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Smerilliana
Semestrale di civiltà poetiche

 
 
     
   
       

PUBBLICAZIONI

     
 
   
 

 

   

 

   
 

Poeti Stranieri

MICHAIL AJZENBERG

 Poesie scelte

Traduzione dal russo e cura di Annelisa Alleva

 

Una soluzione privata

Lo incontro per la prima volta in una stanza della foresteria di Villa Mirafiori, dov’è ospitato a Roma per due mesi e mezzo, poiché ha vinto il Premio della Fondazione Brodsky a cavallo fra la fine del 2002 e l’inizio del 2003. Abita temporaneamente qui, con la moglie architetto, Alena Lichtenberg, che discende da una famiglia di noti architetti moscoviti. Il piccolo alloggio si trova sul lato destro del cancello, al confine fra la Via Nomentana, sulla quale il traffico scorre incessante, e il parco della villa che Napoleone III aveva regalato alla sua amante, e che ora ospita la Facoltà di Lingue e Filosofia. Anche Michail, in russo abbreviato in Miša, è architetto per gli studi che ha fatto, e ha conosciuto sua moglie proprio all’università.
Ci raccontiamo chi siamo, che cosa abbiamo fatto, dietro una bottiglia di vino rosso e una cena improvvisata, ma buona. Gli dico che per me avere un poeta russo a Roma è una festa, perché posso incontrarlo senza staccarmi da casa e famiglia. Ne ho già incontrati diversi, che lui ovviamente conosce. Mi dà le sue raccolte, e da queste scopro, attraverso una fotografia, che pochi anni fa aveva un aspetto tutto diverso, come capita solo ai russi. Molti più capelli, la barba più lunga... Ora ha una bella testa, i capelli grigi e radi sulla fronte segnata dalle rughe, la pelle bianca di chi proviene dal nord, e al nord ha passato la vita. La sua ha conosciuto eventi, libri, e intervalli, preziosi quanto in poesia le pause. Ha conosciuto anche la dissipazione, le visite continue degli amici, le bevute insieme, i dolorosi distacchi.
Mi racconterà negli incontri successivi che ha avuto presto una figlia, Liza, che si è sposata e ha avuto a sua volta prestissimo una figlia. Molti amici sono emigrati negli anni della grande ondata dell’emigrazione russa, fra il 1972 e il 1981: Leonid Ioffe, Zinovij Zinik, Aleksandr Asarkan; lui, Miša, racconta in una poesia qui tradotta che trascorse i suoi dieci anni migliori “a sedere sulle valigie altrui”. In quanto a sé è contrario all’emigrazione. Cinque generazioni erano vive quando lui è diventato nonno, a soli quarantatré anni, e capitava che tutti e cinque i rappresentanti di famiglia sedessero allo stesso tavolo. Poi i suoi genitori sono morti all’inizio degli anni ’90, la figlia è partita con Polina per l’America nel ’99.
Ajzenberg ha pubblicato i suoi versi per quindici anni, dal 1974 al 1989, solo all’estero, sulla rivista dell’emigrazione “Kontinent”, su “Vremja i my” (“Il tempo e noi”), “Sintaksis”, e altre. Mai in patria, anche se le poesie che scrive parlano quasi esclusivamente del suo paese, la Russia. Faceva parte di un gruppo chiamato “Al’manach”, che ha tenuto un ciclo di letture poetiche teatrali fra il 1988 e il 1992 circa. Gli incontri portavano il nome di “Teatral’nye Masterskie”, cioè “Laboratori teatrali”, e i poeti partecipanti erano, oltre a lui: Sergej Gandlevskij, Timur Kibirov, Dmitrij Prigov, Lev Rubinštejn, Viktor Koval’, Denis Novikov. Oggi collabora con la casa editrice OGI (Ob’edinennoe Gumanitarnoe Izdatel’stvo).
È un poeta underground, e da poeta del sottosuolo scrive. Un poeta così nel periodo sovietico aveva un numero assai circoscritto di lettori, che erano in gran parte altri poeti. Il lettore tipo era un lettore interno, che capiva al volo un messaggio cifrato, sofisticato, fatto di parole polisemantiche, allusive. Quella di Ajzenberg è una poesia oscura, quasi incomprensibile in traduzione, sebbene la mia traduzione si sia avvalsa dell’aiuto dell’autore, che ha decodificato quasi ogni suo verso. Lui stesso afferma che ogni sua parola ha almeno due significati. Caratteristica precipua del poeta underground è quella di essere, come si dice in russo, pročitannyj, cioè, letteralmente, letto, cioè di aver letto molto, di aver digerito molto materiale cartaceo. Un’altra caratteristica di Ajzenberg è quella di non parlare per tutti, come