|
BORIS
RYŽJI
Mai siederò in prima fila
Traduzione dal russo e commento a cura di Annelisa Alleva
I who saw in a hurried film
Death and this mad heroine (...)
Dylan Thomas
In russo Boris Ryžji significa Boris il Rosso,
e sembrerebbe uno pseudonimo, invece era il suo vero nome.
Il cognome è cosacco, e in lui scorreva anche del sangue
ebreo da parte della nonna paterna.
Ho sentito parlare di lui a marzo del 2002,
quasi un anno fa, da un amico scrittore e slavista olandese,
Kees Verheul. Kees ha conosciuto casualmente Boris a Ekaterinburg
– dove il poeta è nato e cresciuto – quando vi si era recato
in viaggio circa tre anni fa. Mi ha descritto il loro incontro
come una folgorazione, e tiene una fotografia del ragazzo
su un tavolino del suo appartamento romano: un ragazzo ventenne
dal viso magro, e una lunga cicatrice sulla guancia sinistra.
Ekaterinburg è una città di provincia nella regione dei
monti Urali, molto lontana dalle capitali Mosca e San Pietroburgo.
La cittadina divenuta tristemente nota, perché lì fu giustiziato
l’ultimo zar russo, Nicola II, con tutta la sua famiglia.
Kees, dopo averlo conosciuto, ha intrapreso con lui un’intensa
corrispondenza; il ragazzo era un grande ammiratore di Iosif
Brodskij, e Kees è stato amico del poeta per trent’anni.
Il ragazzo aveva una fotografia di Brodskij in casa sua,
visibile non appena si entrava, come tanti altri poeti russi
della sua età.
Poi un giorno, improvvisamente, nel maggio
del 2001, Kees ha trovato sulla sua segreteria telefonica
di Amsterdam un messaggio disperato del padre di Boris,
che gli annunciava fra i singhiozzi il suicidio del figlio.
Boris si era impiccato nella casa dei genitori, e sono stati
loro a ritrovarlo. Quindici giorni dopo avrebbe dovuto andare
a ritirare un premio letterario importante a San Pietroburgo,
il Premio Palmira del Nord, che ha ritirato il padre al
suo posto. Qualche mese più tardi avrebbe compiuto ventisette
anni. Il premio seguiva a un altro premio importante ricevuto
dal poeta, l’Antibooker, premio che si dà ad artisti controcorrente.
Boris era figlio del direttore di un istituto
accademico di mineralogia e di una dottoressa. Ha lasciato
una moglie e un bambino di otto anni. Aveva studiato e si
era laureato anche lui in ingegneria, ma soprattutto scriveva.
Aveva cercato di superare il vizio del bere accettando di
mettere un’ampolla sottocutanea, che provocava rigetto all’alcool.
Ha pubblicato due libri di versi con la casa
editrice di poesia più prestigiosa in Russia: il Puškinskij
Fond (Fondo Puškin) di San Pietroburgo. La prima raccolta
di versi, intitolata I vsë takoe, E così via, è stata pubblicata
nel 2000; la seconda, Na cholodnom vetru, Al vento freddo,
nel 2001. Nella presentazione al secondo volume, uscito
postumo, il poeta Sergej Gandlevskij, che lo aveva conosciuto,
lo descrive come un ragazzo “magrolino, elegante, amante
di sé pur con diffidenza, una specie di giovane D’Artagnan,
affabile e attraente”.
Quel che colpisce a prima vista è l’estrema
musicalità delle sue poesie. Musicalità che ha radici nella
poesia classica russa (Aleksandr Puškin, Aleksandr Blok),
come nelle canzoni di cantautore (Bulat Okudžava, Alla
Pugačeva). Vi è espresso un forte disagio, un inesauribile
desiderio di evasione. Boris si descrive spesso nel parco
pubblico, seduto su una panchina, o al cinema. Circondato
dal fogliame autunnale, che gli vortica attorno, con una o
più nuvole che gli pendono sulla testa. La sua è una poesia
ossessiva, fatta di temi ricorrenti. Il suo è un
atteggiamento tipicamente antieroico; una poesia finisce con
la dichiarazione: mai siederò in prima fila. La prima fila a
cui si riferisce è quella del cinema, e frequentava il
cinema al punto da percepire il mondo come uno schermo
piatto. Accosta il suo paese, la Russia, a un vecchio
cinema, svolge a ritroso la propria vita come se si
trattasse di “una pellicola” (Puškin la svolgeva come “un rotolo” di ricordi), e immagina
in una poesia di “passare attraverso” questo schermo, di
bucarlo. In generale la realtà di Ryžji è fatta d’insegne,
tatuaggi, linguaggio malavitoso da “chuligan”, da teppista
moderno, ma è anche una realtà malinconica, piena di rimpianto
per il passato idilliaco dell’infanzia. Boris, unico figlio
maschio dopo due sorelle, è cresciuto vezzeggiato in casa
da tutti.
La musica a cui Boris fa riferimento è quella
dei musicisti di strada, delle canzoni orecchiate dalla
radio di un taxi, canticchiate fra i denti da un passante,
trasmesse da un cattivo altoparlante in un luogo pubblico,
ma anche la musica seria, di Grieg o di Bach. La sua è poesia
proiettata fuori, per la strada, non da camera. Il linguaggio,
fatto di una combinazione di timbro alto, colto, e basso,
di strada, è interessante per l’originalità delle rime.
In brevi brani di prosa, che alterna alle poesie, arriva
a omettere qualche lettera dalle parole, creando spazi vuoti
artificiali.
Nell’anno accademico 1975-1976 il professor
Angelo Maria Ripellino tenne un corso monografico su Aleksandr
Puškin, che si concludeva con “Una lezione di lessicografia”.
Il lessico era la sua passione. La n. 1, cioè la prima della
sfilza di parole prese dall’”ambiente teatrale, circense,
cinematografico, marionettistico” è: “Ryžji”. Scrive Ripellino:
“Ryžji significa ‘rossiccio’, ‘fulvo’. Però nel gergo del
circo ‘ryžji’ è il pagliaccio che si chiama in italiano
‘augusto’, oppure Tony. ‘Il rossiccio’, perché spesso l’augusto
porta una parrucca rossiccia. È quel pagliaccio al quale,
come Jurij Oleša ha scritto in un famoso pezzo, ‘sprizza
acqua dalla parrucca e si accende il naso come una lampadina elettrica’. È quello vestito in maniera trasandata, i calzoni
larghi, spesso con una bombetta sulla parrucca, il più stracciato,
il più ridicolo, il più goffo”.
