bei soviel Klarheit / Gegen reine Einsicht
sträuben: // Unansehnlich Wort, Parole, / Losung, These, Slogan,
Meinung / Vor dem einleuchtenden Dasein / Lichtgemodelter
Erscheinung.
(Da
Klappaltar, München-Zürich, 2000)
***
Ugo se
ne va
Bellezza è terreno ben coltivato.
Il
contadino è il sale della terra.
Ma ci
confessa tra i sospiri
che
lascerà la sua terra.
Troppo
faticoso il campo,
troppo
stanche le sue ossa ora.
Quest’anno
di questa bellezza si è staccato
un altro pezzo ancora.
Ugo geht Schön ist
gutbestellter Boden. / Bauer ist das Salz der Erde. / Aber der
gesteht uns seufzend, / Dass er’s Land verlassen werde. // Allzu
mühsam das Gelände, / Allzu müde seine Knochen / Übers Jahr ist
von dem Schönen / Wieder ein Stück weggebrochen.
(Ibidem)
***
A Rügen
Di sera
Il mare
si rovescia stanco sulla spiaggia.
Dalla
terra soffia forte il vento.
Scrosci
d’un azzurro carico corrono sul mare
perdendosi per via verso l’orizzonte.
Il
tramonto prende tempo.
Il mare
rabbrividisce facendosi sempre più scuro.
Lontano
ammicca un lume insicuro.
Chi si
trova ancora sulla spiaggia affretta il passo.
Presto
il mare sarà d’un nero profondo.
Già la
spiaggia è quasi deserta.
Non è
che il mare senza luce faccia una gran figura,
fa solo
slosc, quando si rovescia stanco sulla spiaggia.
Auf Rügen Abends Das Meer bricht sich matt am Strand.
/ Vom Land bläst ein kräftiger Wind her. / Tiefblaue Schauer eilen
über das Meer / und verlieren sich auf dem Weg zum Horizont.
// Die Dämmerung lässt sich viel Zeit. / Immer dunkler wird das
erschauernde Meer. / Zag blinkt ein Licht von weit her. / Wer noch
am Strand ist, beschleunigt seinen Schritt. // Bald wird das Meer
tiefschwarz sein. / Schon ist der Strand fast menschenleer. / Ohne
Licht macht das Meer nicht viel her, / macht nur noch „slosch“,
wenn es sich matt am Strand bricht.
(Da Im Glück und anderswo,
Frankfurt am Main, 2002)
***
A Rügen
Di
mattina
A
destra un brillio favoloso.
Da non
vedere.
Meglio
a sinistra l’azzurro nello sguardo
e
davanti il nero di uomini che camminano.
Gettano
lunghe ombre,
ora
una, ora due.
La loro
via li porta per umidità e sabbia,
gabbiani tutto investono di gridi, acuti.
Quattro
cigni selvatici in volo!
Insopportabile:
per un
attimo sembra intatto
quel
che altrimenti è in dissidio, disperato.
Auf Rügen Morgens Rechts
fabelhaftes Glänzen. / Es ist nicht anzusehen! / Dann lieber links
das Blau im Blick, / vor dem schwarz Menschen gehen. // Sie werfen
lange Schatten, / teils einzeln, teils zu zweien. / Ihr Weg führt
sie durch Nass und Sand, / was Möwen laut beschreien. // Im Flug
vier wilde Schwäne! / Es ist kaum auszuhalten: / Für einen
Augenblick scheint ganz, / was heillos sonst gespalten.
(Ibidem)
***
Gli
anelli degli anni
Gli
anni si posano
come
anelli attorno al cuore.
Nessun
mortale speri mai
che uno
si spezzi.
Uno
stesso destino collega
noi
mortali. Ci unisce un trabocchetto.
Nessun
anello si è mai spezzato solo.
Scoppia
il cuore: si spezzano al completo.
Jahresringe Es legen sich
die Jahre / rund um das Herz wie Ringe. / Kein Sterblicher darf
hoffen, / dass einer je zerspringe. // Uns Sterbliche verbindet /
ein Los: Uns eint die Falle. / Kein Ring sprang je alleine. /
Brichts Herz, zerspringen alle.
(Ibidem)
***
L’eterno dentista
Mamma!
La vuoi capire che sono adulto!
– Lo
so. Lo eri già a cinque anni
e
sapevi a memoria “Il cucciolo ha mal di denti”.
A
proposito di cucciolo: Sei stato vero dal dentista?
Mamma!
Quest’anno compirò sessant’anni!
– Lo
so. Già a sei sembravi così precoce.
Ma a
proposito di sei. Tutti gli anni
ogni
sei mesi devi andare dal dentista.
Mamma!
Sento già l’ala della morte!
– Lo
so. Già a sette eri malaticcio.
Ma a
proposito di malaticcio. Pensa alla salute
e prima
di morire va un’ultima volta dal dentista.
Der ewige Zahnarzt Mutter!
Begreif doch: Ich bin erwachsen! / – Ich weiss es. Das warst du
schon mit fünf Jahren. / Da konntest du „Möpschen hat Zahnweh“
auswendig. / Doch a propos „Mops“: Du warst doch beim Zahnarzt? //
Mutter! In diesem Jahr werd’ich sechzig! / – Ich weiss es. Du
wirktest mit sechs schon so frühreif. / Doch a propos „sechs“:
Alle sechs Monate / geh bitte Jahr für Jahr zum Zahnarzt. //
Mutter! Ich spüre die Schwingen des Todes! / – Ich weiss es. Du
hast schon mit sieben gekränkelt. / Doch a propos „kränkeln“: Denk
an die Gesundheit / und gehe vorm Sterben bitte noch einmal zum
Zahnarzt.
(Ibidem) |