in epoca classica; non per sé, come i romantici, ma a nome di ognuno. Si attua uno sdoppiamento fra la voce, che parla, e l’autore, che è anonimo. Scrive in una poesia propriamente dedicata al fare poetico, qui tradotta: “Guardate: una faccia senza discorsi. / Guardate! La voce di qualcuno / priva di proprietario”. Questa lacerazione, non coincidenza di piani, questo trauma è conseguenza di un danno insanabile provocato dalla storia. Scrive Ajzenberg in un’altra poesia priva di riconciliazione finale: “Quest’orrore popolato di persone in ogni caso / non mi raccoglierà, come il padre il soldato, / non mi costringerà col cuore a stringermi all’abisso”. Le sue poesie parlano spesso di una forma d’invalidità, che priva di armonia le persone fin nel loro aspetto esteriore: addirittura ci viene descritta una donna, i cui tratti “(...) non sono coetanei /e i capelli incerti sono più giovani/delle ombre che scendono sul mento”. Una sorta di stridente inautenticità pervade le creature. Scrive altrove, sempre a proposito di una donna: “E la ripetono centinaia /di tue amiche oltrevetrina – / ombre, licantropi e ruffiane”.
Il danno, in russo uščerb, fa sì che la sofferenza degli altri si presenti insopportabile, insostenibile a chi soffre già per conto suo. Scrive Ajzenberg: “Azzittire. Sfinire. Sopprimere. Alla peggio / coprire di stracci. / Soffocare il discordante pigolio dei cuori – / l’accoramento di ognuno su di sé.” Questa poesia mi fa tornare in mente una poesia che parla dello stesso tema – l’egoismo costretto, l’indifferenza, l’insofferenza verso la sofferenza altrui – di un collega pietroburghese di Michail e della sua stessa generazione, Sergej Stratanovskij, altro poeta underground da lui assai stimato. Scrive Stratanovskij: “(...) e quando siamo apatici verso gli altri / La loro infelicità non vediamo / e la felicità per loro non vogliamo” (da Incarnazioni, Avagliano editore, Salerno, 2002, p. 184, nella mia traduzione).
Quali sono i santi di Ajzenberg? Mi descrive il suo forte impatto con la poesia di Osip Mandel’štam come una rivelazione. Camminiamo sul selciato di una strada del quartiere Monti, che risuona dei nostri passi, perché ormai è notte. Dice che lo considera il poeta più importante per lui, “più alto di una testa” degli altri. Per Ajzenberg l’esperienza della sua lettura è paragonabile all’impressione del crollo di una tenda impolverata avanti a sé.
La poesia di Miša stilisticamente vuole essere “senza subordinate, inadatta alle signore”, quindi diretta, non alta, non bel canto. Scrive altrove a proposito della sua voce: “si spande in basso”. è una voce attenta ai suoni impercettibili, ai fox trot orecchiabili che vengono su dal cortile, ai rumori dei tubi dell’acqua che sembrano impazzire prima di dare acqua, e sono rumori acuti, oppure fischi simili a ultrasuoni, sibili. La contraffazione di cui parlavo prima, come risultato del danno subito dall’uomo russo nel secolo scorso fa sì che anche le funzioni più elementari subiscano uno spostamento. In una poesia Ajzenberg scrive che dal primo piano “fanno la guardia con la voce”, come se i vicini di casa, con i loro organi sconvolti, potessero fare della bocca un orecchio, oppure usare la voce in modo contraffatto, per spiare.
Un poeta di origine ciuvascia che vive da quarant’anni a Mosca, Gennadij Ajgi, ha accostato la poesia sensibile e dai toni smorzati di Ajzenberg alla pittura di Morandi. I suoi versi hanno sempre riferimenti concreti, legati alla vita quotidiana; partono dalla realtà. Se vi si parla, per esempio, di spazzare per terra o di pagare la bolletta della luce, vuol dire che il disbrigo delle faccende è cosa che lo riguarda per davvero.