Rossiccio era anche David, colui che suona la cetra per
il re Saul, e che poi diventa lui stesso re. Brodskij era
rosso di capelli, e Anna Achmatova lo chiamava “Ryžji” quando
si riferiva a lui. Quindi c’è una tradizione ebraica di
cantori rossicci, una tradizione di pagliacci rossicci,
e di poeti. I poeti russi, poiché chiamarlo Ryžji può diventare
evocativo, preferiscono chiamarlo semplicemente Boris.
Sconosciuto in Italia, Boris Ryžji in Russia
è un caso letterario. Questa è la sua prima pubblicazione
in lingua italiana.
Annelisa
Alleva
***
Dalla raccolta I vsë takoe (E così via)
Quando
madama mi spaccherà la testa,
privandomi dell’onore e del giudizio
per le madonne, per ubriachezza,
perché È VIETATO PISCIARE SILENZIO
NON AVANZARE.
Allora, magari, si sprigionerà fuori
tutto quel che ho passato o sognato,
si trascinerà per i tetri quartieri
come un carnevale divertente e pacato.
Nataša,
Saša, Lioša, Aleksej.
Pierrot, che dispone a barchetta i palmi.
Un suonatore d’organetto attorniato da uccelli.
Rusalche. Gnomi. Angeli e cavalli.
Maestrine. Leccapiedi. Vigliacchi.
Due sottufficiali di un commissariato.
Cadaveri ridicoli come nei film,
creature di un inferno in plastilina ricreato.
Un Denis Davydov. Un Batjuškov comico.
Un Nekrasov caustico.
Un Vjazemskij stanco.
Una vestale, che si protendeva su di me,
e una fata che proteggeva la mia casa.
E così via, e così via, e così via, e così via.
Io stesso non so quel che sa la memoria.
Andate al diavolo, nella notte allontanatevi.
Posso aggiungere al massimo due rime.
Tre donne. Tre alunne. Una
con le treccine, un’altra con una veste austera,
la terza con i capelli bianchi coperti di tintura.
Risponderò davanti a Dio di tutte e tre.
Noi siamo morti. Accompagna questo soggetto
con la musica da me più amata
per tre rubli il clarinetto
impegnato dell’oscuro Sinjavin Vadim.
***
Non
dimenticare, non dimenticare
il gioco a poker all’ultimo banco,
l’ultima fila al cinemateatro,
il tram notturno che brilla illuminato,
la
trepidazione di un petto verginale,
ma solo vicino, vicino, vicino, vicino
(non mi chiamare Boriska, no!)
non ti avvicinare, non ti avvicinare.
Emerge
un dettaglio che non serve a niente:
– Leggi un po’ Auden, Boriska... –
La solita sadica!
E di botto per il passato non ho più rimpianti.
***
Nei
miei versi non c’è abbastanza tenerezza,
invece vorrei che mi riuscisse l’intenerimento –
come ineluttabilità o come incuria –
e ti bacio in fretta,
o
mia dissennata musa!
Tu nascondi le lacrime, cambiando posa,
io invece per questa miserabile prosa
piango senza coprire il cuore, nascondere il muso.
Ragazzina, alla tua guancia mi sono incollato –
come vecchi, come angeli, come bambini,
vivremo da soli in tutto il mondo.
Tu scoppi in singhiozzi, io rimo “singulto”.
***
Certe
volte invece mio padre mi diceva
di vedere in sogno la caccia all’anatra
con un seguito: barca e doppietta.
E lago, dove ogni isoletta
gli è nota. Diceva: non ho mai visto
un lago da sveglio
così trasparente, e che caccia! –
pensa che... Tu però che ne sai
delle nostre cose da cacciatori!
Annoiato, mi alzavo da tavola
e andavo a leggere qualche Kafka,
a compiangermi e a comporre versi
alla maniera di Brodskij, sul fatto che l’uomo,
certo, è la solitudine al quadrato,
no, al cubo. Oppure telefonavo svogliato
a una scema sposata, che amava i versi
alla maniera di Brodskij, e me tanto che c’era –
di una sorta d’amore esotico.
Addio, amore! è passato un decennio.
Tu sei imbruttita, io sono imbellito,
e dei miei sogni non sei più padrona.
Io finisco i sogni al posto di mio padre:
su questo lago trasparente vago
su una barchetta in duralluminio con la doppietta,
aggiro amorevolmente i giunchi,
dispongo i richiami, mi mimetizzo
e aspetto, e non faccio cilecca, faccio centro,
cosa dubbia per un sogno.
Cosa, ripeto, dubbia per un sogno,
ma questo è solo un sogno e nient’altro,
lo capisco fino in fondo.
E ogni volta, non incontrando mio padre,
mi sveglio, perché piango.
***
C’era
molto di tutto, era molta la musica,
e nelle casse quasi sempre si trovavano i biglietti.
Sul tram rosso un teppista e una scontrosa
viaggiavano in nessundove diretti.
La
musica è diventata scarsa
e i passeggeri, poiché è nel deposito il tram.
Ed ecco, usciti nell’autunno dalla sala
ci siamo incamminati
per
il lungo viale della vita. Era sull’estate,
sulla felicità, non sulle sciagure il film.
All’ultima fila c’era la birra e le sigarette.
Mai siederò in prima fila.
***
La
Russia è un vecchio cinema.
Qualsiasi cosa ricordi, a ogni modo
avrà in secondo piano i veterani
seduti a giocare a domino.
Quando
berrò e morrò –
il lillà al vento lascerò
oscillare, e per sempre sparirà il ragazzino
che corre per il cortile in shorts.
Il
sopraccigliato grigio veterano
si metterà i dolci nella tasca del pastrano:
dove – penserà – si è cacciato?
Sono uscito invece in primo piano.
***
Sono
uscito dal cinema, mentre la neve è già a terra,
e con una pala di compensato sta un barbuto,
e un tram rosa per aria corre –
il quattordici, no, il nove, il ventuno.
Eppure
il mondo intero a un tratto si è tramutato,
ma io sono sempre io, dove vuoi mai che mi cacci,
ricomporrò tutti i numeri delle fidanzate,
ma da tanto ci vivono altri, mi prendono a parolacce.
Tutta
colpa della neve, che i fiori ricopre.
Mi trascinerò fino a casa, le chiavi farò tintinnare,
passerò per le stanze – raffreddate e vuote.
Passerò in cucina, op, due angeli dietro il tè.
***
Dalla
raccolta Na cholodnom vetru (Al vento freddo)
a
Kees Verheul, con amore
Dove
si spezza la memoria, un vecchio film parte,
suona una vecchia musica qualche sciocchezza.
La pioggia è passata nel parco, e è indicibile come sia
forte
in questa giornata primaverile del lillà l’ebbrezza.
Prendere il tram 10, scendere, passare sotto l’arco
staliniano: tutto com’era prima, era secoli addietro.
