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Smerilliana
Semestrale di civiltà poetiche

 
 
     
   
       

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Arcipelago

SESTILIO D'ALESSANDRO

Cioran: il filosofo lirico

Se, come dice Kierkegaard, il poeta è un amante infelice di Dio, come non considerare un poeta Emil Cioran? Chi più di lui è stato cantore intenso di un tormento metafisico in cui la fame di assoluto si sia imposta con tenace ossessione tanto da rispecchiarsi nell’immagine di colui che del divino si fa spia e delatore? Ma Cioran è stato anche e soprattutto autore di una prosa poetica così elegante da adattarsi perfettamente alla sua condizione di ostaggio del desiderio dell’eterno.
   Dice di non essere un poeta e neanche uno scrittore, ma di essersi fermato da qualche parte tra la poesia e la prosa, senza riuscire a scegliere tra l’una o l’altra: dei poeti di avere il ritmo, dei prosatori l’insistenza. Non è un caso che il traduttore tedesco del Sommario di decomposizione sia stato un poeta, Paul Celan. In quest’opera la “coscienza infelice”, incapace di riscattarsi dalla prigionia del tempo, non si sterilizza nella mediazione concettuale della filosofia. Pur conservando un sapore di sangue e di carne, la parola ferita dalla poesia si fa evocatrice di una filosofia lirica che sa travalicare i confini della conoscenza più di ogni pensiero sistematicamente costruito. Solo un sistema filosofico espresso in frasi concise, alla Emily Dickinson, potrebbe, d’altronde, essere sopportabile quando non riusciamo a restare muti in noi stessi.
   Cos’è il lirismo se non l’esigenza insopprimibile che abbiamo di dissipare la nostra soggettività? Perché diventiamo lirici nel dolore e nell’amore? Perché questi stati erompono dal fondo più lontano e primordiale dell’essere. Diventiamo lirici quando in noi la vita pulsa a un ritmo essenziale, quando siamo occupati da problemi che toccano il senso stesso dell’esistenza. Le esperienze individuali più importanti e profonde sono anche le più universali, perché in esse tocchiamo il fondo iniziale della vita. Quando siamo innamorati facciamo quasi tutti della poesia e ciò mostra chiaramente che il pensiero razionale non basta ad esprimere la nostra interiorità.
   Lo stesso accade con l’esperienza del dolore, fonte di produzione feconda e non ingannevole della conoscenza. Le risorse di sofferenza a nostra disposizione sono anche le sorgenti della nostra vita. Se ce ne liberassimo sopprimeremmo la poesia: ogni scelta salutare è la morte del canto. Come salvare la poesia senza sospendere noi stessi? Forse un giorno la supereremo, impareremo a sopportare le nostre prove senza lamento, a trasformare il nostro nulla in un armonioso gioco di sconfitte con l’universo. Allora però essa cesserà di essere per noi una riserva di lacrime. Perché la poesia si nutre di tutto ciò che ci impedisce di raggiungere le cose ultime: è la permanente inadeguatezza rispetto all’inaccessibile segretamente ambito dal nostro cuore. Per Cioran essa «esprime l’essenza di ciò che non si riesce a possedere; il suo significato ultimo è l’impossibilità di qualunque “attualità”. La gioia non è un “sentimento poetico”». La poesia incomincia «dall’esperienza della fatalità. Soltanto i cattivi poeti sono liberi». Secondo Cioran non c’è compatibilità tra la poesia e la speranza. L’una esclude l’altra, per scelta o per necessità e «quando si è perduto tutto, l’elegia sostituisce la speranza». Quasi tutte le malattie hanno doti liriche, di cui il poeta, «un furbo che può crogiolarsi nella noia, che si accanisce sulle perplessità e se ne procura in tutti i modi», si serve per farsene vanto. Un minimo di squilibrio interiore accompagna sempre il lirismo. Sono indispensabili stati di eccitazione emotiva perché il lirismo raggiunga la sua ultima espressione, perché la sua tensione superi i limiti della soggettività. A quel punto espressione e realtà si confondono nell’indistinzione abissale dell’immemorialità, in una dimensione nuova e incorruttibile dove il lirismo diventa il tutto.