La recente poesia russa è citazionista. Questa poesia in particolare non è inzeppata di citazioni come quella di Boris Ryžij, (apparso come caso letterario, per la prima volta in Italia, e in assoluto fuori dalla Russia, nella mia traduzione e cura sul numero 1 della rivista “Smerilliana”), ma ha qua e là dei riferimenti letterari segreti, nascosti, lontani, ombre di qualcosa di già orecchiato. Per esempio la poesia che comincia con il verso: “Ci spaventano, ma noi non temiamo” è la citazione di una frase nota detta da Lev Tolstoj a proposito di Leonid Andreev, scrittore decadente vissuto fra il 1871 e il 1919, autore fra le altre cose del racconto Bezdna (L’abisso, 1902), in cui una poetica passeggiata sentimentale nel bosco si conclude con una violenza perpetrata dallo stesso innamorato. Il racconto destò l’orrore di Tolstoj. Alla fine di un’altra poesia, quella dedicata al comporre versi, al poeta sembra di sentire nell’acqua, che prima di uscire dal rubinetto scaturisce con irruenza dalle viscere dei tubi, un canto che dice: “sono un corvo! sono un corvo!” Qui Ajzenberg si riferisce all’opera drammatica incompiuta di Puškin La Rusalka, e in particolare alla scena in cui il vecchio mugnaio – impazzito perché sua figlia, sedotta e abbandonata dal principe, si è buttata nelle acque del fiume Dnepr diventando così una rusalka, creatura acquatica del folclore russo dai verdi capelli – alla domanda del principe: “Chi sei?”, risponde: “Sono il corvo del luogo” (cito La Rusalka dal volume di Opere di A. Puškin, Mursia, Milano, 1967, nella traduzione di Ettore Lo Gatto, p. 1105).
Michail ha paura del buio, ha un senso di disagio quando scende il crepuscolo, e preferisce accendere la luce. A camminargli accanto, si ha la sensazione di un uomo permeato nel profondo da una certa nausea di esistere. Un uomo il cui percorso esistenziale è stato solcato da tali e tanti e lunghi traumi da proteggere quelli di qualsivoglia interlocutore. Dice che ho scelto le sue poesie più esoteriche. Le ho scelte con l’istinto, percependo attraverso una lingua straniera una sensibilità acuta e teatrale insieme, spietata e dialogante, usata come arma di denuncia.
Ho anche tradotto (qui di sèguito, dopo le poesie proposte) un suo interessante scritto in prosa, dal titolo “La generalizzazione è già annoiata”, contenuta nel volume da cui ho tratto questa scelta di poesie, Drugie i prežnie vešči, (Altre cose e precedenti). In questo saggio Ajzenberg parla della lingua poetica, e mi ha detto che l’ha inclusa nella raccolta perché considera che faccia tutt’uno con le poesie. Solo traducendo lo scritto ci si accorge che è vero: anche nella sua produzione teorica Ajzenberg usa le ripetizioni di parole, i ritorni, i rimandi propri della lingua poetica, che io mi sono sforzata di conservare. Scrive: “La lingua non è padrona del poeta, il poeta non è lo schiavo né il servo della lingua, neppure suo amico. Il poeta semmai è il nemico della lingua esistente. Io penso che nella guerra eterna della lingua e della coscienza i versi intervengano a favore della coscienza. ‘Noi pensiamo non con le parole, ma con l’ombra delle parole’, – dice Nabokov. (Lui lo dice in modo più visivo, ma io direi che noi parliamo con le ombre delle idee). Per cui, a me sembra che la parola in versi (nelle sue manifestazioni migliori, autentiche) sia più vicina a queste ‘ombre delle parole’ (idee?), che alle parole comuni. (...) Quasiasi lingua “pronta” è una lingua di ieri. (...) La lingua esistente è ingannatrice; bisogna ingannare l’ingannatrice. (...) Ritengo i versi un’arte, in sostanza, extraverbale” (p. 65-66). Ajzenberg ci descrive l’atteggiamento di rifiuto dei versi nei confronti della lingua esistente, come verso una madre – e questa è una mia considerazione – in qualche modo contraffatta nella voce, impositiva ma priva di un’autorevolezza vera e propria, snaturata, dalla quale è necessario difendersi e prendere le distanze. Il poeta mette in discussione gli stessi strumenti del mestiere, vuole ricrearli lui, o farne addirittura a meno. La fuga del poeta dalla madrelingua è la forma di protesta intellettuale più estrema che questi può avere nei confronti della realtà. Più estrema dell’insofferenza mostrata verso gli esseri descritti nelle sue poesie: con colletti pretenziosi, incapaci di guardare oltre la propria cornea. Si capisce anche, leggendo il saggio, perché la sua poesia sia così oscura: attinge quanto meno possibile il secchio a un pozzo linguistico che sente inquinato. Per depurarlo deve buttare via molta acqua, bere solo l’indispensabile. Alla rappacificazione Ajzenberg preferisce l’inquietudine della perenne ricerca e trasformazione: “E nel vuoto strisciante/frugare a ogni buon conto”.

