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GIOVANNI ZAMPONI
Teopoesia?
Un
vertice inattingibile sfida il dire dell’uomo, là dove la
denominazione si fa impossibile ricavo. Nel Giardino dell’Eden, in
qualunque modo ’Adam avesse nominato un essere, quello sarebbe
stato il suo nome, e il nome, trasparendo, avrebbe identificato
l’essenza. Avrebbe, ’Adam, nominato Dio? Il Volto del Creatore era
nell’ombra della sera; il fruscio della brezza era il suono dei
Suoi passi. è rimasta la nostalgia di Quel Nome, tensione di
secolari elevazioni mistiche. Al Salvato dalle Acque si rivelò
l’Io Sono, l’Indipendente da ogni denominazione o sintassi, il
Nome-Essenza del Senza Nome, la Trasparenza Altissima. Si rivelò
Parola Tacente riguardo a Sé, ma ardente senza consumarsi, né
consumare altro, in cenere. Si disse, quella Parola, per la
salvezza di ogni altra parola dal rischio di non tacere di sé e di
non ardere, e – non ardendo – di ridursi in cenere. Dopo la caduta
è diventata impraticabile qualsivoglia denominazione tautologica
(la pienezza reciproca, in re, fra il nome e il nominato). resa
opaca la parola, lo scarto fra essa e il mondo si è fatto
vertiginoso; eppure, per l’attrazione di quel «precedente
adamitico», c’è un linguaggio, quello della poesia, che «vorrebbe
nominare in modo unico, identificando la parola alla cosa». Ma
persino nel più sublime degli «atti linguistici le tautologie
incarnate tra parola e oggetto sono difettose. Percepiamo una
duplicità, una différence»1.
V’è
tuttavia, nello scostamento, una risorsa: una differenza di
potenziale, tanto più carica d’energia quanto più lontana è la
sorgente del campo e ampio il delta fra il volto segreto
dell’essere e gli aspiranti verbali. Se la parola non reclama il
ruolo prevalente, obliando gli invisibili attrattori ed
estenuandosi nel vuoto sintattico, ma si svuota di sé per
custodire il riverbero dell’alterità; se la sorgente è
infinitamente distante e movente, assoluta come «l’amor che move
il sole e l’altre stelle»2, o incondizionata, come «amor non so
che sia se non poesia»3; se tutto ciò è, la tela del quadro, come
rifondata da impensate trasparenze, non annette confini e
innumerevoli libertà si enunciano con voce nuova. la realtà,
raccolta e trasformata, può essere traslata fino alle vibrazioni
di una divina immanente trascendenza, mentre questa si ‘realizza’
in riflesso nel ritmo dei componenti sonori: «Nell’acqua io sono
il sapore; sono l’irraggiare nella luna e nel sole, il suono
nell’etere, il profumo nella terra, lo splendore ardente nel
fuoco». Così proclama l’incontro il Canto VII della Bhagavadgita4.
E il Salmo 104: «Signore, mio Dio, quanto sei grande! / Rivestito
di maestà e splendore, / avvolto di luce come di un manto. / Tu
stendi il cielo come una tenda, / costruisci sulle acque la tua
dimora, / fai delle nubi il tuo carro, / cammini sulle ali del
vento»5. Sporge dai testi un’intermediazione tramite la quale
elementi del cosmo si riversano in note di «elementi lessicali,
fonetici, sintattici, e addirittura visuali»6, pervasi e transustanziati dall’eco di una visitazione accolta. E quando
l’oriente si veste di bagliori, e risuona la Parola della
chiamata: «jehj ’or»7, sia luce!, si condensa nel segno del
linguaggio il mistero di un apparire che brilla oltre il limite
dell’estensione che lo ospita. Chi può dire, infatti, che la luce
non sia, nonostante il buio dello spazio fisico, «l’eterna volta
della notte nera»8? La visione lucente è irraggiamento della Prima
Parola? Ha scritto Pirandello: «C’era nella vita delle cose un
altro senso che l’uomo non poteva intendere: lo dicevan quegli
astri col loro lume, quelle erbe coi loro odori, quelle acque col
loro murmure: un arcano senso che sbigottiva. Bisognava andar
oltre»9.
