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Smerilliana
Semestrale di civiltà poetiche

 
 
     
   
       

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Arcipelago

PAOLO AITA

Leopardi o Sulla Modernità 

Dai miei scoloriti ricordi di liceo apprendo che moderna era l’età compresa tra il Rinascimento e la Rivoluzione Francese. Di conseguenza tutto ciò che si è svolto dopo il fatidico 1789 fa parte della contemporaneità, perché le sue conseguenze si avvertono anche oggi. Posteriore a questa concezione è l’altra, che vede la contemporaneità legata al ciclo vitale di un uomo, così contemporaneo è ciò che si è svolto da circa ottanta anni in avanti. Altre concezioni fanno partire la contemporaneità da un evento che è stato il “punto di svolta”. In conseguenza di questo pensiero, la modernità comincerebbe dalla creazione del primo quadro astratto o dalla presentazione del primo oggetto in galleria, per l’arte; dalla prima opera atonale o dai primi rumori, in musica; dalla fine della rima o della grammatica, in poesia; dall’ultima guerra, per la storia. Questo è il segno di una radicale incapacità di comprendere quale sia l’evento simbolico al quale ascrivere la genesi di tutta o di una consistente parte della contemporaneità, e fa parte di una più generale crisi di cui si dibatte ormai lungamente in filosofia. Porrei questa impossibilità nel solco della più generale incapacità di elaborare un’immagine del tempo e della morte, tema chiave dell’opera di Baudrillard. In ogni caso vorrei ribadire il notevole collegamento tra tempo biologico e tempo storico, nel sapere tradizionale. Purtroppo ormai non esiste più un pensiero della storia e, non casualmente, da quando non esiste più una preparazione e sapienza della morte. La proiezione antropomorfica di un tempo, dunque di una Storia, avente la stessa tramatura della biologia umana e il suo stesso programma teleologico, è stata una delle grandi certezze dell’occidente. Di questa si avverte la mancanza giorno per giorno.
   Il pensiero della storia si è semplificato nella percezione di un’aura, quella della modernità, che contraddistingue, in definitiva, ciò che è importante o ha un senso per l’abitante medio delle metropoli contemporanee. Ciò che non è moderno semplicemente non richiama la comprensione. Da questo punto di vista post-moderno sarebbe, interpretando la dimensione ludica delle opere dei vari architetti aderenti al movimento, ciò che è talmente flagrante e fragrante da essere ancor-più-del-moderno. Talmente up to date da essere implicitamente il meglio; da ciò l’ironia. Ma post-moderno, collegando le concezioni, sarebbe anche Napoleone e l’invenzione della dinamite. Poiché entrambi questi soggetti sono stati superati in gloria e risonanza da Hitler e dalla bomba atomica, post-moderni non sono più, e sono semplicemente moderni. In realtà c’è un’altra accezione del termine, ed è quella di Baudelaire che, a proposito di Guys, parlava di “pittore della vita moderna”. Moderno, in questo caso, secondo filologia, viene da modus, che genera anche la parola moda, quindi moderno è ciò che segue la moda, avvicinandoci pian piano a Leopardi. Ci si chiede, allora, perché Guys sia pittore alla moda: ovviamente perché è un pre-impressionista e dipinge figurine vaganti velocemente per i boulevards parigini, esattamente come Baudelaire che tratteggiava le bellezze transeunti e transitorie per i comodi viali parigini posteriori allo sventramento ottocentesco della capitale.
   Si parla oggi di condizione post-moderna, cioè della condizione di un sapere che non risponda più alle sirene della novità, dunque della moda, e cerchi di tracciare una fondazione di se stesso che non sia quella della semplice sostituzione del già fatto e già detto. Per superare questo sapere che basa la sua autorevolezza solo sul suo carattere innovatorio si stanno cercando infinite alternative. Cito almeno quella di Serres (la ricerca della fondazione mitica ed epistemica delle cose) e quella di Foucault (l’archeologia nel senso di Nietzsche, ovvero essendo muniti del senno del poi, ricostruire le perfette circostanze della nascita di un pensiero). A questo proposito il pensiero che si vuole superare è quello dello storicismo tradizionale, di cui già Nietzsche vedeva i limiti quando scriveva: «ciò che è non storico e ciò che è storico sono ugualmente necessari per la salute di un individuo, di un popolo e di una civiltà». Purtroppo bisogna dire che i