Annelisa Alleva



Le poesie qui di sèguito pubblicate sono tratte dalla raccolta Drugie i prežnie vešči, Novoe Literaturnoe Obozrenie, Moskva, 2000.

 

 ***

Dentro la balena

Cerco di pensare ai fatti miei,
ma intanto
mi rendo conto che da vivo
un tempo sono stato inghiottito. 

Non bisogna pensare: è la balena.
Su, fai finta
di esserti semplicemente chiuso dentro.
Nel silenzio avevi voglia
di comporre da appunti di viaggio
una lettera a tua moglie: 

“L’afa mi estenua
dentro la balena”.
Sottolineato. “Pensate, sono in una caverna!
Mi ha portato qui
la paura degli ambienti aperti”.
 

 ***

Questo giorno aggiunto in trasferta
con la testa dentro la coperta,
con le ombre che si sfrenano:
lepri-dita e lupi-che fanno le fiche –
 
l’ombra alza le mani sull’ombra.
Là comincia la mia guerra.
Molte lepri vengono uccise subito,
e per i lupi non bastano le mani.
 
Dove ti devo nascondere, amico del cuore?
Come proteggerti dalla fattura?
 
All’incrocio delle correnti d’aria,
no, non è il paradiso. Ma il riposo è come il sonno di un istante.
Per qualche paio di giorni scaldarsi, aspettare.
 
Quanti spiriti possono trovare spazio sugli aghi pungenti?
 
Paradiso-piccionaia. Oppure paradiso leprino-lepre bianca.
Coniglietti miei e care loro sorelline.
 
Abbiate pietà di noi qualcuno negli innevati vuoti campi.
 
 
***

Scopare la spazzatura, pagare la luce.
Tre lettere spedire in tre paesi.
 
Sbrigare tutte le faccende che non ci sono,
che sono anche necessarie
solo per il momento in cui nel silenzio è sospeso
un suono familiare alle sole mosche e zanzare -
il più sottile, indistinguibile fischio,
impercettibile all’orecchio.
 
Azzittire. Sfinire. Sopprimere. Nel peggiore
dei casi buttare stracci addosso.
Soffocare il discordante pigolio dei cuori –
l’accoramento di ognuno su se stesso.
 
 
*** 

Ci spaventano, ma noi non temiamo
Ci insultano, ma noi non ci soffermiamo
Pungono, ma noi non soffriamo
Cacciano, ma noi in libertà ci ritroviamo
Che razza di gente siamo?
Che razza di quaglie?
Dovremmo gridare e cadere
Dovremmo sbattere i denti
E nel vuoto strisciante
frugare a ogni buon conto
 
 
 ***

Nei miei dieci anni migliori
passati a sedere sulle valigie altrui
sono riuscito a scrivere una risposta
senza subordinate, inadatta alle signore.
 
Sdraiato dieci anni sullo stesso letto,
accompagnando con lo sguardo le schiene altrui,
sono riuscito a formulare un tale “basta”,
che, probabilmente, ne basterebbe anche metà.
 
Vi dico: non mi serve niente.
 
Cavatemi la colonna vertebrale - non crollerò.
 
Disfacendomi dirò: sprofonda! sparisci!
 
Quest’orrore popolato di persone in ogni caso
non mi raccoglierà, come il padre il soldato,
 
non mi costringerà col cuore a stringermi all’abisso.
 

 ***

Un viso indistinto.
Nessuna traccia né di buono, né di veleno.
Un laghetto d’acqua dolce soltanto,
in cui la naiade-custode
compie nuotando un cerchio dopo l’altro.
E la ripetono centinaia
di tue amiche oltrevetrina –
ombre, licantropi e ruffiane.
 

 ***

Non nel tubo della stufa, ma in quello del gas,
si direbbe dal primo piano,
sussurrano piano, oppure suggeriscono,
oppure fanno la guardia con la voce.
 