Qui mi prendevano per mano, qui mi tiravano su in braccio,
mi facevano vedere un film nel cinemateatro aperto.
L’arte
faceva vedere gli stessi sentimenti,
lo stesso parco dei divertimenti, il ragazzino in braccio.
E l’interminabilità del passato, illuminato pallidamente,
impedisce molto al futuro di prendere slancio.
Per
nostalgia o scelleratezza e ubriachezza ci si può
sollevare più in alto dei pini, fino al cielo
sulla ruota panoramica, ma capire non si può:
se non c’era ancora la guerra, o se la guerra c’era.
È
tutto in bianco e nero, con le mamme camminano i figli,
un cattivo altoparlante canta qualcosa con l’aria vittoriosa.
Quanto tempo ho vissuto al mondo, quanto ho patito tutti
gli
ansimi del cuore, le lacrime, e anche viceversa.
1998
Ode
Che trottatore!
A.P.
Notte.
Stella. I miliziani
fanno la ronda di giardinetti,
parchi e strade. Ardono asfittici
i fari delle “ziguli” italiane.
I maniaci, come sogni brutti
si nascondono nell’ombra dei viali.
Quattro
siedono in macchina.
Otto occhi, blu malinconico.
Ivanov. Sinicyn. Zarov.
Lejkin ne ha quarantacinque,
alla cintola una Makarov.
È una pistola, comunque.
A
un tratto Sinicyn: “Stop, una macchina”.
Il giardinetto presso lo spaccio
“acque e succhi”. Sulla panchina
c’è un tizio addormentato.
Ivanov, Sinicyn, Lejkin,
Zarov: ladro o bandito?
Notte.
Stella. Arriva la resa dei conti.
Sulle spalline il sangue del tramonto.
Dissero soltanto: “Ah, che importa!”,
spegnendo la luce in prossimità, –
è quell’ubriaco di Ryžij Bor’ka,
il primo poeta della città”.
1997
***
Se
nel passato, meglio in tram
col campanello, il vicino ubriaco perso,
lo scolaro sporco, la tizia con una rotella fuori posto,
affinché il fogliame di pioppo ci venga appresso.
Fra
cinque o sei fermate
imboccheremo gli anni ottanta:
a sinistra le fabbriche, a destra gli stabilimenti,
Non ti turbare, fatti una sigaretta, avanti.
Che
vai blaterando da scettico, quando
dici è tutta prosa nabokoviana bella e fatta, –
lui è un signorino, io e te una feccia.
Sorridi, hai lacrime sulla faccia.
Questa
è la nostra fermata:
lì ci sono gli striscioni, e lì i manifesti,
il cielo azzurro, rossi i nastri,
i funerali di qualcuno, i musicisti.
Accompagna coi denti questi tipi
e filatela a questi bei suoni:
giubba di pelle, mani nei pantaloni,
lungo la stradina dell’eterna separazione.
E
lungo la strada dell’eterna tristezza
nella casa natale, fondendoti col tramonto,
la solitudine, il sogno, la caduta
delle foglie, ritorna soldato caduto.
***
Così
ho capito: tu sei mia figlia, non mia madre,
bisogna solo più forte abbracciare
te e sbirciare oltre la testa fuori della finestra,
dove cento anni fa, un’infinità di tempo fa
io gironzolavo per il cortile, moccioso,
e mi mettevo a fumare al vento di nascosto,
sempre solo in realtà, ma circondato dalla teppa –
il tuo unico, il tuo amato figlio prediletto.
Bisogna
solo abbracciarti più stretta
e poi i palmi non sottrarre
attraverso nebbia e pioggia, sonni e sogni.
Non ho conosciuto colpa davanti a te sola.
E
quando le notti piangevi,
io, i palmi premendo coi pensieri
alle tue spalle, riuscii infine a capire,
capii: tu sei mia figlia, non mia madre.
E
verrà il tempo dopo, dopo –
non in bianco e nero, ma su una foto
a colori, non su una foto, ma per davvero
in cui ti abbraccerò così sul serio,
e ti spariranno le rughe attorno agli occhi, alla fronte,
tu diventerai bambina – oh, per sempre! –
con il nastro rosso, che si agiterà al vento
... Quando tu andrai via, quando io morrò.
1999
***
Dai
al mendicante i soldi perché smaltisca la sbronza.
E tu chi sei? Un nullafacente, uno che va a zonzo,
uno scemo, uno che gioca.
Uno
non di primo pelo che piace alle dame,
uno con la cicatrice cha da un pezzo non si rade,
un marmocchio, un cocco.
Dai
e basta, senza chiedere di mettersi
a pregare per l’anima peccatrice, – quando fa per segnarsi,
fermalo senza storie.
...
Per solitudine, offesa, rancore
contro quello, col quale saremo alla pari,
non per amore.
***
Ricorderemo tutto quel che ricordiamo e il dimenticato,
tutto quel che ci ha elargito il dio bambino.
La cittadina nella quale abbiamo amato,
la perduta nelle nubi cittadina.
E
se la pellicola potesse girarsi
indietro, tu potresti vedere
sulla mia tomba impolverarsi
i fiori gialli non veri.
Lì
sono morto, ma il vivo ascolta il chiasso
degli uccelli, e l’alba avvampa
sui cespugli dei ciliegi selvatici rossi.
Tutto quel che è stato dopo, è stato invano
***.
ANNELISA ALLEVA
Commento
alle poesie di Boris Ryžij
Quando madama mi spaccherà la testa
Qui c’è il senso di un corteo immaginario: il passato che
scorre in forma di Carnevale poco chiassoso ma inventivo.
Viene da pensare al film di Fellini “Otto e mezzo”; il passato
di Ryžij, infatti, scorre come una pellicola. Viene da
pensare anche al poeta russo simbolista Aleksandr Blok (1880-1921),
ai suoi teatrini di maschere. Si tratta di personaggi che
vengono fuori dalla sua testa, al momento in cui morrà,
forse per mano della polizia. Immaginari Pierrot, mitiche
rusalche, compagni di scuola, personaggi del suo, forse,
servizio militare, scrittori che ha letto, appartenenti
al suo background culturale, vengono messi tutti sullo stesso
piano. R. usa il linguaggio sincopato delle abbreviazioni
da cancelleria, cita tre donne in tre età diverse - evocando
così il celebre quadro del pittore Art Nouveau Gustav Klimt
“Le tre età della donna” –, e poi, in chiusura, il proprietario
del tutto ignoto di un clarinetto, venduto probabilmente
per bisogno estremo. Boris dà un nome all’anonimo. I poeti
classici russi Denis Davydov (1784-1839), Konstantin
Batjuškov
(1787-1855), Nikolaj Nekrasov (1821-1878) e Pëtr Vjazemskij
(1792-1878) hanno un epiteto ciascuno, come compagni di
scuola definiti alla svelta. Qui ci sono i cartelli di divieto,
affissi nei luoghi pubblici, messi in evidenza in stampatello,
proprio come avviene nella realtà. Il predmet, cioè il soggetto,
può essere, forse, anche soggetto cinematografico. “Ozvučit
“, che traduco “accompagna”, significa letteralmente “sonorizza”,
ed è un altro riferimento al mondo cinematografico.
