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Smerilliana
Semestrale di civiltà poetiche

 
 
     
   
       

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Arcipelago

MAURIZIO MAROTA

Genealogia dell’ispirazione poetica

   Io non ho scritto in mia vita se non pochissime e brevi poesie. Nello scriverle non ho mai seguito altro che un’ispirazione (o frenesia), sopraggiungendo la quale, in due minuti io formava il disegno e la distribuzione di tutto il componimento. Fatto questo, soglio sempre aspettare che mi torni un altro momento, e tornandomi (che ordinariamente non succede se non di là a qualche mese), mi pongo allora a comporre, ma con tanta lentezza, che non mi è possibile di terminare una poesia, benché brevissima, in meno di due o tre settimane. Questo è il mio metodo, e se l’ispirazione non mi nasce da sé, più facilmente uscirebbe acqua da un tronco, che un solo verso dal mio cervello.

G. Leopardi, lettera a Giuseppe Melchiorri (marzo 1824)

 

Si sente spesso dire che uno degli apporti del periodo romantico alla storia delle lettere è stato quello di aver introdotto una particolare figura di poeta, a distanza di duecento anni ancora prevalente sulle altre, concepito come individuo “diverso” dai suoi simili, anzi unico, dotato di maggiore sensibilità, di qualità e doni “innati” che sfuggono ad ogni tentativo di catalogazione o comprensione e che lo rendono quasi capace, non soltanto nei momenti di creatività, di trascendere la natura umana. Tipica dell’Ottocento è, difatti, l’immagine del poeta incompreso, solitario, distaccato dalla società in cui vive, contornato da un’aura “profetica” e quasi divina, che scrive e compone sotto l’impulso di una sorta di frenesia o ispirazione. Ciò dal momento che al Romanticismo appartiene, più che ad ogni altro momento o movimento culturale, secondo quanto siamo abituati a leggere nei manuali di storia della letteratura, la rivalutazione del sentimento e della passione, il primato del genio, della conoscenza intuitiva, dell’impeto quasi dionisiaco nella creazione artistica, di contro al razionalismo settecentesco, allo spirito apollineo, alla misura della civiltà classica. Se prima dello Sturm und Drang chi scrive in versi non è tanto visto come un “prodigio”, quanto come un letterato, quasi un artigiano della parola, che tuttavia ha sempre bisogno del favore delle Muse, sembrerebbe essere proprio del XIX secolo il concetto di poesia come rivelazione che trascende la ragione e del poeta come di un “eletto” che vive straordinarie, nel senso etimologico, esperienze interiori.
   In realtà, che questi fosse considerato ben diverso dagli altri uomini, un individuo che vantasse contatti con il mondo soprannaturale, con l’ineffabile, con la sfera del sacro, è storia antica quanto la civiltà occidentale. Possiamo difatti trovare una simile concezione in Platone e, prima di questi, in Democrito. Anzi, è addirittura possibile affermare che la visione dell’arte poetica quale disciplina fondata sull’irrazionalità, opposta alla “ragion pura” richiesta dalla filosofia, trova il suo atto di nascita proprio con alcuni famosi dialoghi platonici. Sarà pertanto còmpito delle righe che seguiranno ricercare, raccogliere e presentare, dei due filosofi, i passi più significativi, contenenti riferimenti, più o meno espliciti, al fenomeno dell’ispirazione poetica, tentando, se non proprio di far luce nel mistero in cui da sempre è avvolta la stessa, di fornire un’interpretazione, in chiave moderna, dell’argomento, partendo dalla viva, e per nulla trascurabile, voce degli “antichi”.