Passa un rombo lungo il flauto di ferro –
la custode ribadisce la sua,
oppure un debole vento mentale
lì passeggia e così canta.
 
Non spaventa e non diverte
la vocetta di non si sa chi, –
i ritornelli dei cicalecci di cucina
e il tintinnare delle chiavi.
 
Ma con un certo ultimo suono
continua ad attirare a sé,
con un’accennata ninnananna
infiltratasi lungo la filettatura.
 

 ***

Non durerà a lungo, ma guarda: da un po’
tutto è diventato allegro, polveroso e affollato.
Spazzano i cortili, scuotono i tappeti
sui ruderi della città-animale impagliato.
 
Un po’ butterata, digrignante, nel fumo caldo,
senza nome, come prima.
 
Inchinatevi a lei.
Prestate giuramento a lei.
Solo non mangiate la terra
 

 ***

Impercettibili dislivelli dei giorni
dal successo fino al silenzio.

Sempre più difficile, sempre più facile diventa.
Sempre più difficile.
 
Sempre più assurdo e più casuale.
 
Guardate: una faccia senza parole.
Guardate! La voce di qualcuno
priva di proprietario. Certo ormai di nessuno -
si spande in basso. (Tutto si macina).
 
E canta come l’acqua di rubinetto sotto pressione,
altrettanto sottile e altrettanto improvvisa,
assicurando: “sono un corvo! sono un corvo!”.
 

 ***

Che cosa ci è dato?
Come dirlo, che cosa ci è dato.
Angolazione della pioggia, stoffa di mantello, caldo di una stanza.
Qualcuno ha detto che il muro è una porta. E invece il mio muro è una finestra.
E non ha tendaggio il vetro incrinato.

Vi cade dentro l’ultimo raggio addirittura,
l’attacco di risate di qualcuno e un fox-trot facile da ballare.
Solo non piangere, non piangere, non tormentare, ti scongiuro.
Della vita, ficcata fra le righe, non parlare.
 
Ecco accostarsi un colombo, una cornacchia, un corvo (corvo?),
per distogliere, consolare, nell’ipocondria cacciare dentro.
Presto ci faranno vedere (non piangere, non piangere però)
una nuvola al tramonto, un albero al vento.
 
Come dire: io lacrime non ho provocato;
non sono insorto né con un altro me la sono intesa.
Qualcuno da te ha bussato, qualcuno deve averti portato
la strana notizia che il muro tuo è una finestra.
 
 
 ***

Capita così: giornata buona, passo senza fretta.
Come sui pattini la passeggiata scivola.
Un amico senza nome, di medaglie coperto,
ci spiega il nome del vicolo.
 
Amico senza nome, il viso tuo è paonazzo,
il panno militare tuo è consunto,
ti tormentava un incomprensibile acciacco,
e davvero ti reggi sulle gambe a stento.
 
Quando la domenica il tramonto cala
insieme con i primi sommovimenti dell’ansia
una vita senza motivo a modo suo è alata
se gli ultimi minuti luce avanza.
 
 
 ***

Un certo giardino, poi un certo arco,
le gibigiane del deserto immateriali,
e avanti tutto bianco, squarcio, spazio...
 
E solo l’orrore, l’orrore dalle sembianze lunari
non appena aspiro un brandello di ragnatela
sentendomi soffocare al mattino col primo respiro
 
E cerco il portamonete, l’astuccio degli occhiali,
il binocolo di madreperla logoro
Piccoli oggetti di nessuno, diventati scuri
rimuovo con le mani disossate
 
E pungono le palpebre i raggi neri
E una bandiera nera dietro le nuvole è sospesa
 

 ***

Sulla pietà: la guancia nella fuliggine sembra imbrattata.
Di quelli che non sono più in commercio, il suo colletto.
Un semisorriso in guardia ininterrotto.
 
Anche se controvoglia, noti tuttavia
che tutti i tratti di lei non sono coetanei
e i capelli incerti sono più giovani
delle ombre che scendono sul mento.
 
Che lo sguardo non oltrepassa cauto
il limite una volta per tutte stabilito,
ma riluce come un sentiero lunare,
senza penetrare oltre la cornea.
 