Piace
qualificare come teopoetico questo orizzonte di trascendimento e
prossimità, e come teopoesia la scrittura che lo ‘inversa’. ‘Teo-’
non vuol essere pretesto sacro, tanto meno può dirsi diapason di
sincretismi decaduti in états d’esprit eterodiretti. Ciascun
teopoeta reca con sé un’irripetibile inquietudine, la suggestione
di uno slargo oltre il terminus, oltre la soglia zodiacale del
firmamento e della physis, verso là dove il divino – il ‘senza
luogo’ – ha la sua tenda. Si annuncia per la settimana un ottavo
giorno, per il giorno un’ora venticinquesima10. L’induzione
etimologica risale ai lemmi greci theós, divinità, e theáomai,
affondare lo sguardo. Il vincolo teopoetico è nel ricongiungimento
delle effettività indicate dai due termini, il theós nel theáomai,
il theáomai nel theós, all’interno di scenografie il cui sfondo (théatron)
è fotografia, aura e carisma di uno spazio senza origine lungo i
canoni della luce e del silenzio, del suono e dell’assenza, della
chiaria e dell’eclissi.
***
l
sommo teopoeta è senza dubbio l’Alighieri. Il motivo della sua
grandezza è nell’estasi della parola, in quella sopraelevazione di
mira e sovraesposizione di trasparenza che la rendono capace di
fissare, nella luce, stille di luce divina; di registrarne
l’ologramma e, attraverso le sinestesie della memoria e della
scrittura, di rigenerarne il raggio nel suono dell’ascolto: «O
somma luce che tanto ti levi / da’ concetti mortali, a la mia
mente / ripresta un poco di quel che parevi, / e fa la lingua mia
tanto possente, / ch’una favilla sol de la tua gloria / possa
lasciare a la futura gente; / ché, per tornare alquanto a mia
memoria / e per sonare un poco in questi versi, / più si conceperà
di tua vittoria»11.
La
Commedia è via di luce, dal luminoso colle al phainómenon dei tre
giri; nella luce il theáomai e il theós si armonizzano in sinusia
di perfezioni. Tutto è riscritto e accelerato dalla potenza del
canto; e, di cielo in cielo, il mondo sensibile sfuma nella luce
soprasensibile, la quale si profonde non come limitazione di
sensibilia, ma come apoteosi di essi, assolti, però, dal gravame
della corporeità. Dilagando senza soluzione di continuo, la luce
depone la sua pur diafana veste materiale e si mostra, alla fine,
in tutta l’immateriale consistenza di fulgore e intelletto, amore
e beatitudine: «luce intelettüal, piena d’amore; / amor di vero
ben, pien di letizia; / letizia che trascende ogne dolzore»12. Dio
è luce, la luce gli appartiene come attributo e significazione,
medium e notizia; nella luce la sua visibilità accade in modo non
dissimile dalla visibilità di un astro. A sua volta, la vista
degli astri rimanda alla visibilità di Dio, dal momento che la
gloria di lui, sfolgorante di schiere di puri spiriti, si celebra
in incendi di scintille che evocano spettacolari vortici di
stelle. Il creato è incontro di luce e va incontro alla luce; la
luce cosmica prende avvio e télos dalla luce increata, ha forma
dalla sua impronta; la luce divina assume, per vie ignote,
l’illimitato limite della soglia astrale, e allorché lo splendore
degrada lontano dall’Empireo, il suo raggio viene modulato dalle
pulsazioni del chiarore e dell’oscurità.
All’interno di questo scenario si muove – ed è mosso – il
viandante dei tre regni; egli ha presente la meta, ma nessun passo
gli è risparmiato; sa della rotta, ma deve ritrovarla a ogni
crocevia; deve scrutare in ogni buio gli indizi e gli inizi del
dilucolo: «Come l’augello, intra l’amate fronde, / posato al nido
de’ suoi dolci nati / la notte che le cose ci nasconde, / che, per
veder li aspetti disïati / e per trovar lo cibo onde li pasca, /
in che gravi labor li sono aggrati, / previene il tempo in su
aperta frasca, / e con ardente affetto il sole aspetta, / fiso
guardando pur che l’alba nasca; / così la donna mïa…»13. La teopoesia di Dante non sboccia dal nulla, ma rigoglia su un humus
propizio. La metafora dell’«augello intra le amate fronde»
(Beatrice) certifica la disponibilità all’attesa; ma testimonia
altresì l’accettazione di un andamento bidirezionale di conoscenza
fervente che da Dio promana e verso Dio rimpatria. Amore e
conoscenza sono i tensori delle tre cantiche: il poeta sa che la
conoscenza è compito infinito verso l’infinito, e sente che in
tale infinito vive uno spirito insondabile d’amore che trapassa il
cosmo e le costellazioni dei concetti.