   Oltre alla ben nota condanna1 della poesia da parte del filosofo ateniese, e alla concezione di questa come mímesis, cioè come imitazione (si veda la Repubblica e le Leggi), vi è anche da considerare che in alcune opere, come lo Ione, in primis, e poi il Fedro e l’Apologia di Socrate, la riflessione platonica si sofferma, anche se per poco, sui meccanismi che dànno luogo al sorgere della scrittura poetica. Nell’Apologia Socrate, mentre tiene la sua arringa difensiva davanti ai giudici, spiegando loro i motivi e i risultati del suo philosophari tra politici, sacerdoti, ovvero i “sapienti” della città di Atene, non manca di ricordare l’esperienza di ricerca e di dialogo con i poeti. “Dopo aver esaminato gli uomini politici”, si legge, “andai dai poeti, da quelli che compongono tragedie e da quelli che scrivono ditirambi e anche dagli altri, nella convinzione che in quella cerchia avrei potuto verificare al di là di ogni dubbio il fatto che io sono più ignorante di loro. Prendevo i loro poemi, quelli che mi sembravano composti nel modo migliore, e domandavo loro che cosa intendessero dire, al fine di poter anch’io imparare qualcosa. Mi vergogno a dirvi, cittadini, la verità. Eppure bisogna che ve la dica! Tutti gli altri che erano presenti, per così dire, parlavano quasi meglio di loro intorno alle cose sulle quali essi avevano composto poesie. Dunque, anche dei poeti venni in breve tempo a conoscere questo, e cioè che non per sapienza componevano, ma per una certa dote di natura e perché erano ispirati da un dio, come i vati e gli indovini. Anche costoro, infatti, dicono molte e belle cose, però non sanno nulla di ciò che dicono. Un fenomeno simile mi è sembrato essere anche quello che riguarda i poeti” (trad. G. Reale)2. Da quanto riportato si comprende che per Platone i poeti non scrivevano i loro versi in virtù della sophía o dell’epistéme, non cioè grazie alla “sapienza”, al ragionamento e alla conoscenza razionale, ma in base alla phy´sis, vale a dire a una certa disposizione naturale, giacché essi nulla sapevano dire riguardo a quel che avevano scritto o, comunque, non erano capaci di farlo più di chi fosse estraneo al mondo della poesia. Essere poeti non significava, pertanto, professare un’arte i cui segreti erano stati tramandati di generazione in generazione né impadronirsi degli stessi come fa l’apprendista nella bottega con il mestiere del maestro; non vi era nessuna iniziazione né percorsi di studi particolari da intraprendere. Potersi vantare di quel titolo voleva soltanto dire essere nato con una natura non comune, abbastanza simile a quella dei vati e degli indovini, ben ricettiva, cioè, nei confronti del divino. Come costoro, colui che componeva versi si trovava in preda all’enthousiasmós, quasi invasato da una divinità; e i carmi da lui prodotti altro non erano se non il lascito dello “stato di grazia” generato dalla presenza, nella sua anima, del soprannaturale, i quali, pur uscendogli dalla bocca, come le profezie e i vaticini per gli indovini, non erano affatto suoi, non gli appartenevano.
   In un’altra opera platonica, lo Ione, Socrate, ritornando sul concetto di ispirazione, sempre concepita come invasamento, puntualizza e, sotto alcuni aspetti, approfondisce, ciò che è stato appena esposto. Egli è ora alle prese con un rapsodo, il cui nome dà il titolo al dialogo. Dopo alcune battute volte a introdurre il problema dell’opera, il filosofo si impegna a dimostrare che il suo interlocutore è un esperto di Omero, e che l’arte che quello professa è tale non per scienza ma per una sorta di facoltà divina. “Il fatto si è”, sostiene Socrate, “che codesto tuo sempre parlare bene di Omero, non è, come già dicevo, un’arte, ma un divino potere, un divino potere che ti muove, come nella pietra che Euripide chiamò Magnete e che volgarmente viene detta pietra di Eraclea. Tale tipo di pietra, infatti, non solo attrae direttamente gli anelli di ferro, ma trasmette il proprio potere agli anelli stessi, che a loro volta assumono il potere di fare quello che fa la pietra, cioè di attrarre altri anelli, sì da formare talvolta una lunghissima catena di ferro e di anelli pendenti l’uno dall’altro; ma in tutti il potere non proviene che da quella pietra. Così anche la Musa: solo la Musa forma gli ispirati; e attraverso questi si costituisce una catena di altri, invasi da divina ispirazione. Tutti i buoni poeti epici, non per arte, ma perché ispirati e invasati dalla divinità, esprimono tutti quei loro bei canti, sì come i buoni poeti melici; e come gli agitati da coribantico furore, perso ogni freno razionale danzano; così i melici, perso ogni freno razionale, compongono quelle loro