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SHAMSHER
BAHADUR SINGH
Una
mattina
(da
Sketch)
Traduzione dall’hindi di Romina Brazzi. Nota di Mariola Offredi Nota
introduttiva
Lo
sketch del poeta hindi Shamsher Bahadur Singh (1911-1993), che
presento nella traduzione di Romina Brazzi, lo introduce agli
occhi del lettore seduto su una pietra. Nel nostro primo incontro,
Shamsher sedeva all’esterno della sua casa di Delhi nel sole mite
dell’inverno indiano ad ascoltare la mia lettura della traduzione
italiana di alcune sue poesie fatta da Cecilia Cossio, estasiato
al suono della nostra lingua. Lingua che non conosceva, ma
attraverso la cui musicalità si diceva in grado di apprezzare
l’insieme della versione italiana.
Ed è
proprio la sensibilità al suono che caratterizza la parola di
Shamsher, considerato non solo un grande poeta ma anche il poeta
per eccellenza della prosa. Non si creda tuttavia che Shamsher sia
un lirico tradizionale. Più che il sentimento, è il colore che
determina la sua peculiarità. Lo stesso sentimento si esprime
infatti sempre intinto nel colore. Shamsher aveva una dizione
melodiosa, priva di picchi di voce. Allo stesso modo, l’insieme
dei colori nella sua scrittura è via via coperto da un’unica tinta
trasparente, che può essere il brillio del sole o l’acqua che
dilava le pietre o le conchiglie, la sabbia o la rena muschiosa,
rendendole traslucenti.
Nello
sketch Una mattina la parola ripercorre la via della sua
formazione: dall’indistinto al distinto. Per riassorbirsi
nell’indistinto e nel silenzio stesso della parola. I due estremi
sono i due crepuscoli del giorno: il crepuscolo dell’alba dalla
cui nebbia sottile emerge la scena e il crepuscolo della sera
nella cui nebbia la scena si avvolge. Tra i due crepuscoli si
svolge e muta di continuo la vita, parola attuata. Uccellini,
insetti, folla di uomini che in distanza appaiono come un esercito
di formiche.
La tela
sui cui Shamsher dipinge il giorno non è muta. Rumore dei panni
sbattuti da un lavandaio, clacson dei camion, stridere delle
locomotive sugli scambi, risa di uomini in lontananza. La stessa
natura è in ascolto “con orecchie inquiete”.
Distanziati in profondità sia sul piano visivo che su quello
uditivo, gli elementi della scena conferiscono allo schizzo una
plasticità post-impressionista. Shamsher, che in gioventù aveva
studiato pittura, amava in particolare Paul Cézanne (1839-1906). E
la disposizione della scena, con la montagna sul fondo e in piano
medio la sagoma dell’edificio del College, richiama il soggetto
della montagna Sainte-Victoire, da Cézanne più volte dipinto.
Mariola Offredi ***
Una
mattina
Sono
seduto qui per scrivere uno sketch. Che sketch posso scrivere. Non
ho parole per scrivere uno sketch.
... c’è
il lago. Il sole di fronte si è alzato di una o due spanne – da
davanti spostandosi un po’. Sulla pietra liscia, un po’ rotolata,
a forma di cuore o foglia di betel, su cui io sono seduto, davanti
a essa e sia a destra che a sinistra ci sono solo pietre, nere,
rugose, come lavate: nel mezzo delle quali, per esempio, un
giovane boschetto di bambù, proprio dietro il dorso della pietra
piuttosto alta di fronte alla mia palpebra sinistra, ha tirato
fuori due corna dal suo cespuglio, come quelle della capra di
montagna ma sottili, girate ad arco, molto lunghe, verdi.
Nei
bambù di qui non ci sono grosse spine che pungono, dei bambù di
qui proprio questo mi attrae. Forme di ragnatele dovunque sono
tracciate tra questi. – Da qualsiasi parte brillino, si vedranno.