Non dimenticare, non dimenticare
La
ripetizione dà subito, all’inizio della poesia, il senso
dell’ossessione di Boris per il suo passato scolastico di
adolescente. A questa fa eco, simile al risveglio brusco
da un sogno, il rimbrotto della moglie, che gli consiglia
di leggere il poeta inglese Wystan Hugh Auden (1907-1973).
Qui è importante la rima fra “Boriska” e “sadistka”, come
lui chiama la moglie. Si tratta di una delle sue tante rime
parlanti, che riassumono in due parole probabilmente il
suo intero rapporto coniugale. Lei, chiamandolo con un diminutivo,
vezzeggiandolo, inavvertitamente lo logora.
Nella poesia precedente c’è “e così via” ripetuto tante
volte. La ripetizione evoca la noia, l’iterazione delle
giornate, ma anche un vuoto di verso che va riempito, una
sorta di horror vacui. In questa poesia sono presenti vari
piani; uno di questi è la lingua romantica, ottocentesca, di
Puškin:
“La trepidazione del petto verginale”, e la fine: “E di
botto per il passato non ho più rimpianti”. Il passato qui
va inteso come passato della tradizione poetica russa e
passato dell’autore, molto più recente, ma pur sempre passato:
scolastico, di cinema, di primi approcci con le ragazze,
di prime uscite serali (il tramvai illuminato). C’è una
riflessione abbandonata e indispensabile su di sé, il desiderio
che il proprio io non venga invaso dagli altri – da nessuno,
neppure da chi gli è più vicino, come la moglie – la rischiosa
necessità di reagire immediatamente, il cambiamento repentino
di umore. L’incitazione della moglie a leggere gli fa passare
la voglia di sognare rivangando il passato. La strumentazione
è mista, l’impasto linguistico variegato. Ryžij si
presenta come un Puškin al contrario. Aleksandr Sergeevic ?
Puškin
(1799-1837) rimpiangeva di aver sedotto tante fanciulle,
e scriveva in “Quando tra le mie braccia” (cito la traduzione
di Tommaso Landolfi dal volume A. Puškin Poemi e liriche,
Einaudi, Torino, 1982, p.435): “L’amoroso sussurro maledico,
/ Dei versi il misterioso canto, / Le carezze delle fidenti
vergini, / Ed il tardo rimbrotto e il loro pianto.” Boris,
invece, non rimpiange più il passato. Di botto la moviola
si ferma, al ricordo di un incalzante suggerimento di lettura
fatto da una fanciulla. Lui non recita la parte del Don
Giovanni, ma semmai del marito prematuramente vessato, o
del figlio perseguitato. Non è il sadico, ma il masochista.
Le vergini ottocentesche, ai nostri giorni sono diventate
giovani mogli che vorrebbero imporre le letture giuste a
ragazzi più scanzonati, irresponsabili di loro. L’autore
si sente castrato dall’intellettualismo, dal “politically
correct” di letture per lui fin troppo certamente proficue.
Auden era un mito di Iosif Brodskij (1940-1996). R. trasgredisce,
si stufa. Uno che guarda il film dall’ultima fila, che gioca
a carte in classe, che va con le ragazze, ama una certa
distanza da chiunque. Sente il consiglio di lettura, forse,
come un’intromissione eccessiva, e, in genere, la vita di
relazione come un’ingerenza nella propria. Auden appartiene
alla vita di un altro poeta, per lui non può essere che
un’acquisizione indiretta.
L’ultimo verso di questa poesia, “E di botto per il passato
non ho più rimpianti”, ricorda nel tono e nel contenuto
una poesia del romantico Michail Lermontov (1814-1841) che
prende il titolo dal primo verso “Vychožu odin ja na dorogu”,
“Esco solo sulla strada”. Scrive Lermontov nella terza strofa:
“I nežal’ mne prošlogo ničut’”, cioè “E il passato non
rimpiango affatto”. (da Michail Lermontov, Stichotvorenija,
Poemy, Maskarad, Geroj našego vremeni, Moskva, Izd. Chud.
Literatura, 1972, p.194).
Nei
miei versi non c’è abbastanza tenerezza
In
questa poesia viene fuori il lato sentimentale di Ryžij.
Sembra che lui si veda dal di fuori, come in una fotografia
romantica, da innamorato di Peynet. Sullo sfondo però ci
sono i singhiozzi di lei, la fretta di lui, la sua inadeguatezza,
insufficienza, e la prosa del quotidiano che genera questo
tipo di meccanismi nevrotici. Nello stile questa poesia
appare scritta sulla scia della grande poetessa russa Marina
Cvetaeva (1892-1941). Lo fanno capire i famosi “tiré” -
separazioni, pause piene di pathos - e la salita delle similitudini
affastellate in crescendo: “come vecchi, come angeli, come
bambini”. C’è un enjambement anche a inizio di strofa, la
seconda. Vecchi, angeli, bambini. In queste tre similitudini
immagino esservi tutto Boris: vecchio, angelo e bambino.
L’ordine della vita è invertito.
C’è
della Cvetaeva anche la carica inventiva. Boris scava negli
etimi: amplia, dilata la parola “nežnost’”, letteralmente
“dolcezza”, “tenerezza”, “intenerimento”, in “neizbežnost’”
e “nebrežnost’”, “ineluttabilità” e “incuria”, come se
la prima parola fosse contenuta nelle altre due, e allo
stesso tempo le generasse.
Nei
due sostantivi derivati il “ne” iniziale ha valore negativo.
Per associazione il secondo e terzo sostantivo, che indicano
come il primo una qualità astratta, conferiscono al primo,
“tenerezza”, in russo “nežnost’”, una connotazione negativa.
In questo caso l’etimo reinventato è germinatore di senso.
Nella
prima e nella terza strofa ci sono due gruppi di similitudini.
Nella prima neizbežnost’ e nebrežnost’ hanno la funzione
di similitudini linguistiche generate da nežnost’, pericoli
insiti nella dolcezza, forse conseguenze di questa.