belle poesie” (trad. F. Adorno)3. Anche qui, come nell’opera precedente, il poeta, e parimenti il rapsodo, è colui che non professa la sua arte facendo soltanto uso della téchne, intesa, questa, come una vera e propria capacità artigianale di cui si può disporre in ogni momento e che si fonda su un sapere di natura razionale; egli è tale grazie a una non meglio definita theía dy´namis, una forza divina che scaturisce nell’animo di chi compone a condizione che si sia perso ogni controllo e intervento della ragione. Per essere più chiaro nella sua argomentazione e per tentare di aggiungere altre informazioni riguardo a questa misteriosa “forza divina”, Socrate introduce l’esempio del magnete: la Musa, tramite la theía dy´namis, ispira il poeta, che a sua volta ispira il rapsodo, dal quale, infine, dipende il pubblico. Viene dunque a formarsi una sorta di catena che, al pari di quella composta di maglie di ferro, lungo cui scorre il magnetismo della calamita, è tutta pervasa da una forza particolare, di natura spirituale, che si trasmette dalla divinità agli spettatori, in virtù della parola poetica, e della quale il poeta stesso non è che strumento. Qualche passo più avanti Socrate, ritornando sugli stessi concetti, e precisandoli, aggiungerà: “E ora sai anche che lo spettatore è l’ultimo di quei tali anelli che, dicevo, dalla pietra di Eraclea assumono il proprio potere gli uni dagli altri? L’anello di mezzo sei tu, rapsodo e attore; l’anello primo è lo stesso poeta. Il dio, mediante costoro, trascina l’anima umana dove vuole, trasmettendo il potere dall’uno all’altro. […] E un poeta pende da una Musa, altro da altra – noi denominiamo ciò ‘esser posseduto’ […] e da questi primi anelli, dai poeti, pendono e ricevono il divino afflato i successivi, chi dall’uno chi dall’altro, chi da Orfeo chi da Museo” (trad. F. Adorno)4.
   Nel primo dei due brani, riportati dallo Ione, oltre all’importante concezione dell’ispirazione vista come presenza della divinità nell’intimo del poeta, era emerso, tra le righe, un particolare degno di nota: se, difatti, nell’Apologia i poietaí venivano accostati ai vati e agli indovini, qui sono paragonati ai coribanti, a coloro, cioè, che si dedicavano a particolari rituali con cui, si credeva, potevano essere curate numerose forme di follia e di malattia mentale. In tali tipi di cerimonie, di primaria importanza erano la danza e la musica. Tutte le malattie psichiche si ritenevano causate da certe divinità, sensibili, ciascuna, ad un solo, e diverso a seconda dei casi, tipo di musica. Colui che veniva sottoposto a tale terapia doveva trovare, per poter essere guarito, la melodia corrispondente alla divinità responsabile del suo male; abbandonandosi poi ad una danza praticata sul tipo di musica appositamente scelto, l’iniziato ai rituali coribantici raggiungeva uno stato di “estasi” in cui avveniva la liberazione da ciò che lo affliggeva. La qual cosa ricorda non poco il fenomeno folcloristico-popolare, tipico di alcune zone del Salento, della “taranta”5, che sopravvive a tutt’oggi. Anche in questo caso vi è un individuo “malato”, generalmente di sesso femminile, che, in base ad una musica particolare, e poi ad una danza che si effettua sulla stessa, vive una crisi liberatoria.
   Riportando ora il discorso a quel che più ci interessa, ovvero alla poesia e all’ispirazione poetica, Platone, per bocca di Socrate, introducendo questo richiamo ai coribanti, sembra volerci dire che i poeti, come gli iniziati a tali cerimonie, sono estremamente sensibili al ritmo del verso poetico; è proprio nel lasciarsi andare ad esso che colui che scrive versi raggiunge quasi uno stato estatico, una sorta di ispirazione creativa “indotta”, non paragonabile certo a quella ben più intensa, di natura divina, spontanea e imprevedibile, che si dona di tanto in tanto al favorito delle Muse. Durante quest’ultima, tutto ciò che il “posseduto” dice, perso “ogni freno razionale”, appartiene al mondo della divinità; è come se i versi che canta gli giungessero da lontano, da regioni remote, assai distanti dalla normale condizione mentale degli altri uomini. Difatti, sostiene sempre Socrate nello Ione, a proposito di coloro che scrivono versi: “Dicono che da fonti di miele, scorrenti da certi giardini, dalle valli selvose delle Muse, portano a noi come api i loro canti, così, come api, a volo. E dicono il vero. Il poeta infatti è un essere leggero, alato, sacro, che non sa poetare se prima non sia stato ispirato dal dio, se prima non sia uscito di senno e più non abbia in sé intelletto” (trad. F. Adorno)6.