E tutte queste trame e ordito di nicchie e ragnatele, insieme a
legni e rami, cosa sono per i piccoli uccellini!... Guarda, là
alcuni piccoli uccellini d’acqua, felici, sul corpo muschioso del
lago stanno celebrando come una festa, saltellando intorno a
quella pietra nera che sta sulla mia destra: forse hanno catturato
tanti piccoli insetti che volano sulla superficie sporca di
muschio, là. Sì, dentro l’effetto universale di questa scena
vengono anche quegli insetti sporchi. Fin lontano la loro acqua è
diventata sempre più color terra e blu. Senza dubbio il sole del
mattino sta mettendo la vita in essi. Dall’altra parte, questa
massa della sostanza azzurra, mostrandoci una linea lunga e
bianca, si fonde nella riva incerta piena di ombre. Occorre forse
dire che queste ombre vaghe – teste brutte e sgraziate – sono
alberi?
Il
cielo sopra questa terra, con il biancore come di sabbia calma, va
fin lontano nel suo azzurro. Rimangono soltanto questi frammenti
di nuvole autunnali che si formano e si cancellano di attimo in
attimo legati al nostro destino: in mezzo ai quali in questo
momento il dio sole sta facendo brillare la sua luce divina.
Ma
tanto esili e piccoli sono questi frammenti di nuvole, che nemmeno
la loro ombra appare da nessuna parte nello specchio ondoso del
lago; mentre la lama luminosa del riflesso del sole da quel limite
fino a questo limite, cioè dove io sono seduto, circa fin qui, sta
tagliando nettamente la larghezza azzurra del lago.
– Ma
guarda, ora la trasparenza delle nubi divenuta profonda, che si è
stesa sulla faccia del sole, proprio in questo esatto momento –
come per deridere le mie parole – ha rotto con la sua debole ombra
la doppia lama del riflesso.
Come
respiri stanno venendo da parecchie direzioni. Anche da lontano.
L’angolo di lago che va girando dietro me, spostando le lenzuola
di muschio che stanno sulla sua riva, un lavandaio sta sbattendo
rumorosamente i panni. Oltre quello, l’edificio di un College che
ha cominciato ad apparire un po’ chiaramente ora dal buio del
mattino, che io non ho menzionato. (Ora consideralo anche quello
come un albero vago quadrilatero – tralasciando le sue due
torrette piuttosto basse simili a palme – infine, cos’ha di
speciale per essere menzionato da un disegnatore, sia che questi
sia seduto sui suoi gradini guardando i suoi tetti!). Dunque, da
dietro a quello, vengono spasmodicamente i respiri pieni, a volte
lenti, a volte affannati, jhak-jhak, bhak bhak. Proprio da là
volgari respiri di locomotive per gli scambi, risuonano anche i
clacson dei camion e degli autobus della fabbrica. Là, lontano
esce una strada, sembra uguale alle rotaie della ferrovia, intorno
fabbriche, solo fabbriche – forse oltre il fondo di un cielo e di
uno stagno, anche sotto le pietre ci sono fabbriche, sì certamente
è così.
In
questo momento quella lama di spada brillante del riflesso del
sole nello stagno, dividendosi a metà, si è unita completamente
alle due rive; e di nuovo il corpo pacifico azzurro dell’acqua si
è disteso di qua e di là, libero e intatto. Perché unendosi di qua
e di là anche gli altri frammenti di nuvole, raggruppandosi, come
ampi fiocchi di cotone – che siano gettati in parecchie direzioni
cosicché cardati, filati e tessuti, essi di nuovo da qualche parte
siano usati – quei frammenti di nuvole, ora si sono sparsi più
ravvicinati.
Ma da
sopra la faccia del sole si sta spostando lentamente questo manto.
E poi...
Improvvisamente fattasi più ampia quella lama della spada, da
tutte le parti di nuovo è spuntata sul petto dello stagno facendo
tremare ancora più le increspature dell’acqua quella spada
d’argento scioglientesi in perle, scorrente.
