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PAOLO RUFFILLI
Il
battito e il tempo
Quando
è comparso sulla terra, l’uomo non sapeva parlare. Ha impiegato
centinaia di migliaia di anni, per imparare. E, contro il
malinteso corrente, non ha elaborato il linguaggio per comunicare
con gli altri uomini. Questo è stato un effetto secondario:
certamente fondamentale per lo sviluppo dei rapporti, ma aggiunto.
A promuovere l’invenzione della parola è stata una tensione
profonda, del tutto inconscia, di specie magico-rituale, che ha
spinto i nostri remoti antenati a cercare la pronuncia di qualcosa
che consentisse di metterli in relazione con la realtà intorno a
loro per impadronirsene e dominarla.
L’uomo avverte subito che la realtà intorno a lui è ostile e
pericolosa: la natura non è affatto la madre buona e amorevole che
si pretende, appare anzi crudele e insensibile, pronta a
schiacciare e a cancellare ogni cosa e ogni persona. E,
istintivamente, l’uomo si fa “mago” e si sforza di inventare le
“parole magiche” che lo rendano padrone della situazione,
attraverso un suono cadenzato che dall’inconscio materializza la
sua chiave: “chiave di accesso”, per entrare e uscire dentro di sé
e dentro la realtà. Chiave “musicale”, perché la musica gli appare
fin da subito, senza averne la coscienza, la regola secondo cui è
costruito l’universo: una successione di cadenze ricorrenti, una tramatura numerica armonica anche nelle sue disarmonie. Quanto sia
stato decisivo il linguaggio per mettersi in relazione con la
realtà e incidere progressivamente su di essa, impadronendosi dei
suoi meccanismi per rifarla e correggerla (e, magari, anche per
deteriorarla), appare magari scontato e non si riflette mai
abbastanza che il suo potenziale dinamico, nell’unità
indifferenziata che sta sotto alla divaricazione (e schizofrenia)
tra significante e significato, ha a che fare proprio con la
musica.
Il
linguaggio nasce come istinto musicale: è una verità che conoscono
i linguisti. Tutte le parole fondamentali, cioè quelle che vengono
da più lontano nel tempo, hanno un’origine onomatopeica e sono la
trascrizione di un suono cadenzato. L’uomo impara a parlare
mettendo in musica per tratti minimi ripetuti suoni e rumori che
sente dentro e fuori di sé, per naturale capacità metaforica messi
in relazione a messaggi che riceve e che manda. Il modello
esemplificativo è la nenia cantilenata, con tutta la carica
propiziatoria e apotropaica della sua natura sonora di
giaculatoria, insieme invocazione e ordine: una parola che
“canta”, tutta sostanza eppure astratta. E, per via musicale,
l’uomo acquista senza rendersene conto la capacità di astrazione,
cioè il segreto su cui riposa la conoscenza.
Il
cervello si è strutturato attraverso le parole, raffinandosi ed
evolvendo parallelamente all’esercizio via via sempre più
professionale della lingua. Fino al processo di razionalizzazione
avanzata imposto dall’ordine della scrittura alla mobilità
volatile del sistema verbale parlato. L’uomo ha conquistato l’uso
e l’esercizio della parola, diventati poi uso ed esercizio della
scrittura, in un processo che è anche progredire: il progresso che
lo rende interprete nel tempo di sempre più numerosi e sofisticati
artifici capaci di farlo crescere a tutti i livelli, sia in modo
pratico e tecnologico (che era poi l’obiettivo primario per
ragioni di sopravvivenza), sia anche su fronti apparentemente meno
pratici (e, invece, fondamentali) quali quelli della sua
immaginazione, del suo sentire, del suo pensare, dai quali
discende ogni invenzione. La parola nasce come avventura
“metafisica”, per andare dentro e oltre la realtà. E il fondamento
della realtà è il principio di contraddizione: un segreto
depositato nel cuore della lingua, perché il minimo (di segni, di
parole, di costruzioni) serve per ottenere il massimo e con pochi
segni si fanno migliaia di parole e infiniti discorsi. È
l’infinitamente grande che riposa nell’infinitamente piccolo. Quel
che oggi sa anche la fisica subatomica e che da sempre è la
caratteristica della poesia e più in generale delle arti, cioè
delle pratiche che hanno a che fare con la creatività profonda,
dalla quale arriva l’impulso irresistibile al “vuoto”. Perché ciò
che è nettamente definito è perciò stesso limitato e solo ciò che
è accennato, detto e non detto, è “suggestivo” (e “suggestivo”
deriva da suggerire).