Nella terza strofa, generati da un “noi” che immagino essere
un “noi” riferito a una coppia, il grappolo di similitudini:
“come vecchi, come angeli, come bambini”. Penso che qui
Boris abbia voluto nominare tre categorie assolute, indipendenti,
in un certo senso autonome. Il secondo gruppo si oppone
al primo, ci combatte come “il pugile combatte contro l’altro
pugile sul ring” (cito lo scrittore pietroburghese Anatolij
Najman, che, in una recente lettera privata, ha paragonato
la struttura della poesia di Ryžij a un combattimento sul
ring). Le prime similitudini hanno radici fonetiche in comune;
le seconde parlano della vita dell’uomo, della separazione
delle età. Qui l’autore forse accenna alla separazione della
coppia dal resto del mondo, dell’isolamento provocato dall’amore,
e, forse, imprescindibile dall’amore.
Certe
volte invece mio padre mi diceva
Anche
questa poesia si compone di vari strati. Il primo: il rapporto
del figlio verso il padre, fatto di vicinanza e alterità.
Il padre ama la caccia, lui invece no. Questo li separa,
i racconti di caccia del padre lo annoiano. Boris rifugge
dai discorsi paterni intorno al desco, e va a rifugiarsi
in “qualche Kafka”. Franz Kafka (1883-1924) è l’autore della
drammatica “Lettera al padre” del 1919. In questa famosa
lettera Kafka prende le distanze da suo padre. In tal senso
Kafka ha un doppio ruolo nei confronti del poeta: figlio
assoluto che si rivolge al padre, quindi, come lui, chiuso
nel proprio senso di estraneità, e padre di lui, in quanto
padre letterario, maestro.
Boris
si autocompiange, e compone dei versi alla maniera di Brodskij,
altro padre letterario, putativo di R. Qui Brodskij parla
della solitudine, e il discorso cade a proposito per Boris,
che non lo prende neanche troppo sul serio nella sua citazione.
I versi sono tratti dalla poesia “K Uranii”, “A Urania”,
del 1982. Scrive Brodskij in un verso lungo: “Odinočestvo est’
čelovek v kvadrate.” (Iosif Brodskij, K Uranii, dalla
raccolta Uranija, Ann Arbor, Ardis, 1987, p.158). Nella
traduzione italiana il verso suona così: “Solitudine è l’uomo
al quadrato”, (da Iosif Brodskij, Poesie, Milano, Adelphi,
1986, p. 205, nella traduzione di Giovanni Buttafava). Boris
aggiunge: “no, al cubo”. Qui c’è una sorta di ossessione,
concentrica come le onde che si propagano intorno a un sassolino
lanciato nell’acqua in stato di quiete. Una sorta di ossessione
lacustre, che viene fuori in forma sarcastica da parte d’un
tardo adolescente. Il tempo fa sviluppare ai poeti più giovani
le teorie accennate nei versi dei poeti più vecchi. Il tempo
evolve, prolunga, propaga. Così, per naturale associazione,
una ragazza che ama i versi scritti alla maniera di Brodskij,
finisce per amare il giovane poeta che del vecchio è un
seguace. I soggetti di questa poesia sono tanti: Boris passa
da uno all’altro, così come quando, cacciando su un lago,
si scivola con la barca da un giunco all’altro, da un richiamo
all’altro, da un’anatra all’altra.
Più
avanti dice di “finire di vedere al posto del padre i suoi
sogni”. “Dosmatrivat’” è un verbo che si usa anche a
proposito di un film. Boris guarda fino in fondo il film
sognato dal padre. Il tono prosastico, particolarmente
disinvolto e scanzonato, la struttura appena accennata in
tre strofe, ma senza rime, rimanda al tono pigro, annoiato,
ma rilassato del Puškin maturo. Quindi anche lui, Aleksandr
Puškin,
è uno degli antenati spirituali di Ryžij. Il discorso del
padre sulla caccia è costellato di punti esclamativi; il
padre parla probabilmente a voce alta: ha un’esuberanza,
una forza, una baldanza, un’enfasi e in un certo senso una
semplicità che sicuramente mancano a Borja. Questa poesia
parla dei padri carnali e di quelli letterari. In lui è
quasi più forte il legame spirituale con i poeti del passato.
C’era
molto di tutto, era molta la musica
Tutti
i poeti, tutta la poesia russa parla dei tram, da Osip Mandel’štam
a Boris Pasternak, a Iosif Brodskij. Tutti parlano della
quieta malinconia del passaggio di questo lungo veicolo
che si snoda per le città russe, e che fino a poco tempo
fa era quasi il loro principale mezzo di trasporto. Molta
poesia triviale paragona la vita a un lungo viale. Anche
le canzoni lo fanno. Però qui Boris fa qualcosa di diverso.
Usando l’enjambement fra una strofa e l’altra come in altre
poesie - e il verso interrotto sembra un tram che sparisce
oltre la curva, ma solo per ricomparire oltre l’angolo -
parla della piacevolezza dell’irrealtà del cinema, e del
rientro brutale nella realtà a fine spettacolo. Boris offre
molti piani al lettore. Quello delle stagioni: dentro il
cinema, al buio, il film è ambientato d’estate, ed è un
film che parla “della felicità”. Quando si esce ci si ritrova
nell’autunno. Automaticamente anche la realtà di fuori sembra
cinematografica, ma di un film più malinconico. Un altro
piano è quello, opposto, del presente e del passato. Prima
c’era tanta musica, ci racconta Boris, e tanti biglietti
alla cassa, e tanti tram (non lo dice, ma ce lo lascia intuire).
Ora tutto scarseggia. Il poeta rimpiange il passato, identificando
l’evasione che ci offre la musica con quella che ci offre
il cinema. La poesia descrive il conforto che nasce dallo
starsene riparati, in disparte, immersi nell’evasione consolante
di un film accompagnato dalla birra e dalle sigarette. Ma
di questo Boris ci parla nell’ultima strofa, dopo aver descritto
l’uscita dal cinema nell’autunno. Una volta uscito dal cinema,
ha subito voglia di rientrarvi. A seguire con l’occhio il
movimento della poesia, pigro come un tram che percorre
ogni giorno lo stesso itinerario, sembra che R. identifichi
il passato, più rassicurante, con l’involucro uterino, protettivo,
della sala cinematografica. Le poesie di Boris somigliano
a una sala cinematografica vista dall’alto: lui siede sempre
all’ultima fila, lì, nella dichiarazione finale, che questa
volta è il programma di un intero stile di vita. Lo immaginiamo
habitué di uno spettacolo del tardo pomeriggio, seduto in
una posa stracca, circondato dagli amici di sempre. Durante
l’ultimo spettacolo, all’ultima fila, nei posti laterali,
i ragazzi sovietici, privi di luoghi tranquilli al chiuso,
facevano anche l’amore. In una persona cresciuta in Russia
l’ultima fila fa pensare subito a qualcosa di trasgressivo,
a un luogo scelto apposta per fare cose proibite. Le restrizioni
creano una sorta di permissività.
