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KUNVAR NARAYAN
Verso
la natura
Traduzione dall’hindi di Mariola Offredi
Sono
innanzitutto lieto che mi sia data l’occasione di esprimere alcuni
pensieri su un argomento che, per sua natura, è fra le
preoccupazioni di un poeta: vale a dire la preoccupazione per la
difesa di quella terra e di quella natura dalle quali dipende
ampiamente il bene dell’uomo.
Nel
poeta Rilke, la natura non è un oggetto inanimato: essa è
piuttosto una presenza divina e intima. In tale prospettiva
ritroviamo il riflesso della filosofia di vita orientale, secondo
la quale l’uomo e la natura non sono in conflitto – la coesistenza
pacifica dell’uomo con la natura è non solo possibile, ma
necessaria.
Uno dei
motivi per cui nel mio poema narrativo hindi Atmjayi (Il vincitore
di se stesso, 1965), tradotto in italiano da Mariola Offredi e
pubblicato con il titolo di Naciketa nel 1989 per i tipi delle
edizioni Plural, ho attinto, reinterpretandola secondo la
sensibilità di un uomo moderno, la figura di Naciketa dalla
Kathopanishad, antico testo filosofico-religioso risalente
all’incirca al IV secolo a.C., è che, al pari della mitologia
greca, anche nella mitologia indiana si trova la narrazione
vivente del rapporto fra l’uomo e la natura.
Con
l’avvento e il progresso della scienza e della tecnologia, abbiamo
assistito a un lento e totale mutamento del sentimento di intimità
e di reciproca dipendenza che esistevano tra l’umanità degli inizi
e la natura, e tra gli elementi della natura e gli esseri viventi.
Dal darwinismo molti estraggono un solo aspetto dell’uomo, che a
una mente critica appare come prevaricatore: la natura non è
dell’uomo aiutante e compagna bensì nemica, come se l’uomo non
potesse sopravvivere senza riportare su di essa la vittoria.
Questa visione parziale genera un sistema di pensiero basato sul
conflitto eterno fra la natura e l’uomo. Al contrario, non si pone
sufficiente attenzione a un altro lato della stessa teoria, e cioè
che l’evoluzione dell’uomo è dipesa non dalla sua opposizione alla
natura ma più dalla capacità di adattamento a essa.
Non
sono un esperto di ecologia. Come uomo e poeta, la base delle mie
apprensioni è quel mito deformato dello “sviluppo” e del
“progresso” che vede l’essenza dell’avanzamento soltanto
nell’incremento della produzione e del consumo. Che dimentica le
possibilità culturali e spirituali dell’uomo e dà invece
importanza alla ricchezza materiale dell’individuo.
Non è
possibile tracciare un quadro dello sviluppo integrale dell’uomo
solo su basi economiche, politiche, scientifiche: per mantenere
l’equilibrio con l’ambiente materiale, dovremo continuare a
sviluppare dentro di noi il principio etico che la natura non è
soltanto oggetto di sfruttamento; e anche se assumiamo quest’ultima
prospettiva, la nostra stessa ragione ci dice che lo sfruttamento
indiscriminato non può durare a lungo.
Di
fronte a noi ci sono attualmente due difficoltà primarie: non si
tratta solo dell’esaurimento delle ricchezze naturali che stiamo
usando velocemente come beni di consumo; ancor maggiore è la
realtà dell’inquinamento, che si sta diffondendo sulla terra come
un veleno. In India questo problema ha già assunto un aspetto
tremendo. L’inquinamento dell’aria e dell’acqua è cresciuto al
punto tale che è difficile dominarlo.
In
relazione allo sviluppo economico, i problemi dei paesi arretrati
sono molto diversi da quelli dei paesi ricchi. Se può essere
necessario incrementare la velocità dello sviluppo dei paesi
arretrati, sarebbe meglio diminuire quella dei paesi ricchi.
In
contesto indiano, a proposito dello sviluppo e della difesa
dell’ambiente spesso si presenta un dilemma, il cui maggior
esempio è la controversia, che dura ormai da anni, sul progetto
della grande diga nella valle del fiume Narmada. Da un lato sta la
logica inconfutabile della difesa dell’ambiente e del sistema di
vita tradizionale; dall’altro è altrettanto incontestabile la
logica della modernizzazione e di un migliore sistema di vita. È
una controversia di difficile soluzione.
È fuor
di dubbio che stiamo avanzando con grande velocità, ma dobbiamo
prima di tutto aprire gli occhi sulla direzione della nostra
avanzata. Guardiamo alla velocità, ma abbiamo forse chiara la meta
della nostra corsa? Tali domande dobbiamo soppesarle ponendo al
centro il sentimento del bene dell’umanità, così come fanno la
poesia e le arti, che sono collegate intimamente al proprio
ambiente e alla vita in questo. In esse c’è la consapevolezza che,
senza profonde e forti radici nella vita e nell’ambiente di cui si
nutre, nessuna arte può elevarsi a livello universale.
L’universalità non è l’appiattimento e la morte delle peculiarità
locali.
Non
possiamo definire lo sviluppo solo dal punto di vista economico,
industriale e commerciale: è necessario dargli un ampio contesto
umano, altrimenti diventeranno prive di vita quelle radici che
rendono intensa e davvero ricca la nostra vita.
So che
sono riuscito a toccare solo superficialmente questioni che
avrebbero richiesto un esame più approfondito, questioni che oggi
preoccupano noi tutti e coloro che come noi pensano e sentono.
Tuttavia, anche solo ripetere apprensioni comuni serve quasi a
ripetere un avvertimento profondo. Ecologia e inquinamento sono
temi oggi ben conosciuti e discussi nel mondo. Dobbiamo salvare
l’umanità e la natura. Distrarsi da questo compito significa
distruggerle o rovinarle, e allora rimediare sarà quasi
impossibile. Non accada che in questa corsa al progresso ci
rompiamo le membra: è l’avvertimento che oggi lanciano voci
responsabili a livello mondiale. Ed è con quelle voci che voglio
fondere la mia voce..
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