Nella
stupenda unità del pensiero dell’Alighieri non v’è posto per
l’autonomia delle singole scienze; tutte convergono, e via via che
la corrente si eleva, il visibile e l’invisibile si sorreggono a
vicenda. La teopoesia oltrepassa i segni visibili e inaugura lo
spazio tra il segno e la sua segreta fonte, fra il detto delle
scienze e il dirsi della divina scienza. Alle facoltà della
sintassi (dominio della ratio sistematica) è chiesta la tessitura
(contextus) dei nessi strutturali e nient’altro, giacché essa è
solo ancella del sapere, non ne rappresenta né costituisce
l’essenza. Le scienze, infatti, assomigliano ai cieli e il loro
panorama è ordinato al divino: l’organo del comprendere si affida
ai visibilia e agli invisibilia, e la sintassi è trasfigurata
nella semantica, intesa qui come la forza unificante che solleva
alla dimensione in-visibile del volto (dominio estetico dell’enérgeia).
Il volto (eîdos) stesso, però, non si percepisce e non si compone,
se non all’interno di un potere fondante, di un senso (dominio del
pneûma in visitazione estatica); ed è questa collocazione in
interferenza che lo rende abitante dell’anima e abitato da
un’anima. Anche la metafisica si interessa del volto, con il
rischio, tuttavia, di restituirlo appassito, se non è ristorata
dalle risorse di una percezione (aísthesis) che ri-levi e ri-veli
l’argomentazione, e da uno sguardo che oltrepassi la percezione
stessa e su di essa si elevi – e si riversi – come ékstasis. La
teopoesia dantesca è riuscita a investire la sintassi dei fenomeni
e della teoresi, nonché la metafisica dell’essere, di un sovrumano
eîdos estetico (la luce qual volto del divino nel volto di luce
del cosmo), poiché si è lasciata attrarre verso l’alto da una
incontenibile vocazione estatica (il senso dell’esistenza
nell’energia di un’infinita galassia d’amore).
***
Più
tardi il sogno della conoscenza è sprofondato, senza amore, nel
giudizio monocratico della sintassi della quantità, e la funzione
del discorso è diventata, di fatto, l’unica ontologia. Solo due le
domande sensate: come? e quanto? Sono gli interrogativi pertinenti
ai quanta; nulla viene concesso ai qualia della vita e ad altre
domande, quelle fondamentali: perché? chi? a quale scopo? La
voluttà quantitativa ha teso un sipario fra l’occhio e il
firmamento; gli estremi di un segmento di niente sono diventati lo
zenit e il nadir del destino; la parola si è consumata in vapori
fuliggine, la vita in raccolto di speranze calcinate. Ora ci si
chiede, però, se non sia giunto il tempo che il sapere poetico si
affranchi dall’emarginazione e la sua parola si faccia di nuovo
trasparente agli eterni contrassegni del divino, rigenerati,
antichi e sempre inediti, dai codici dello splendore e dell’ombra.
Il momento è propizio, poiché ci troviamo ancora una volta in una
congiuntura, a suo modo, post-edenica. Infatti l’obiettivo della
grande tautologia sintattica – la sovrapposizione senza resto fra
parola sintattica e mondo, almeno in via di principio – è fallito,
e dalla sintassi medesima è venuta la crisi. Una serie di
(provvidenziali?) disavventure ha travolto l’intenzione di
rinchiudere l’universo in un anello discorsivo; e allorché il
novello ’Adam ha creduto di essere sul punto di cogliere l’ultimo
frutto dell’albero della conoscenza, l’anello si è rivelato una
retta senza origine e senza fine.