   Fin qui Platone, dunque. Ma anche Democrito presenta una concezione particolare dell’ispirazione poetica, molto simile a quella platonica, tanto che non può facilmente essere scartata l’ipotesi secondo cui il filosofo di Atene l’abbia mutuata dal suo predecessore di Abdera. Anche questo, difatti, parla di natura divina del poeta e di uno stato interiore particolare in cui lo stesso compone versi. Se si prende il frammento 21 D.-K., che raccoglie una testimonianza di Dione Crisostomo, si può leggere: “Democrito, parlando di Omero dice così: ‘Omero creò un magnifico insieme di parole d’ogni genere, perché ebbe il dono di un ingegno divino’; gli pareva dunque impossibile che uno componesse locuzioni poetiche così belle e dotte senza possedere una natura divina e meravigliosa” (trad. V. E. Alfieri)7. Anche Cicerone, in due opere, rispettivamente nel De oratore e nel De divinatione, costituenti parte del fr. 17 D.-K8, ha ricordato la singolare concezione democritea e platonica riguardo alla natura del poeta. Egli ha così scritto: “Spesso infatti ho sentito dire che non si può essere grande poeta (questa opinione, dicono, si trova espressa negli scritti di Democrito e Platone) senza infiammazione d’animo e senza un certo estro, per così dire, di follia”9; e inoltre: “Dice infatti Democrito che senza follia nessuno può essere poeta, e lo stesso dice Platone”10 (trad. V. E. Alfieri). Sine furore, dunque - come sostiene Cicerone, citando i due filosofi - non è possibile poetare. E non è un caso che con il termine furor in latino si intenda tanto la follia, il delirio, quanto l’ispirazione e lo spirito profetico: per l’antichità greco-romana gli uni e gli altri fenomeni hanno, come abbiamo visto con l’accenno platonico al coribantismo, qualcosa in comune.
   Giunti a questo punto, è necessario, dopo aver presentato i documenti che contengono il pensiero di Democrito e Platone (ce ne sarebbero in realtà altri riguardanti l’argomento in esame, ma è sufficiente l’essersi serviti di questi), è necessario, si diceva, passare, per poter chiudere il presente scritto, all’interpretazione degli stessi.
   In realtà, se prendessimo il discorso dell’autore dell’Apologia e dello Ione alla lettera, sarebbe per noi moderni assurdo ritenere che alla base dello scrivere poesia vi sia un’attività quasi sciamanica. Nessuno, oggi, potrebbe in qualche modo pensare che durante la creazione poetica si viva una vera e propria possessione divina. È per questo motivo che i concetti fin qui esposti, insieme alla terminologia dei due filosofi, spingono chi volesse trovare una loro spiegazione a distaccarsi un poco dal significato letterale e a considerare anche quanto, nel frattempo, in duemila anni di storia e di cultura, il Cristianesimo ha portato e prodotto.
   L’attività poetica, è chiaro, non è propria degli uomini in genere senza distinzione: su questo giudizio ognuno non può che concordare con Platone. Non tutti possono scrivere poesie; se si afferma il contrario, occorre necessariamente distinguere tra poesia con l’iniziale minuscola e poesia con la maiuscola, cioè tra quella falsa e quella vera, tra non arte e arte. Il poeta, come lo vede il mondo moderno, è colui che nasce con alcune qualità particolari, come l’intelligenza e la sensibilità, che possiede in misura maggiore, e più sviluppate, rispetto agli altri uomini. Nel corso della sua esistenza egli ha curato tali doni, insieme alla facoltà del canto, che sarebbero rimasti grezzi (soltanto “in potenza” e non “in atto”) senza applicazione e studio, e non ha fatto altro che affinarli con un indefesso, tenace e paziente lavorìo su di sé, come fa l’intagliatore con le pietre preziose, per