 ***

 

MICHAIL AJZENBERG

La generalizzazione è già annoiata

 

Traduzione dal russo di Annelisa Alleva

Non ricordo che qualcuno mi abbia parlato così direttamente della “morte dell’autore”. Ma allusioni evasive sono capitate. Si sono interessati a questo tema, per esempio, alcuni ascoltatori di versi nella città di Perm’, ma questo è l’unico posto al mondo dove un interesse simile è in parte giustificato: lì c’è un fiumiciattolo dal nome Stige, e scaturisce quasi da sotto la locale Unione degli scrittori.
A parte gli scherzi. Ho solo voluto prendere subito le distanze da una tematica del genere. Se il nostro tempo consente ai morti di seppellire i vivi, che questo avvenga, perlomeno, senza la mia partecipazione. L’entusiasmo con cui viene recepito il costante abbassamento della temperatura dell’attività creativa e della sua accoglienza – addirittura fino al freddo calcolo e alla ciarlataneria vera e propria, – avvilisce, certo, ma non si ha voglia di addentrarsi nelle sue origini. “Sulla porta sta già, annoiata, la generalizzazione”1, come scriveva Mandel’štam. La generalizzazione per qualche motivo si annoia sempre, questa è la sua natura - noiosa. La crisi non viene superata con i ragionamenti sulla crisi, forse non si supera mai, si sopprime soltanto. La situazione letteraria non è una sentenza, ma un problema che richiede una soluzione privata. Definendo la situazione attuale come di crisi, diciamo sì e no qualcosa di essenziale. La “sensazione di crisi”, cioè l’inquietudine interiore di un autore sensibile, è uno stato normale e produttivo. Dal nostro punto di osservazione una crisi così “normale” si presenta come crisi di mezzi. Specifici mezzi diventano troppo specifici e non troppo efficaci. Questa è la crisi.
E tutto questo è stato revocato sotto i nostri occhi già così tante volte – nella singola pratica privata dei versi di qualcuno, – da rendere del tutto non illusoria la speranza di continuare con simili revoche buone una volta per tutte. E nient’altro si chiede.

“Finisce tutto quello che fanno finire... T’impegni a continuare, e non finisce”2 (Pasternak a Mandel’štam).

A me sembra effettivamente che parlare della poesia di oggi col linguaggio delle generalizzazioni sia, comunque, improduttivo e persino inopportuno. E invece si può presumere l’esistenza (o la genesi) di un tipo particolare di critica: che rifugge le generalizzazioni, e che sia in qualche modo radicata nella produzione poetica stessa. Una critica che ostinatamente non sappia che cosa sono i versi, e che lo chiarisca qui e adesso. Le sue possibilità sono quasi illimitate, perché la legge della gravitazione (universale?) delle parole bisogna scoprirla ogni volta daccapo.
Una critica di tal genere, evidentemente, deve sviluppare una speciale attenzione e sensibilità verso sintomi, che per adesso essa non è in grado di spiegare. è una disciplina particolare in entrambi i sensi di questa parola.
Mi arrischierò a presentare uno di questi sintomi, per la verità strettamente personale. Nell’ultimo paio d’anni non sono quasi riuscito a scrivere articoli sui versi, e fondamentalmente perché quel “dizionarietto da osservatore” di cui mi ero miseramente accontentato nel periodo precedente, aveva smesso di essermi d’aiuto, – come se fosse uscito dal suo stato di subordinazione. Le parole stesse, i termini sono diventati qualcosa come “falsi amici del traduttore”. Portavano invariabilmente il discorso lontano dagli autentici problemi. Era sparita la sensazione di aver colto veramente nel segno, e anche lo speciale piacere legato a questa sensazione.
Non m’interessa più di affrontare e di esaminare i versi come se si trattasse di una macchina verbale. Ma invece m’interessa immensamente e trovo importante capire quali forze la mettono in funzione. Cioè di tutta la massa dei versi scritti a me importa di separare quelli che costituiscono il proseguimento naturale del corpo di colui che parla.