La
crisi ha reso manifesto che le verità della logica e della
matematica sono al di là di ogni dimostrazione e di ogni
convalida. Nelle scienze sperimentali, dopo il cedimento dell’empiria
logica, si è compreso che ogni teoria, quand’anche sprovvista di
valore essenzialistico, è al di là di ogni formulazione (Popper);
la natura è al di là di ogni teorizzazione. «L’io e il suo
cervello»14 sono mantenuti distinti e distanti da un abisso; il
sussistere della mente appare al di là di ogni riduttiva
allocazione. Emerge l’immateriale al di là di ogni lettura
materiale, e riguarda i qualia dell’esperienza, i contenuti
interiorizzati delle sensazioni, o quelli nati e noti soltanto in
interiore parte animi; il corrispettivo fisico, più che una
impossibile relazione di identità, sembra intrattenere con essi un
rapporto di innesco e di filtro, di transito e di barriera. flussi
di divina visibilia? I legami del linguaggio appaiono al di là di
ogni identificazione, mentre il dire se stessi implica ricorsività
infinite, le quali, da ultimo, non possono non confrontarsi con
quell’Io Sono che incombe dall’al di là di ogni relazione. D’altra
parte, la stessa narrazione sintattica addita una realtà fisica
talmente estesa (infinita?), da essere già al di là di ogni
racconto. Traspare di nuovo il fascino dei lineamenti di un volto,
e se di un volto, di un senso; la frontiera dei come? e dei
quanto? sembra dilatarsi verso una nuova metafisica15. E di Dio
che dire – che più dire? –, se non che è al di là di ogni
pensiero? è suggestiva questa imperscrutabile ‘coestensione’ tra i
misteri del creato e il mistero di Dio, in una simmetria risonante
che allude a un vincolo ineffabile. Dio non è fuori dal cosmo, la
sua trascendenza vi è infusa qual immanente respiro infinito. A
chi, se non a Lui, appartengono, infatti, le infinitudini del
reale e il loro infinito progetto intelligente?
In
questa infinita alterità recuperata, il cammino del teopoeta può
riprendere vigoria, emancipato da ogni soggezione; ma è tutto da
reinventare, sebbene non manchino tracce e testimonianze – si
pensi al montaliano «anello che non tiene»16,
alla via del rifugio di Guido Gozzano17, al percorso letterario di Mario Luzi, ai
dialoghi fedeli e doloranti di David M. Turoldo. Con la casacca
del pellegrino smarrito, il teopoeta perlustra il cielo e la
terra, scruta fra i segni se qualche lembo d’azzurro si nimbi di
riflesse aureole; ma il theós e il theáomai si attardano nebulosi
e incerti, i loro barlumi sanno di buio. il passo, lungo la via
che va dal nulla all’infinito, si trova non di rado in prossimità
del primo polo, e ambiguo è l’andamento; la nudità della sua
parola, diafana e velata, è potere trasfigurante caduco,
ospitalità esitante. Dopo secoli di destrutturazione positivistica
della divina bellezza delle cose, la categoria che egli incarna
meglio – e che meglio lo incarna – è quella dell’immagine
mancante. Il profilo del divino che la sua penna trascrive è
assai sovente l’imago di uno che è L’ assente tra le stelle: «Beh,
no! Non ho mai pensato a Dio se non / Come a quella grande assenza
/ Nelle nostre vite, il vuoto silenzio /…/ Abita gli interstizi /
Del nostro sapere, l’oscurità / Tra le stelle»18.
Nell’età delle zattere insicure la teopoesia sorge spesa e sospesa
su un’esistenza che sembra galleggiare nel vuoto. Che cosa (o
chi?) al di là di quel vuoto? Che cosa (o chi?) lo riempie,
sebbene di vuoto? Il teopoeta affronta i rischi di simili
interrogativi, e insegue l’irraggiungibile oltre le colonne
d’Ercole. Circumnavigando la vita (e la morte), Paolo Ruffilli è
approdato alla riva della grande acqua, al «fiume d’energia / che
spande e che riversa / oltre le porte / l’eterno nel presente»19.
L’angoscia del nulla e il rimpianto dell’infinito rilegano le
liriche di Enrico D’Angelo, mentre il suo guardare nottambulo e
bifronte si rispecchia ora verso l’una ora verso l’altra sponda
dell’ignoto, appreso come sfida dolorosamente incomponibile. La
nostalgia di un locus divinus contende la sua anima a un
nichilismo predatorio, forse concupito sottovoce («oltre la soglia
solo un’altra soglia / che invita e congeda prossima al nulla»), e
lo costringe a interminabili fatiche di Sisifo. Tuttavia il cuore
è, da ultimo, «là dove uno spaziale attracco / smuova questa
terrena finitudine / sú verso una raggiunta soletudine»20.