cercare di sbozzarsi, di coltivarsi giorno per giorno, di essere capace di avvicinarsi, componimento dopo componimento, quanto più possibile all’Assoluto. È però importante che egli scriva solo per necessità, non per velleità artistiche, per sogni di gloria o, peggio, per desiderio di guadagno: deve prendere in mano carta e penna ogniqualvolta, e non in altri momenti, ha da dire qualcosa che urge dentro e che chiede di uscire. Chi non compone sotto il dettato dell’ispirazione, difatti, produrrà solo cose morte, prive di valore artistico, mancanti di quella theía dy´namis a cui si riferiva Platone con l’esempio della calamita. Il poeta, che canta attingendo a piene mani dalla sua téchne, ed esclusivamente su di essa basandosi, non è affatto “buono”, nel senso già incontrato nel primo dei passi citati dello Ione, non essendo presente quella conditio sine qua non per la quale tutto quel che si scrive è poesia, e nulla lo è, senza di essa. Con ciò non si intende certo dire che chi compone versi non debba aver sviluppato e affinato, nel corso del suo apprendistato, la tecnica dello scrivere, la quale è, anzi, importante. Senza di essa, infatti, non sarebbe possibile quella sorcellerie évocatoire di cui parla Baudelaire, che permette al poeta di “stregare” il lettore, di ammaliarlo con la sua bravura tecnica, di giocare con le emozioni del pubblico, di convogliarle, accrescerle e diminuirle a suo piacimento e secondo i suoi disegni. Si vuole semplicemente sostenere, al pari di Platone, che, se non si è ispirati, non si potrà mai essere poeti nel vero senso della parola e tutto ciò che si scrive sarà soltanto téchne, vuota e priva di quella corrente magnetica capace di resistere ai secoli e di trasformare uno scritto, dopo avergli infuso vita con il soffio spirituale, in una vera e propria opera d’arte. A tal riguardo ancora nello Ione, per marcare la differenza tra una scrittura poetica praticata in stato di enthousiasmós e una che si avvale solo della téchne, Socrate ricorda Tinnico di Càlcide, mediocre poeta che aveva sempre e solo sfruttato la “tecnica”. Una sola volta, però, ci dice Platone, fu ispirato: in questa riuscì a comporre un peana talmente bello da essere consegnato alla posterità11.
   Un ultimo riferimento alla differenza, fortemente sottolineata dal maestro di Aristotele, tra ispirazione e tecnica, può essere fatto citando un passo12 del Fedro in cui si contrappone il poeta sophronôn, ovvero savio, che scrive secondo ragione, non ispirato, e pertanto cattivo e pessimo artista, al poeta mainómenos che, in preda alla manía, al divino furore dell’ispirazione, è il solo “buono” e degno di essere ricordato e tramandato.
   Il mestiere, in conclusione, è importante, ma necessario risulta soltanto il momento dell’ispirazione. Durante il quale, in realtà, non avviene possessione da parte di nessuna divinità o, se si deve prendere per vero quanto Platone sostiene, essa si verifica solo nel senso che verrà precisato qui di seguito.
   L’individuo, in base alla ripartizione della natura umana che procede dal Cristianesimo, coincide con ciò che chiamiamo “Io”; esso è inoltre composto di corpo, di ragione, nella misura in cui né l’uno né l’altra sono l’individuo, ma soltanto suoi strumenti. L’Io è costituito anche dallo spirito – al quale appartiene il senso del Bene e del Bello –, quella realtà che i materialisti di ogni tempo e paese hanno sempre negato, pur credendo tuttavia all’intelligenza, facoltà comunque invisibile. Il poeta, dunque, secondo tale ripartizione dell’uomo, è colui che più di ogni altro suo simile si rivela aperto alla propria parte spirituale, ed è capace, di conseguenza, di ricevere, dalla stessa, influssi e messaggi da intendersi come manifestazioni e segni dell’enthousiasmós, l’“ispirazione” di natura divina di cui parlavano Democrito e Platone. Non per niente le vere, autentiche opere d’arte appaiono sempre come prodotti unici, eccezionali, che trascendono i limiti della natura umana, essendo esse pervase e imbevute della theía dy´namis che le conserva intatte nei secoli. Se prendiamo, solo per fare uno dei numerosi esempi