Un discorso sui versi come di un tipo speciale di materia viva, di tessuto, un discorso sui legami sottili fra l’autore e la parola poetica, sulle trasformazioni corporali che avvengono di conseguenza è particolarmente complicato. Non ha consuetudini, né definizioni generali. E non ne può avere, in quanto questo tipo di critica non può avere una consuetudine critica. E poi (e questo è fondamentale) mi pare che un discorso simile è sempre cominciato, ma non è mai proseguito: non è mai sfociato in un alveo comune e non è stato sostenuto da una teoria poetica.
Una teoria della poesia è stata elaborata dai filologi, in parte dai linguisti. Alla luce delle loro elaborazioni il poeta viene presentato come una specie di ultrafilologo e superlinguista: elaboratore e collaudatore della lingua, esperto di previsioni del suo stato. Queste situazioni sono illuminate dalle conferme più autorevoli. Eppure a me sembra che lo stato effettivo delle cose in questi casi sia stato presentato in forma riduttiva, per cui senza volere il discorso porta verso dettagli e indizi. Ma dettagli e indizi sono gli stessi nella realtà e nella sua imitazione. Stando a loro non riesci a distinguere una cosa dall’altra, ed è solo questo l’importante.
È fondamentale solo una precisazione: che cosa considerare come lingua. “Non è data a me l’ampollosità: non a me Il balbettio preordinato di parole concatenate”3 (le parole sono di Fet, il corsivo è mio). Per lingua noi ora intendiamo esattamente le “parole concatenate” e il “balbettio preordinato”, cioè un sistema saldo di significati, ecc.. Quello a cui è applicabile la precisazione “russa”, “inglese”, e così via. Non so quale espressione ancora potrei usare del tipo “e così via”, per definire quello che tutti hanno già capito anche così.
Tutte le nostre affermazioni non hanno alcun senso, se non si riporta la lingua al dizionario e alle comunicazioni verbali. Non si può intendere la lingua in senso così stretto, e la teoria della lingua lo sa perfettamente, ma la teoria della poesia, a me sembra, tale conoscenza la perde di vista, magari, o la rimanda a un “dopo”.
Sento adesso di aver oltrepassato i confini dei “territori sacri” e di ritrovarmi su una terra estranea. Mi serve a questo punto un sostegno autorevole.
“Come gesto in poesia intendo una certa disposizione delle parole, una selezione dei suoni di vocali e consonanti, di accelerazioni e rallentamenti del ritmo che fanno sì che colui che legge una poesia si metta senza volere nella posa del suo eroe, ne assuma la sua mimica e le movenze del corpo e, grazie alla suggestione del proprio corpo, provi quel che prova il poeta, così che l’idea enunciata non diventi più menzogna, ma verità”4 (N. Gumilev).
“Pronunciando questo in una forma cantabile, tu hai sentito di nuovo nelle tue ossa e nelle tue articolazioni una traccia di quell’effetto che la poesia ha avuto su di te a una prima lettura” (Seamus Heaney).
In certi casi bisogna prestare ascolto al primo, non metaforico significato delle parole. Definendo l’effetto dei versi con la parola “scossa”, con una precisione involontaria noi consideriamo una sorta di loro azione fisica diretta. I versi sono piuttosto una danza che un racconto. La lingua di possenti oscillazioni ritmiche e di gesti d’intonazione. Una certa complessa azione mimica, mimetica, alla quale partecipa tutto l’organismo umano, tutte le terminazioni nervose e radici segrete. Nel momento del “patimento artistico” noi stessi diventiamo in un certo grado la stessa cosa che patiamo, e la carne verbale entra in rapporto con la nostra carne - il battito del cuore, la circolazione del sangue, l’accorciamento dei muscoli.
La parola non è uguale a se stessa e una tale uguaglianza la suppone soltanto. Ma la parola in versi è capace di uscire dal territorio delle supposizioni; ha un’altra, speciale natura. Tiene nello stesso involucro la nominazione, e l’azione. Questa parola agente è parola in una determinata situazione. L’azione nell’involucro della parola trasforma anche i versi in un evento reale, che irrompe nel mondo e lo sottomette al proprio ritmo. Tutto si presta all’imitazione, solo l’evento non si può imitare.
Per sfociare in questo doppio stato, la coscienza poetica deve realizzare se stessa contemporaneamente sia nella lingua, sia in alcuni atti pre-linguistici, in stati pre-verbali. I versi diventano una realtà solo a un grado superlativo: solo superando le possibilità linguistiche disponibili. Queste sono usufruibili solo nel senso che vengono create all’occorrenza di un determinato momento del formarsi del discorso. Questo è il movimento verso la lingua che elude la lingua esistente. Detto altrimenti, l’opera poetica si scrive contemporaneamente in due lingue, e la sua seconda lingua – fondamentale – è particolarmente straordinaria per il fatto di non esistere per il momento.