L’oppressione del conflitto accomuna molti di coloro che vivono
nella teopoesia, e rammenta la lotta che, al biblico guado di
Iabbok, Giacobbe sostenne contro Dio fino allo spuntare
dell’aurora. Fu Dio ad assalire l’uomo; e l’uomo dovette
soccombere, pur con l’onore di essere chiamato vincente e il
privilegio di non morire alla vista del divino. Nell’ultimo secolo
Dio ha attaccato l’uomo; lo ha fatto in maniera radicale, e
l’uomo, avendo amato la fuga nel proprio valore e nella propria
parola, s’è trovato letteralmente incenerito dalla fiumana del
nulla. Le ceneri, s’è detto, estromettono Dio. In verità,
sanciscono la differenza: Dio arde senza consumarsi o consumare.
Con ragione ci si è interrogati se, dopo il dannato incubo di
Auschwitz, la poesia sarebbe stata ancora possibile. è continuata
e continuerà: se è autentica, pur se è pianto, è nella luce, nella
luce del pianto. Tra le parole dell’uomo, è quella che traspare di
più e che ardendo s’incenerisce di meno, poiché nel profondo è
antitetica al nulla, anche quando ne rasenta i contorni.
Nei
dintorni del nulla ama aggirarsi Luciano Erba; ma il suo istinto
metafisico, «la speranza che dietro il nulla si nasconda
qualcosa», si invera in una scrittura che si prende gioco delle
letture riduzionistiche e tecnologiche del mondo, delle filosofie
dell’inconsistenza e delle pretese ermeneutiche. La parola spira
memorie edeniche, e rilancia nelle cose la singolarità di
un’essenza propria e simbolica. In Verso Jaipur: «le piante grigie
ai lati della strada / hanno foglie ad altezza di cammello / o di
altri animali di lungo collo / brucano tutti con l’innocenza degli
inizi / e la grande pazienza della fine»21. Sentiamo che è questa
la peculiarità della teopoesia: una rinverdita virtù che, partendo
dalle disfatte, dalla «grande pazienza della fine», possa risalire
fino all’eîdos della vita, e scorgevi, forse, e rallegrarsene o
dolersene, gli indizi di un’anima innaturata di cielo; gli indizi,
forse, dell’«innocenza degli inizi».
***
1
George Steiner, Nessuna passione spenta, Garzanti, Milano 2001,
pagg. 271-2.
2
Dante, Par., XXXIII, 145.
3
Enrico D’Angelo, Nervi, in corso di pubblicazione.
4
Anne-Marie Esnoul (a cura di), Bhagavadgita, Adelphi, Milano 2000,
pag. 88.
5 La
Bibbia di Gerusalemme, I Salmi, Salmo 104 (103), 1-3, EDB, Bologna
1974, pag. 1236.
6 George Steiner, op. cit.,
pag. 271.
7 La
Bibbia di Gerusalemme, Genesi, 1, 3, op. cit., pag. 35.
8
Alessandro Centinaro, Cielo, in Centinaro, D’Angelo, Marota,
Zamponi, Poetry Quartet, Periferia, Cosenza 2002, pag. 17.
9 Luigi
Pirandello, Suo marito, in LIZ 3.0 – Letteratura Italiana
Zanichelli (CD-ROM), Zanichelli, Bologna 1997.
10
Enrico D’Angelo, Ora venticinquesima, Smerilliana n. 1 – 2003,
Casta Diva, Roma.
11 Dante, Par., XXXIII,
67-75.
12 Dante, Par., XXX, 40-42.
13
Dante, Par., XXIII, 1-10.
14 Karl
R. Popper, John C. Eccles, L’Io e il Suo Cervello, Armando, Roma
1981.
15
Gerald L. Schroeder, L’universo sapiente, Il Saggiatore, Milano
2002, pag. 29.
16
Eugenio Montale, I limoni, Poesie scelte, Mondadori, Milano 1987,
pag. 6.
17
Guido Gozzano, La via del rifugio, Poesie, Einaudi 1973, pag. 7.
18 R.S.
Thomas, Via Negativa, L’assente fra le stelle, Edizioni del
Bradipo, Lugo 2001, pag. 57.
19
Paolo Ruffilli, La gioia e il lutto, Marsilio, Venezia 2001, pag.
85.
20
Enrico D’Angelo, Nebbie, Vera, in Versi esicasti, Grafiche
Fioroni, Casette d’Ete 2001.
21
Luciano Erba, Premessa, Verso Jaipur, in Poesie 1951-2001,
Mondadori, Milano 2002, pagg. XXVII, 268.
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