Boris
sembra accettare anche l’aspetto un po’ trito, banale del
film, a patto che lo porti fuori dalla realtà per un’ora
e mezzo. Dopo l’estate viene l’autunno, la stagione nostalgica
in cui spesso il poeta ambienta le sue poesie. Forse fa
in modo di uscire dal buio della sala cinematografica quando
fuori è già buio. Il cinema per lui è anche, forse, un metodo
per abbreviare il giorno artificialmente. La realtà di Boris,
così come lui ce la descrive, sembra buia come il deposito
di un tram, e la sua vita una continua illusione di luce,
che però non arriva mai. La mancanza di luce corrisponde
in questa poesia alla mancanza del tempo presente. Come
se giocasse con una matrioška, ma partendo dalla più piccola
e prigioniera, Boris procede dal passato remoto al passato
prossimo, sbucando direttamente nel futuro.
La
Russia è un vecchio cinema
Questa
poesia ha un’apparente semplicità nella scansione, e invece
una complessità di fatto. È fatta di tre strofe di quattro
versi ciascuna. In ogni strofa rimano fra loro il primo,
secondo e quarto verso. Il terzo resta escluso. Cito, per
esempio, i quattro vocaboli che concludono i quattro versi
della prima strofa: kinò/ravnò/veteràny/dominò. Nella seconda
strofa solo una parola non fa rima con le altre, né porta
lo stesso accento, né crea assonanze con le altre nella
strofa: la parola mal’čik, ragazzino, al terzo verso. Il
ragazzino di cui parla è lui stesso, l’allusione è alla
sua propria infanzia. Boris non fa rima con nessuno, sembra
dirci, non si accoppia con nessuno. Evade dal testo, spicca
un salto fuori dal testo, come se ne volesse uscire, bucarlo,
attraversarlo.
Si
parla del cinema, come quasi sempre. R. scrive: “La Russia
è un vecchio cinema”, ma qui cinema vuol dire film, pellicola.
In russo kinò significa anche film, come anche in italiano
la gente semplice qualche volta dice “cinema” al posto di
“film”. A R. questo doppio significato sicuramente
piaceva. Come al solito c’è uno sfasamento di tempi, un
andare avanti e indietro come con la moviola, un andare
dentro e fuori come al cinema. Qualsiasi cosa ricordi, scrive
R., i veterani ci sono comunque, e siedono in secondo piano.
E qui viene da pensare a “Amarcord” di Federico Fellini,
film autobiografico in cui protagonista è il ricordo del
regista.
Quindi:
il veterano, reduce dell’ultima guerra, c’è comunque, ma
resta sullo sfondo, non protagonista. R. invece vuole la
ribalta, il primo piano. I vecchi paiono accontentarsi dei
dolci, di piccoli piaceri; i giovani, invece, sono avidi
di sensazioni forti, pur se distruttive. Il giorno in cui
Boris non ci sarà più, sparirà anche il suo passato: il
ragazzino che scorrazza per il cortile in pantaloncini corti,
e al quale sono destinati i dolci serbati in tasca per lui
e altri bambini dai veterani. La guerra è simbolo di memoria
in Russia. Ricorda la guerra anche chi non l’ha vissuta
direttamente, come lui.
Boris
scrive al presente del suo passato, perché immagina che
la propria vita scorra in fotogrammi: in un film tutto è
qui, tutto è presente. Il veterano, che Boris ha immaginato
presenziare sullo sfondo della scena di un film, entra nel
film che riproduce la vita di Boris, ora che lui è sparito.
Anche lo “sparirà” della poesia ha a che fare col linguaggio
cinematografico: Boris non morrà veramente, non è una creatura
in carne e ossa, ma solo un’immagine, che può solo apparire
o sparire, essere in primo o in secondo piano. Nel momento
in cui lui sparirà, il veterano, che prima era sullo sfondo
di un film, ma che ora entra nella vita di Boris, si chiederà:
“Dove si è andato a cacciare?”, e Boris gli risponde nell’ultima
riga che se n’è andato in primo piano. Qui c’è una figura
a chiasmo: vita/morte, secondo piano/primo piano. La sua
è una sorta di impazienza di ribalta, centralità, protagonismo,
primo piano della morte rovesciato. Il poeta che muore,
cioè lui, diventa protagonista.
I
tempi verbali di questa poesia impazzano, perché Boris immagina
se stesso morto in un passato prossimo che ha anche una
valenza di futuro anteriore: “dove - penserà - è andato
a finire”? Il futuro resta in tasca ai vecchi, come un quieto
dolciume di consolazione; il passato è dei giovani, che
per impazienza di vivere si uccidono, rinunciando al futuro.
è una sorta di utopia suicida. In questa poesia è tutta
la carica trasgressiva di Boris, la sua ansia di perfettività,
di azione non prolungata, imperfettiva, ma tronca, che recide
i legami col passato. Lo schermo cinematografico nell’immaginazione
di Boris è simile a una cipolla, alla quale lui vuole togliere
tutti i veli, perforarla. Tutti i verbi della poesia sono
perfettivi, a eccezione di tre: “sidjat, igrajut v domino”
e “beguščij”. I primi due sono riferiti ai vecchi, immobili,
che siedono e giocano a domino, in un’estensione infinita
di tempo; il terzo è lui, “che corre”, lui ragazzino, in
eterno movimento nello spazio dell’infanzia, chiuso, confezionato
come lo è sempre il passato di una persona.
Sono
uscito dal cinema, mentre la neve è già a terra
Boris
si sente ancora una volta trasportato di colpo in un contesto
che non gli corrisponde. Va al cinema, e quando esce il
paesaggio è cambiato, anzi “tutto il mondo” si è scambiato
le parti: la neve è caduta, e il tram corre in aria. è come
se il mondo non consentisse intervalli, uscite, perché lo
scenario cambia continuamente. Di nuovo una poesia che si
compone di tre strofe, simile a un “kinò” di provincia,
con file lunghe, e spezzate tre volte. Boris si sente inadeguato
al mondo “invertito”, perché nel frattempo lui non è cambiato
insieme con questo, e non ne è capace. Si sente solo, allora
si mette a telefonare, presumibilmente da un telefono pubblico,
alle amiche, o fidanzate, dopo tanto tempo; ma le amiche
hanno cambiato casa, e i nuovi inquilini imprecano contro
di lui. Non gli resta che tornare a casa, seppure con una
certa fatica. Girerà per tutta la casa, finché non troverà
due angeli davanti al loro tè. Lo stridore dello stato d’animo
di Boris, in contrasto con il mondo che lo circonda, in
questa poesia è testimoniato dalle congiunzioni: “a, i,
i, odnako, a, že, a, i”, in italiano: “ma, e, e, eppure,
ma, mai, ma, e”. L’interiezione finale “op” sostituisce
un punto esclamativo di sorpresa: finalmente Boris trova
una compagnia, ma si tratta di due angeli, ai quali, forse
non a caso, non è legato alcun verbo. Gli angeli, si sa,
sono senza tempo, senza azione, quindi soggetti senza predicato.