In
che cosa consiste, in fondo, la poesia? È la tecnica di
rappresentare in forma ritmica le cose della vita e del mondo, in
una invenzione linguistica insieme di oggetti e di pensiero o,
meglio ancora, in cui tutto viene recuperato a livello di pensiero
in una sorta di piccolo magma fatto di lampi e di emersioni dal
profondo (epifanie, illuminazioni). È una tecnica, come si dice,
di alta economia linguistica, che usa il minimo dei mezzi per
esprimere il massimo, che concentra e addensa, che riduce
all’essenziale, cioè all’essenza. Applica la legge
dell’inversamente proporzionale, nella consapevolezza che il più
alto grado di presenza è l’assenza, puntando perciò sul sottinteso
e sul vuoto, come un arabesco o un intaglio. E, in questa tendenza
a farsi essentia (astratto di esse), la poesia punta alla
“figurazione” (da ciò le così dette figure retoriche) dentro la
musica e in virtù dell’ossessione musicale.
La
scrittura di qualità ha la sua sapienza, ma è guidata da una
forza, da una sorta di ossessione mentale positiva. Del resto, non
c’è niente di più coerente di un’ossessione, che impone dal più
profondo un suo percorso tutt’altro che gratuito e casuale, anzi
logico e conseguente. Tale ossessione, passando attraverso le
“competenze” di scrittore del soggetto, si realizza nella
creatività personale che chiamiamo stile. E lo stile, appunto, ha
una piegatura profonda e inconfondibile che ci caratterizza come
originalità irripetibile (qualunque sia il valore specifico della
nostra espressione).
Per
scrivere una poesia si segue un “input” che, nella sua funzione di
avvio incontenibile, corrisponde all’ossessione di cui si diceva:
un’ossessione musicale, nel caso particolare, attraverso la quale
il messaggio profondo tende appunto a trascriversi in un ritmo.
Non è detto che si trascriva subito e al meglio, anzi in genere
l’operazione necessita di una serie di interventi “a freddo”, a
più riprese. Una procedura che si affida però all’orecchio, non
alla ragione. L’intervento, uno lo fa perché non gli torna la
musica del verso, sulla base della sua ossessione mentale, non in
ottemperanza alle regole prosodiche e alla metrica. Anche se poi
tutto è spiegabile matematicamente, a posteriori.
C’è
qualcosa che pulsa dentro di noi e diventa il “tempo” della
poesia: il suo respiro, il suo battito, il fuoco che le dà carica.
E proprio l’origine remota della parola “tempo” può essere utile
per mettere in evidenza l’operazione insieme fisica e metafisica
dell’elaborazione del linguaggio di cui la poesia è erede diretta,
depositaria e continuatrice al livello più alto. “Tempo”, in
italiano è una parola che deriva dal latino tempus e che, come
nelle altre lingue così dette indoeuropee, arriva da molto
lontano, da un’antica radice mesopotamica ?TMP. Proviamo a
ripetercela cadenzata: tmp… tmp… tmp… e sentiremo dentro di noi il
flusso del sangue, scoprendo nel battito del cuore l’origine
concreta, eppure già astratta nel suo valore simbolico e dunque
filosofico, della parola “tempo”.
In
poesia, batte il tempo della musica e il senso si determina sempre
e solo attraverso il ritmo. “Il ritmo può determinare il senso
totalmente o parzialmente. Quando la determinazione è totale, è il
ritmo che scolpisce il senso. Quando è parziale, è nel ritmo che
il significato si precisa o precipita” (Fernando Pessoa). Ma il
ritmo è veramente tutto. E “l’espressione dell’emozione deve
essere propriamente chiamata ritmo, perché esporre un’emozione è
ritirare il pensiero senza ritirare l’espressione, vocalizzarla
senza dirla” (Pessoa). Ma, poiché l’uomo è un essere pensante e
allo stesso tempo emozionale, le due cose sono inscindibili. E, in
definitiva, la poesia è lo stato ritmico del pensiero.
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