   Le accensioni liriche del Sommario di decomposizione come poi in seguito de La tentazione di esistere si accordavano alle inclinazioni poetiche del Cioran di quegli anni il cui stile risulta influenzato dalla lettura dei romantici, inglesi in particolare. I suoi idoli erano Shakespeare e Shelley. Soprattutto il primo, che, oltre ad averlo marcato profondamente, considererà sempre come il grande genio della poesia. Shakespeare: «incontro di una rosa e di una scure…».
   Grande importanza assumerà poi la frequentazione di Baudelaire a cui Cioran non smetterà mai di pensare. Chi più del poeta francese ha sentito i richiami contraddittori dell’estasi e dell’orrore della vita, fra i quali si oscilla sempre? Chi meglio di lui ha capito «la carne, tutto ciò che in essa vi è di marcio, di orribile, di scandalosamente effimero»? Con Baudelaire «la fisiologia è entrata nella poesia……le turbe organiche furono elevate al canto…….». Baudelaire, per Cioran, è uno spirito che ti perseguita sempre anche se hai smesso di leggerlo da un pezzo. Ci sono poeti che ci accompagnano ovunque. Sono delle presenze quotidiane. Non c’è bisogno di rileggerli, sono con noi in tutti gli istanti. Quando li abbiamo vicini «si prova la sensazione che tutto sia lecito. Poiché non hanno da rendere conto a nessuno (se non a se stessi), non vanno – né vogliono andare – da nessuna parte. Capirli è una grande maledizione, perché ci insegnano a non aver più niente da perdere. L’indefinito della poesia è fatto per l’appunto di brividi sacri senza Dio. Se i santi avessero saputo quanto avrebbe perso il loro lirismo a causa dell’intrusione della Divinità, avrebbero rinunciato alla santità e sarebbero diventati dei poeti». Una poesia di Baudelaire «ci è più vicina degli eccessi sublimi dei santi».
   Un vero culto Cioran lo ha avuto per Emily Dickinson, considerata una grandissima poetessa, con la proprietà di sconvolgerlo e commuoverlo fino alle lacrime a ogni rilettura. Perché ella non ha mai smesso di parlare di se stessa, la sua poesia è una confessione diretta, in prima persona. Il poeta oggettivo non esiste e non può esistere. Quei poeti che hanno una coscienza che si esprime al posto della loro finiscono di parlare solamente di ciò che scrivono. Cioran accetta soltanto due definizioni di poesia: quella degli antichi messicani che la definivano il vento che viene dagli dèi, e quella di Emily Dickinson la quale riconosce la vera poesia dal freddo che le provoca, così glaciale da darle la sensazione che niente potrà più riscaldarla. Detesta i tecnici del verso, peculiarità di troppi francesi, che non considera poeti, tutt’al più letterati, ai quali non si ha da chiedere niente, non se ne può sperare niente. Così come la poesia in cui non si parla che………di poesia. Una poesia che non abbia altro oggetto che se stessa è destinata all’esaurimento veloce e finisce per stancare presto il lettore. Possiamo immaginare una preghiera che rifletta sulla religione? Ma una poesia che si avvicina alla preghiera è superiore sia alla preghiera sia alla poesia. Cos’è, in fondo, la preghiera se non «una massima leggermente sviluppata e snaturata del lirismo»?