Bevono però il tè come mortali. “Op”, dall’inglese “hop”,
salto, non figura nel dizionario russo, è un’acquisizione
recente della lingua parlata. Indica qui uno spostamento,
un salto del protagonista dal mondo terreno a quello ultraterreno.
L’uso
ripetuto della congiunzione “i” a inizio di verso è una
consuetudine della poesia romantica ottocentesca, dell’incalzare
del sospiro, dei palpiti del sentimento. “A” è in russo
una congiunzione disgiuntiva; significa “e”,”invece”, “mentre”.
Il contrasto iniziale è: uscita dal cinema/neve per la strada,
cioè, anche: nero/bianco. 1° strofa: Il mondo non corrisponde
al cinema. Il mondo non corrisponde al mondo di prima che
Boris entrasse al cinema. 2° strofa: lui resta lo stesso,
quindi non si adegua ai cambiamenti. Cerca le amiche al
telefono, ma le amiche hanno cambiato indirizzo, e chi risponde
al telefono lo aggredisce. 3° strofa: La neve ha coperto
i fiori, simbolo di effimera beltà e di gentilezza, quindi,
sembra dire B., il mondo è diventato sgarbato, si è involgarito.
B. cerca compagnia a casa, e la trova con sorpresa in cucina,
dopo aver attraversato stanze fredde e vuote, in fondo,
dietro un tè che immaginiamo caldo. Gli ultimi contrasti
della poesia sono fuori/dentro, freddo/caldo, vuoto/pieno,
mondo di qui/mondo di lì.
Dove
si spezza la memoria, un vecchio film parte
Boris
giudicava questa poesia la più bella che avesse mai scritto,
e quindi l’ha dedicata a Kees Verheul, perché voleva dedicargli
qualcosa di speciale. Kees era molto amico del suo padre
spirituale Brodskij, e Boris, nel momento in cui conobbe
Kees, ebbe la sensazione di avvicinarsi al poeta già scomparso.
Il fenomeno è sempre quello del contagio, della trasmissione
del mito, malattia molto diffusa in Russia. Nel tempo, naturalmente,
l’amicizia fra Boris e Kees sviluppò qualcosa di nuovo,
esclusivo, autonomo, che con Brodskij non aveva più niente
a che fare.
La
poesia è lunga e ha versi lunghi. C’è una maggiore libertà
nel flusso di coscienza che riconduce inevitabilmente al
passato, un maggiore abbandono sentimentale. Boris vede
la nostalgia come una forma di evasione e di elevazione.
A un certo punto scrive: “Per nostalgia o scelleratezza
e ubriachezza / ci si può sollevare più in alto dei pini
(...)”.
La
nostalgia viene riprodotta con la forma dell’infinito sognante,
forma assai diffusa all’interno della poesia russa, e passata
anche nella poesia italiana grazie ad alcuni autori che
di quella poesia erano permeati, come per esempio Angelo
Maria Ripellino (1923-1978). Questa, come tutte le poesie
di Boris, è costruita su vari piani, che s’intersecano e
s’incastrano fra loro. C’è il cinema, introdotto dal sostantivo
fil’ma, un modo colloquiale di indicare il film. Al cinema
Boris veniva portato quando era piccolo, percorrendo sempre
lo stesso tragitto, passando sotto l’arco staliniano. E
non c’era divario fra quanto lui viveva e quello che gli
mostrava il film nel cinema all’aperto. Qui sembra dire
che in lui bambino non c’erano ripensamenti, non c’era sdoppiamento
fra realtà e finzione, non c’era dissociazione, perché l’infanzia
è uno stato perpetuo di idillio, di perpetuo varietà, che
non conosce perdite, amputazioni. Il ripensare all’infanzia,
o almeno l’averla vissuta in modo così totale, fa sì che
questa diventi un ostacolo al futuro, allo “slancio”. Impedisce
di vivere. Nella penultima strofa è il nodo di tutta la
poesia: con la nostalgia ci si solleva “sulla ruota della
visione”. La ruota fa pensare alla ruota del luna-park,
quindi ancora una volta al gioco, al divertimento, all’infanzia,
“ma capire non si può: / se non c’era ancora la guerra,
o se la guerra c’era”. Quello che si offre alla sua vista
è un passato comune collettivo, che risale al tempo in cui
la guerra o non c’era ancora, o c’era. Quindi Boris, salendo,
va oltre il suo passato individuale, di ragazzo nato negli
anni Settanta. Racconta di un cattivo altoparlante, che
canta trionfalmente. La ruota porta più indietro nel tempo,
è una specie di macchina del tempo. In questo film immaginario
“con le mamme camminano i figli”. Boris parla del passato
dell’intera umanità, ma usa nel farlo gli strumenti che
riproducono: il film riproduce una vecchia realtà, l’altoparlante
una vecchia musica, e le mamme, si potrebbe aggiungere per
associazione, si riproducono nei figli. Nel parlare di riproduzione
Boris usa il verbo “perenosit’”, (“ho patito”, nella mia
traduzione) che ha, fra gli altri significati, quello del
portare una gravidanza più a lungo del previsto. Boris parla
del prolungarsi del periodo di gestazione, di questa anomalia
che trascende in male di vivere, non desiderio di venire
alla luce.
Si
possono rilevare alcuni tratti in comune fra Boris Ryžij
e Vladislav Chodasevič (1886-1939). Lui stesso si descrive
come ragazzo allevato in un gineceo, dove aveva sviluppato
tratti e inclinazioni femminili. Anche Boris era il terzo
figlio, nato dopo due sorelle che lo vezzeggiavano. Caterina Graziadei, nel saggio “La dissonanza nella poesia di Vladislav
Chodasevič” (in C.G., Il gladiatore morente, Firenze, Cadmo,
2000), accosta a sua volta il poeta russo a Charles Baudelaire
(1821-1867), cresciuto anche lui in ambiente femminile,
e cita un brano dai Paradisi artificiali in cui Baudelaire
parla di “una delicatezza d’epidermide e una distinzione
d’accento, una specie di androginismo senza il quale il
genio più aspro e virile resta, relativamente alla perfezione
dell’arte, un essere incompleto” (Op. cit., p.186). Scrive
di sé Chodasevič in Mladenčestvo (Prima infanzia): “Quel
che più conta è che io divenni un autentico dandy”. Aggiunge
Caterina Graziadei: “Oggetto inseparabile dell’universo
del dandy è lo specchio: luogo di réverie e spazio ideale,
separazione e fusione, dall’antichità legato alla mitica
figura di Dioniso giovinetto” (Op. cit., p.187). Ryžij
amava confrontarsi con lo specchio. Vladislav Chodasevič
scrisse una poesia intitolata Allo specchio nel 1924. Anche
in Chodasevič, infine, è la tentazione del suicidio. Scrive
Chodasevič: “Felice chi cade a testa in giù: / per lui
in un istante - è altro il mondo.” Si potrebbe quindi tracciare
un percorso segnato da alcune tappe ricorrenti: infanzia
dorata in mezzo alle mollezze femminili/dandismo/nausea
di vivere. Quello che unisce infine i due poeti è il “pietroburghismo”.