termini della questione non sono di molto spostati dopo più di un secolo dalla scrittura di quelle pagine. Questo saggio di Nietzsche si conclude con una lunga citazione di Leopardi, accomunandosi dunque la critica allo storicismo relativistico, che identifica la storia con l’esperienza sensibile, quindi con la modernità, e lo storicismo assolutistico, che cerca di intravedere costanti comportamentali perenni nell’agire umano. Vorrei maggiormente soffermarmi sul concetto di modernità di Leopardi (autore anteriore a Baudelaire che più tragicamente di ogni altro ha vissuto la dissoluzione del rapporto storia/soggetto), che sente con sgomento la seduzione che il pensiero subisce da parte delle illusioni di una vita che sempre più progredisce, ma non in umanità. Qui la sua importanza e la sua attualità.
   Questa riflessione, centrale nel pensiero di Leopardi, ha generato una delle più famose operette morali, il Dialogo della morte e della moda. Innanzi tutto si rinnovella la natura parentale di queste due entità, poiché entrambe sono figlie della caducità, mentre si aggiunge, come unico antidoto alla dissoluzione, la memoria (l’immortalità degli antichi letterati), affinché non si proceda «a disfare e a rimutare di continuo le cose di quaggiù», poiché il rinnovamento è il gratuito fine della moda come della morte. Qui appare una di quelle pagine che consolano lo studioso dall’inanità del polveroso studio dei classici. Cito: «Ben è vero che io [la moda] non sono però mancata e non manco di fare parecchi giochi da paragonare ai tuoi [quelli della morte], come verbigrazia sforacchiare quando orecchi, quando labbra e nasi [il piercing di oggi], e stracciarli colle bazzecole che io v’appicco per li fori [spille e orecchini]; abbruciare le carni degli uomini con istampe roventi [i tatuaggi] che io fo che essi v’improntino per bellezza; sformare le teste dei bambini con fasciature ed altri ingegni [leggi: congegni. E qui siamo addirittura al post-human, sebbene Leopardi probabilmente si riferisca ad usi Orientali]», così mi sembra che la modernità, compresa quella più scottante, vi sia contenuta tutta intera. C’è da dire che si potrebbe parlare di un Romanticismo imperituro, a partire da quegli anni, se già il vagheggiamento della morte di un personaggio come Werther e questi assilli leopardiani facevano parte dei comuni comportamenti dell’epoca. Classico tra i classici rimane dunque l’Ecclesiaste che già qualche migliaio di anni fa rifletteva sull’immutata condizione dell’uomo sotto il sole, e assicuro che è durissimo dover ammettere che è quasi impossibile traguardare, a questo punto, la sospirata riva dell’innovazione. Onestà mi impone di ricordare almeno la recente fatica di Severino, che sul tema della futuribilità del passato, ovvero sul nichilismo, ha scritto il notevole Il nulla e la filosofia, dedicato ovviamente a Leopardi. Lì leggo: «La speranza e il desiderio che formano il contenuto dell’inganno sono appunto la speranza e il desiderio di ingannarsi e di illudersi; e l’illusione è credere di ottenere il desiderato, soprattutto quel desiderato che è l’infinito e l’eterno». Ovviamente assistiamo ad una antropomorfizzazione delle ricerche storiografiche: ciò che al poeta interessa non è la comprensione di un evento o il superamento della fallibilità umana tramite il sapere della storia, quanto, semplicemente, la felicità. Questa reductio è tipica della poesia, e a questa non sfugge neanche un poeta-filosofo come Leopardi che, anzi, deriva la sua grandezza proprio dalla contrazione di un pensiero fortemente universalistico coartato in un’esemplarità naturalistica, anzi, addirittura, paesana; come in seguito accadrà al solo Pirandello siciliano. Qui Severino ha buon gioco nel dire «Poiché la felicità dei popoli sulla terra è, in quanto prodotta dalla ragione, il paradiso della scienza e della tecnica, la grande filosofia moderna – e non semplicemente il “secol superbo e sciocco” (La Ginestra, v. 53) in cui Leopardi si trova a vivere – si illude di poter realizzare quel paradiso. Un’illusione legata all’illusione dell’eternità, ancora presente nel pensiero moderno, poiché l’infelicità scaturisce dalla coscienza del divenire e dalla nullità delle cose».