La lingua non è padrona del poeta, il poeta non è lo schiavo, né il servo della lingua, neppure suo amico. Il poeta semmai è nemico della lingua esistente. Io penso che nella guerra eterna della lingua e della coscienza i versi si schierino dalla parte della coscienza. “Noi pensiamo non con le parole, ma con le ombre delle parole”5, dice Nabokov. (Lui lo dice in modo più visivo, ma io direi che noi parliamo con le ombre delle idee). Per cui, a me sembra che la parola in versi (nelle sue manifestazioni migliori, autentiche) sia più vicina a queste ‘ombre delle parole’ (idee?) che alle parole comuni. Il senso e il significato non si trovano qui legati in modo determinato e coercitivo. Perché “coercitivo”? Perché qualsiasi lingua “pronta” è una lingua di ieri: non solo didatta, ma anche portatrice di un passato didattismo. Quel che un tempo era l’esperienza concreta, si è incallito fino a uno stato di categoria e, in sostanza, è ostile a un nuovo modo di sentire e di pensare, pronto, qualora gli si presentasse l’occasione adatta, a tradirli in virtù dell’ordine stabilito. I legami fra l’uomo e la nuova realtà diventano morti, fragili. La lingua esistente è ingannatrice; bisogna ingannare l’ingannatrice.
Se dobbiamo condurre un’idea simile fino a una conclusione logica, può risultare che io ritengo i versi un’arte, in sostanza, extraverbale. Confermo la legittimità di tale supposizione. Sì, i versi per loro natura non sono in grado di fare a meno delle parole, ma essi, a me sembra, impiegano tutti gli sforzi possibili per fare a meno della lingua. Non sono sicuro che questo riesca loro spesso, ma esiste sempre come compito e come possibilità. Forse l’unica possibilità per una persona che scrive e che parla è quella di aggirare la lingua, aggirarla, aggirarla in curva e arrivare primo alla co-municazione diretta.
Il discorso in questo caso esiste come in un altro stato aggregativo: di massa fusa, plasma, campo magnetico. Le parole sono così ardentemente contente del felice incontro le une con le altre da non potersi assolutamente raffreddare.

Certo, tutto questo non riguarda versi qualsiasi, forse neppure i versi di qualunque tempo. Forse i versi, come il corno di Oberon, prendono a risuonare con una vera forza solo nei momenti di estrema necessità, mentre nel resto del tempo, come dire, “sostengono la forma”. Quando una ventina d’anni fa a noi (cioè a qualcuno di noi) balenò a un tratto l’idea che la storia fosse finita, subito si profilò una rima originale a quest’idea: “fine della storia” – “fine della letteratura”. E effettivamente le consegne regolari sul mercato librario di alcuni campioni di merce prevedibile, un semplice incremento culturale è difficile considerarlo letteratura, tanto più poesia. Ma al giorno d’oggi questa rima si è logorata del tutto, è diventata una banalità, che il solo atto di ricordare mette a disagio. A noi, che entriamo in una nuova storia con un’altra geografia, servono parole nuove per le cose più semplici. Perché le cose più semplici sempre non vengono denominate.

Dal volume Drugie i prežnie vešči, (Altre cose e precedenti), Novoe Literaturnoe Obozrenie, Moskva, 2000, pp. 61-67.

 

 

Note

1 Da Osip Mandel’štam, Putešestvie v Armeniju, in Sočinenija, vol. II, Moskva, Chud. lit., 1990, p. 119; in italiano Viaggio in Armenia, Milano, Adelphi, 1988, p. 50, a cura di Serena Vitale. (N. d. T.)
2 Da una lettera di Boris Pasternak a Osip Mandel’štam del 31 gennaio 1925 citata nel volume di A.M. Pjatigorskij Izbrannye trudy, Škola “Jazyki russkoj kul’tury”, Moskva, 1996, p. 349. (N.d.T.)
3 Da A.A. Fet, II strofa della poesia “Pogljadi mne v glaza chot’ na mig”, Stichotvorenija, Moskva, “Olma-press”, 2000, p. 460. (N.d.T.)
4 N. S. Gumilev, dall’articolo “Žizn’ sticha” in Pis’ma o russkoj poezii, Moskva, “Sovremennik”, 1990, p. 48. (N.d.T.)
5 V.V. Nabokov, nel libro V.V. Nabokov: pro et contra, Izdatel’stvo Russkogo Christianskogo gumatitarnogo instituta, Sankt-Peterburg, 1997, p. 155. (N.d.T.)

 
 
       
   
 
 

 

 

     

 

 

 

 

 

 

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