possibili concernenti la letteratura italiana, i canti leopardiani, ci accorgiamo che il loro autore è ormai morto da più di un secolo e mezzo; basta, però, scorrere alcuni versi di una sua qualsiasi poesia per accorgerci che quanto stiamo leggendo è, a differenza, ben vivo. È sì morto il poeta, ma quel che possiamo ancora gustare, conserva intatta l’impronta spirituale che è stata data all’opera, nel momento della creazione, dall’artista raccolto e immerso nella sua forgia interiore. Nel caso specifico del Recanatese, la composizione di una poesia avveniva solo dopo il sopraggiungere di un momento di frenesia o ispirazione. In tali attimi gli balenava nella mente, come fosse una folgorazione, come un’illuminazione repentina, l’Idea; dall’apparizione della quale alla scrittura il cammino era lungo, arduo e impervio, come ci insegna direttamente Leopardi, nella famosa lettera a Giuseppe Melchiorri, e, indirettamente, l’esame dei suoi testi autografi, pieni di cancellature, ripensamenti, prove. Scrivere una composizione in versi poteva voler dire, per lui, impegnarsi anche per settimane, sempre però con lo stato d’animo rivolto a quella folgorazione ricevuta, quasi casualmente e per dono “divino”, un certo giorno, e poi tenuta a lungo nel cuore e nella mente, per un periodo di incubazione.
   Questa ispirazione, così come ne ha parlato Leopardi, la stessa di cui fa esperienza ogni autentico poeta, deve appunto intendersi come l’irrompere casuale e improvviso della parte spirituale dell’individuo votato all’arte, per disposizione naturale o phy´sis, nella sua mente e nel suo animo; in questo senso, e non in altri, va interpretato il concetto di possessione divina che si era incontrato leggendo i passi platonici dell’Apologia, dello Ione, del Fedro. “L’irrompere casuale e improvviso”, si è scritto, perché esso non può essere provocato, non dipendendo in alcun modo dall’artista, essendo una sorta di visita non preannunciata che la “divinità” fa nell’intimo del poeta; anche se, come si è detto più sopra, è uno stato che può forse essere richiamato e cercato, da parte di colui che è predisposto a riceverlo, per mezzo dell’abbandono, come accadeva per i coribanti, al ritmo del verso e alla musicalità della frase, in una sorta di danza interiore. Quando finalmente giunge l’enthousiasmós, il vento che non si sa di dove viene né dove va, donando al poeta la visione della pura Idea spirituale, segue, da parte dello stesso, il tentativo di darle corpo, portandola al di fuori di sé, con la pratica dell’arte; ciò, in genere, avviene non senza sofferenza e fatica da parte di chi si trova costretto a comunicare la sua visione interiore, così luminosa e perfetta, ben consapevole di avere a che fare con una materia che si rivela cieca ai solari splendori di quanto il mondo dello spirito ha lasciato in sé.
   Giunti ormai alla conclusione del presente scritto, in cui si è cercato di dare una lettura del fenomeno dell’ispirazione poetica, mettendone in luce, nell’àmbito della cultura occidentale, l’origine, ovvero la  “genealogia”, come fa intendere il titolo di reminiscenza nietzscheana, si vuole fare riferimento a un altro frammento di Democrito, citato da Clemente Alessandrino, il fr. 18 D.-K, che sembra riassumere quanto è stato fin qui esposto. In esso si legge: “Bello è tutto ciò che un poeta scrive nello stato di entusiasmo e agitato da un afflato divino”13 (trad. V. E. Alfieri). Per il filosofo di Abdera, e soprattutto per Platone, la poesia non si pone come fine la ricerca e il raggiungimento della verità, né potrebbe farlo: non è la filosofia. Il traguardo dell’arte poetica è piuttosto la bellezza. È dunque questa, e non altro, il metro per distinguere – soprattutto in tempi come i nostri in cui sembrano essersi dimenticati i valori e le conquiste della classicità – se un componimento è vera poesia oppure no, se un poeta era davvero ispirato nel momento della creazione oppure se ha scritto soltanto per téchne, se ciò che si sta leggendo è di natura divina e proviene dall’alto, dallo spirito, o se giunge da tutt’altri luoghi (ed è, in questo caso, umano, troppo umano).