   In realtà il pensiero di Leopardi è molto più profondo, poiché insieme al concetto di moda appare quello di progresso, che è la rappresentazione dell’illusione che l’umanità si fa dei suoi successi. Qui non è in gioco solamente la critica alla scienza, ma la possibilità di rappresentarla adeguatamente e di goderne fuori dai consueti clichés delle “umane sorti e progressive”. In questa situazione l’ebbrezza che regala la moda, anzi l’essere alla moda, somiglia a quelle rappresentazioni della bellezza, della capacità fisica, della felicità insomma, che la finis Austriae ha tratteggiato tra il perlage di uno champagne, la sincope di un valzer e la morte. Siamo insomma in quella unione di corporale, o fisiologico, e universale, o storico, che è la forza e la debolezza di tutta la poesia; questa è la sua téchne e ne fa la sua universalità, da contrapporre apertamente a quella di qualunque altra attività umana.
   Ma non farei un buon servizio al nostro autore se trascurassi il seguito di questa Operetta Morale, tra l’altro ancor più sconvolgente di questa prima parte. Leggiamo, dunque, continuando: «se [la morte] corri, io [la moda] vo meglio che di galoppo (...) sicché ripigliamo a correre». E qui la polemica è ovviamente sulla velocità, che è un pregio nel mondo moderno, come abbiamo visto, già in Baudelaire, ma che, passando per i Futuristi, arriva come mito fino ai giorni nostri con Virilio. Leopardi, al contrario, pensa che tutto questo non faccia altro che avvicinarci al “secolo della morte”. «Il poeta non partecipa al gioco. Se ne sta in un angolo, e non è più felice di loro, dei giocatori. È anche lui un uomo derubato della propria esperienza, un moderno». Questa riflessione è di Benjamin che esattamente dopo 36 pagine di Angelus novus cita il Dialogo tra la morte e la moda. In questo caso l’indifferenza al tempo, dunque l’indifferenza alla morte, per avere il superamento della noia, è anche l’indifferenza alla Storia, il suo superamento. Ma il tocco dell’artista sentiamo intero alla chiusa dell’Operetta, quando la moda dice: «ho levata via quest’usanza di cercare l’immortalità, ed anche di concederla in caso che pure alcuno la meritasse (...). E per questo effetto sono disposta a far ogni giorno altrettanto e più (...) per l’avanti non ci partiamo dal fianco l’una dall’altra». Noto per inciso che l’immortalità era il fine più alto a cui si potesse mirare nell’antichità ed era data dalla fama, una delle tante applicazioni e conseguenze della moda, per il Leopardi più materialista e disperato. Naturalmente della moda non si ha memoria, per questo è simile alla morte. La perdita dell’immortalità si ha nello stesso momento in cui avviene la perdita del senso della Storia e della morte poiché è la perdita di un sistema, tra l’altro l’unico che abbia creato l’Occidente. La moda, dunque, propone la sua complicità alla morte, che non la rifiuta, contro l’immortalità. Così proprio come in una pantomima espressionista, sotto le spoglie della bella dama cangiante e capricciosa, con cui si raffigura la moda, appare il nauseabondo scheletro, come avviene in Poe che unisce la festa e la morte. Forse Leopardi è debitore del memento mori, che è una delle basi della cultura medievale e religiosa, forse, come più mi pare possibile, è un moralista tragico che, come Watteau del Viaggio verso Citera, vede la morte sotto le spoglie della vita; così la vivacità della moda diventa uno dei più piacevoli stratagemmi architettati dalla morte.
   Qualsiasi chiusa ottimistica, a questo punto, sarebbe una contraddizione del pensiero di Leopardi, il cui pessimismo ha colorato i nostri anni d’adolescenza. Così devo confessare che l’angoscia di questa vita che non riesce a superare la morte e neppure riesce a guardarla negli occhi se non sotto le spoglie della moda, mi è insopportabile. Chiudo con le parole di S. Weil, che invito a leggere come un delizioso spunto di lavoro: «Le virtù naturali (...) non sono possibili in quanto comportamenti permanenti se non a colui che ha in se stesso la grazia soprannaturale. La loro durata è soprannaturale» [Da La pesanteur et la grâce. In trad. propria]. Non si esce dalla morte se non superando la Storia e tutte le sue categorie, comprese quelle di novità e utilità, dirette sue conseguenze come la scienza occidentale, e tendenti a un semplice potenziamento dell’umano, limite ben intravisto nella disperazione, a questo punto diventata cosmica, da Leopardi. Di fronte a questo pensiero abissale quello della modernità diventa semplicemente un epifenomeno di una problematica incredibilmente più estesa.

 
 
       
 
 
 

 

 

     

 

 

 

 

 

 

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