– È
come una bella pietra azzurra liscia e cesellata quest’acqua fin
lontano e su questa piana è stesa la marcia di eserciti di piccole
creature innumerevoli. In questo vasto e azzurro campo, questo
esercito continua ad avanzare verso me. Ma io anche ora sono
sorpreso: quale sarà la sua esatta direzione? Guarda, sta andando
sulla lama di spada questo esercito. Guarda, ombre come di occhi
neri innumerevoli in quel canale di mercurio bollente. Guarda, i
raggi ovunque continuano a brillare afferrando l’acqua, là, anche
in quei pizzichi di lampi, si vedono venire ridendo e giocando i
soldati di una grande città sconosciuta – queste ombre quanto sono
vive! E quella stessa riva lontana che era piena di insetti
grigiastri, ora guardala, è coperta di frammenti piccolissimi di
conchiglie. Allora, tra i cespugli gialli che si agitano, anche le
brutte pietre nere sembrano libere nell’abbraccio stretto della
propria penombra – sembra che si muovano, sembra che si sciolgano.
Sembrano essere libere.
Questo
riflesso di sole...
–
Questo gruppo marciante come di formiche di lampi, che pur
scorrendo nelle onde sembra non scorrere nell’aria con quelle,
anzi aiuta la vista che si chiude impotente, resta come fermo,
continua a danzare nello stesso cerchio con le sue innumerevoli
zampette quali perle forate: – gruppo di innumeri api, che non si
stanca di tastare l’enorme petalo di fiore sotto l’acqua con le
sue ali e piedi di luce: – che la nube luminosa semitessuta della
trama e ordito dei raggi scintillanti formandosi, stendendosi,
contraendosi, come un po’ scivolando nelle piccole increspature,
molto soffice e sottile in ogni fibra, tuttavia tanto chiara da
essere l’unica cosa luminosa tra tutte le cose – quei fiori
pioventi e svanenti di raggi, quei pianeti e quelle stelle di
acqua azzurra... che continuano come a sparire svanendo nel
movimento del tempo e dell’aria; solo alcuni stanno facendo la
loro danza luminosa come batter di piedi di ninfe – ecco, ora solo
due, poi uno... Calmo è ora di nuovo l’azzurro dell’acqua.
–
Quelli ora, mentre si sono cancellati, che dire, cosa sono,
fattisi riflesso del sole nell’acqua, nel manto delle mie fantasie
ed emozioni: cosa sono nelle distanze uguali del cuore, essi...
E ora
di nuovo ecco quelli hanno iniziato a venire dall’altra sponda,
quegli innumeri messaggeri di luce. Stanno venendo proprio qui.
Toccheranno questa riva. Il loro suono di piedi noti lascerà segni
silenziosi innumerevoli di nuovo sulla riva nota – cosa sono quei
segni silenziosi, quei segni manifesti rari, difficili?
Questa
immagine così del sole...
Tra le
pietre stupiti, muti cespugli di spine di tanto in tanto si
muovono, odono come qualcosa – le lunghe braccia levate dei bambù,
i fiori appassiti delle piante officinali, i loro baccelli secchi
e sottili, spesso le foglie del colore della terra e gli steli
muovendosi, muovendosi inutilmente, vogliono capire tutto, anche
le pietre in silenzio si muovono nella loro stretta circonferenza
di luce e ombre in silenzio, sembrano sciogliersi... Esse, con
orecchie inquiete, vogliono come strappare alcuni segreti. Ma è
inutile, mi viene anche da ridere, e anche il mio riso è
inutile...
Quanta
ampia distesa si è fatta di quelle onde splendenti!
L’aria
è diventata forte. Le onde ora non sono piccole increspature, sono
onde. Il blu color terra dello stagno ora non è color terra, è
diventato più puro o un po’ è anche viola, si è svegliato tutto lo
stagno. Gli alberi sull’altra riva ora non sono ombre di torsi e
teste, sono alberi tondi che si levano su tronchi sottili. Ora
anche dietro loro non sono indistinte le reti di alberi alti,
lontani. Toccando le teste degli alberi e, lontano, dietro, quella
linea di montagne che regge lo scudo del cielo, chiaramente mostra
qui e là le cime degli alberi della propria foresta. E più oltre,
quell’edificio del College di fronte, quello non è un albero, o
una grande masso quadrangolare, avvolto nel crepuscolo, è
l’edificio del Robertson College.
Tutto
il giorno mi è passato.
(Da
Sketch, in Shamsher Bahadur Singh ki kuch gady racnaen, a cura di
Malyaj, New Delhi, 1989)
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