***

1 Da ridimensionare e precisare nel senso fornito dalle più recenti interpretazioni di Giovanni Reale; a tal riguardo si veda: G. Reale, Platone. Alla ricerca della sapienza segreta, Rizzoli, Milano 1998.
2 Platone, Apologia di Socrate, Bompiani, Milano 2000 (a c. di G. Reale).3 Platone, Opere complete, vol. 5, Laterza, Bari 1988
4 Platone, op. cit.5 Per un approfondimento, oltreché del concetto di enthousiasmós, anche dei rituali coribantici e della loro relazione con la tradizione pugliese della “taranta”, si veda il libro: Roberto Velardi, Enthousiasmós. Possessione rituale e teoria della comunicazione poetica in Platone, Edizioni dell’Ateneo, Roma 1989.
6 Platone, op. cit.
7 I presocratici. Testimonianze e frammenti, vol. 2, Laterza, Bari 1990 (a c. di autori vari).
8 Id.
9 Cic. De orat., 2, 46, 194 : “saepe enim audivi poetam bonum neminem (id quod a Democrito et Platone in scriptis relictum esse dicunt) sine inflammatione animorum exsistere posse et sine quodam adflatu quasi furoris”.
10 Cic. De div., 1, 38, 80 : “negat enim sine furore Democritus quemquam poetam magnum esse posse, quod idem dicit Plato”.
11 Platone, op. cit.: “La miglior prova di questo si ha con Tinnico di Càlcide, il quale non compose mai alcuna poesia degna d’essere ricordata, se non quel peana che tutti cantano, forse uno dei canti più belli, una pura, come egli stesso lo chiama, ‘invenzione delle Muse’. A me sembra che soprattutto con questo esempio il dio, perché non rimanessimo in dubbio, ci abbia voluto mostrare come questi bei poemi non siano umani, non frutto di uomini, ma divini, frutto di dèi, e come i poeti non altro siano che interpreti degli dèi, invasati ciascuno da quel certo dio che li ispira. E fu appunto per dimostrare questo che il dio, di proposito, compose uno dei carmi più belli per bocca d’uno dei poeti di minor valore” (trad. F. Adorno).12 Platone, Fedro, Mondadori, Milano 1998: “Chiunque si presenti alle porte della poesia senza essere ispirato dalla mania delle Muse, convinto che gli basterà la tecnica per essere un bravo poeta, sarà un poeta mancato, perché la poesia di chi è in sé viene oscurata da quella di coloro che sono in preda a mania” (trad. M. Tondelli).
13 I presocratici, op. cit.

 
 
       
 
 
 

 

 

     

 

 

 

 

 

 

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