Per Chodasevič Pietroburgo era la città natale, per Boris
quella letteraria di adozione. Scrive il poeta Aleksej Purin
sulla rivista “Zvezdà” (n. 7, 2000, p. 236): “Boris Ryžij
era un poeta pietroburghese (definizione non geografica,
ma genetica) nel senso più elevato del termine (...)”.
Ode
In
questa poesia sono elencati nomi e oggetti. C’è un guardare
se stesso come da fuori, come al cinema. Anche la sequenza
di avvicinamento dei poliziotti è cinematografica. L’elenco,
quello che Ripellino chiamava nelle sue lezioni su Puškin
“la passione per la nomenclatura”, ha origini lontane nella
letteratura russa. Qui viene in mente il poeta russo simbolista
Aleksandr Blok, autore del celebre incipit: “Noč, ulica,
fonar’, apteka,” “Notte, strada, fanale, farmacia” (da Aleksandr
Blok, Izbrannoe, Moskva, Chud. lit., 1977, p. 102). L’epigrafe
della poesia è tratta dall’ottava strofa del poema La casetta
a Kolomna di Puškin (A. Puškin, Poemi e liriche, Einaudi,
Torino 1982, p. 301).
Se
nel passato, meglio un tram
In
questa poesia Boris gioca colla macchina del tempo. Come
al solito, c’è poco di magico o fantascientifico, e, invece,
molta realtà. La macchina per tornare indietro è un tram.
Qualcuno suona il campanello, qualcuno che gli è accanto:
una zia – che in russo significa signora d’una certa età
–, o uno scolaro sporco. La poesia è orchestrata da
una specie di super-io di Boris, che gli suggerisce che
cosa fare con dei verbi all’imperativo: “fuma”, “accompagna”,
“ritorna”. La forma dell’imperativo qui è simile all’infinito
sognante di altre. È un infinito che il super-io applica
alla realtà tramutandolo in imperativo. Nell’immaginarsi
in fine di poesia “soldato caduto”, Boris immagina di andare
più indietro degli anni Ottanta – quelli della sua infanzia
– a cui la sua vita personale si riferisce. Allo stesso
tempo il finale rivela che Boris preferirebbe, forse, consacrarsi
a un ideale, morire in nome di questo, e invece la sua vita,
il periodo storico in cui vive, non glielo consentono. Questa
poesia si svolge all’aperto come quasi tutte le altre, ma
Boris immagina, tornando indietro nel tempo, di tornare
alla casa dei genitori. Il soldato caduto nel finale è una
visione paradossalmente utopica, rivolta al passato. In
questa lirica c’è movimento: le cinque-sei fermate dell’autobus,
il movimento in avanti e indietro, l’allontanamento e il
ritorno. A un certo punto, esattamente a metà della poesia,
c’è l’incontro di Boris col suo sosia: se stesso ragazzino,
che lui vede come un signorino, a confronto con il se stesso
di oggi.
Così
ho capito: tu sei mia figlia, non mia madre
Qui
R. parla del nastro femminile, simbolo di gioventù. Anche
qui Boris descrive un movimento, questa volta visivo: abbracciare
la madre e intanto guardare alla finestra il cortile dove
un tempo andava a fumare di nascosto. La madre piangeva
di notte, e lui non andava a consolarla, ma immaginava di
farlo. La poesia si compone di quattro strofe simmetriche.
Nell’ultima strofa Boris descrive un movimento mentale,
indietro nel tempo: immagina la morte come una scappatoia
da questo. Si parte da una fotografia, cioè, di nuovo, da
un’immagine piatta che evoca la realtà. Lui immagina il
percorso: dalla foto in bianco e nero a quella a colori,
da quella a colori a un abbraccio reale, in carne e ossa,
con la mamma immortalata nella sua fanciullezza. Come se
il reale s’incarnasse a partire dalla morte. Diceva Jean
Cocteau (1889-1963): “Un poeta vivo è una contraddizione”.
Anche qui le rime sono parlanti: in russo madre, mat’, fa
rima con abbracciare, obnjat’. La madre è simbolo d’affetto.
Dai
al mendicante i soldi perché smaltisca la sbronza
Questa
poesia ricorda una nota canzone del cantautore russo Bulat
Okudžava. L’invocazione a dare, che è anche nella canzone
di Okudžava, è rivolta però nell’altro caso al Signore.
Il ritornello dice: “Finché la terra ancora girerà, finché
la luce sarà chiara, Signore, dai a ognuno quel che gli
manca”. La canzone di Okudžava è tratta, a sua volta, da
una poesia di François Villon (1431-1463).
Ricorderemo tutto quel che ricordiamo e il dimenticato
In
questa lirica è presente una citazione indiretta di Aleksandr
Puškin. Qui Boris fa tornare indietro la pellicola, metafora
della vita, solo che invece di vedere se stesso bambino,
cioè l’inizio della sua vita, vede la sua fine.
Evidentemente con l’immaginazione si sposta in un futuro
molto lontano, cioè viaggia come ha già fatto in altre
poesie nel tempo più che nello spazio. È come se non
viaggiasse sulla terra, ma in cielo, con mezzi potentissimi,
e fusi secolari. La poesia di Puškin alla quale questa mi fa pensare è Vospominanie
(Il ricordo), del 1828 (da A. Puškin, Sobranie sočinenij
v desjati tomach, Moskva, Chudožestvennaja Literatura,
1974, vol. II, p. 137). In questa poesia P. scrive: “Vospominanie
bezmolvno predo mnoj /Svoj dlinnyj razvivaet svitok; (...)”
e Tommaso Landolfi traduce (A. Puškin, Poemi e liriche,
Torino, Einaudi, 1982, p.406): “Silenziosamente il ricordo
davanti a me /svolge il suo lungo rotolo (...)”. La pergamena
è diventata celluloide. |