   Cioran non può tollerare né la poesia affastellata né quella troppo studiata anche se è proprio questa che ci viene sempre più proposta. Se un declino mina la poesia, esso inizia quando i poeti concepiscono un interesse teorico per il linguaggio. La poesia muore a causa del linguaggio, dell’eccessivo culto che gli dedica, di questa attenzione letale. La riflessione sul linguaggio avrebbe ucciso perfino Shakespeare. Il vero poeta, ci dice Cioran, «scrive sugli esseri, le cose e gli avvenimenti, non scrive sullo scrivere, si serve di parole ma non indugia sulle parole, non ne fa l’oggetto delle proprie rimuginazioni. Egli sarà tutto, salvo che un anatomista del Verbo. La dissezione del linguaggio è la mania di quelli che, non avendo nulla da dire, si relegano nel dire». La poesia occidentale è diventata un’applicazione verbale, un esercizio freddo e impassibile, un’esibizione da saltimbanchi e da esteti, ha perso l’uso del grido. Quando va bene, l’urlo si fa amarezza ma l’amarezza non produce versi, al massimo versi inariditi. Si stupisce di vedere quanto perfino Celan, che pure aveva qualcosa da dire, fosse assillato dalle questioni di linguaggio. L’amore per le parole genera poesie ma l’accanimento su di esse solo una parodia di poesie. La poesia deve sgorgare, deve essere diretta altrimenti è solo artificiale e «ciò che rende i cattivi poeti ancora peggiori è che leggono solo poeti mentre trarrebbero maggior profitto da un libro di botanica o di geologia. Ci si arricchisce solo frequentando discipline distanti dalla propria. Questo è vero, beninteso, solo per gli àmbiti in cui imperversa l’io».
   Cioran ha orrore di chi medita sull’arte: se fosse un poeta, sarebbe come Dylan Thomas che quando qualcuno gli spiegava le sue poesie, si gettava per terra in preda alle convulsioni. Il poeta che medita sul linguaggio dimostra chiaramente che la poesia lo ha abbandonato perché la poesia «esclude calcolo e premeditazione: è incompiutezza, presentimento, baratro. Né geometria soddisfatta, né successione di aggettivi esangui. Siamo tutti troppo feriti e troppo decaduti, troppo stanchi e troppo barbari nella nostra stanchezza per apprezzare ancora il mestiere».
   Lo stesso orrore Cioran lo riversa su quei filosofi che commettono il crimine di analizzare una poesia come si fa con un sistema. Il puro amante della poesia non può che soffrire per questa intromissione sacrilega dei filosofi in un campo che non li riguarda affatto, che per natura è loro precluso. Ugualmente ai poeti dovrebbe esser vietato appropriarsi dei segreti della musica. Ogni arte quando prende troppo da un’arte affine s’infiacchisce. Questo accade alla poesia quando ruba alla musica i suoi beni. Cioran ha scritto: «Rubare alla musica i suoi beni – idea funesta alla poesia, strampalata fantasia di poeta. Non bisogna chiedere alle parole quello che non è nella loro natura dare».
   Non si deve fare troppo affidamento sulla poesia, ci avverte Cioran, non bisogna pretendere che dia una risposta ai nostri dubbi o una qualche fondamentale rivelazione. Non spetta alla poesia il còmpito di addolcire il nostro scetticismo. Perché allora ne invochiamo l’aiuto? Perché – nella vacuità di certe nostre ore – non possiamo fare a meno di rivolgervici? Perché quando precipitiamo nella vertigine del mutismo interiore, la poesia «viene a consolarci della perdita momentanea delle certezze e dei dubbi. È quindi la poesia l’assoluto delle nostre ore negative… la nostra risorsa ogni volta che disertiamo le finzioni del linguaggio corrente per cercarne altre, insolite se non rigorose». E se riesce in questo còmpito è la poesia «a essere per un istante la nostra salvezza». Tanto più a lungo la frequentiamo tanto meno rischiamo lo smarrimento interiore. Come accade con la musica, essa ci mette in contatto con qualcosa di essenziale che ci riempie: una sorta di grazia, di complicità soprannaturale con ciò che non si può definire. Gli scenari consueti dell’esistenza si dissolvono, non abbiamo più coscienza del tempo, sfuggiamo alla sua morsa, ci estendiamo al di là di esso fino al punto di estrometterlo, siamo proiettati fuori del divenire. La musica e la poesia sono le due aberrazioni sublimi che ci consentono di «perderci senza crollare e di sparire senza morire»..

 
 
       
 
 
 

 

 

     

 

 

 

 

 

 

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