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DOUGLAS DUNN "Long
Ago" e altre poesie scelte
Traduzione dall’inglese e cura di Marco Fazzini
Douglas Dunn: una breve biografia letteraria
Nato nel 1942 ad Inchinann, nel Renfrewshire (Scozia), Douglas
Dunn studiò presso il Renfrew High School e il Camphill School, e
lavorò poi come bibliotecario a Paisley (Glasgow), ad Akron (Ohio,
USA) ed infine, sotto la direzione di Philip Larkin, presso la
biblioteca universitaria di Hull. In quegli anni si iscrisse
all’Università di Hull, dove si laureò in Letteratura inglese nel
1969, l’anno di pubblicazione del suo primo volume di poesia,
Terry Street. A quel tempo Hull risultò particolarmente
interessante per Dunn. Tante furono le amicizie che il giovane
poeta strinse con letterati ed artisti, quest’ultimi conosciuti
grazie alla sua prima moglie Lesley Balfour, una storica dell’arte
impiegata presso la Ferens Art Gallery di Hull. In una lettera
indirizzata in quegli anni a Charles Monteith, il curatore della
collana di poesia della Faber, Larkin faceva riferimento a Dunn
come ad “un piccolo scozzese barbuto e borbottante di 26 anni,
attualmente iscritto presso questa università.”1 Dunn ovviamente
aveva già letto i libri di Philip Larkin, e la sua ammirazione per
The Less Deceived (1955) e The Whitsun Weddings (1964) si aggiunse
all’ammirazione per la meticolosità che il poeta inglese mostrava
quale direttore della biblioteca universitaria. Dopo la visita che
Larkin fece ai Dunn presso la loro casa sita al 134 di Marborough
Avenue, il poeta inglese divenne ben presto una delle amicizie più
frequentate durante gli anni in cui Dunn visse ad Hull.
Se
fu Larkin ad incoraggiare Dunn verso la poesia, questo fu
certamente un gesto che non si accompagnò ad alcuna esuberanza o
volontà di protettivismo letterario. Eppure, Larkin risultò
determinante per la pubblicazione del primo volume di Dunn presso
la Faber. Andrew Motion ricorda che quando Dunn si laureò nel
1969, presentò a Larkin una richiesta di lavoro, ed ottenne un
posto presso la biblioteca dell’università, alla sezione
Acquisizioni. Vi rimase fino al 1971. A quel tempo, Douglas e la
moglie Lesley erano diventati buoni amici di Larkin, tanto che lo
scozzese aveva già mostrato al suo mentore alcune sue poesie.
Larkin ne rimase impressionato, e così incoraggiò Dunn a
partecipare al premio letterario Gregory Award, raccomandandolo a
Monteith della Faber. “Ho l’impressione”, osservò Larkin, “che
sono poesie puntiniste – per ciò che concerne l’estetica
dell’atteggiamento e dell’osservazione – eppure fanno il loro
effetto e la maggior parte delle volte funzionano.”2 Monteith fu
d’accordo con le osservazioni di Larkin, e nel 1969 Dunn riuscì a
pubblicare il suo primo libro di poesie, Terry Street.
Fu
l’inzio della carriera per Dunn. Terry Street ottenne delle
recensioni entusiastiche e confermò l’affermazione di nuovi
stilemi nella poesia contemporanea di lingua inglese.3 La
tristesse ed il senso di disillusione che Philip Larkin aveva
anticipato negli anni cinquanta e sessanta si era ora mutato nei
testi di Dunn in una sorta di realismo sociale che non disdegnava
il ricorso al potere dell’immaginazione e al talento per una
metaforizzazione lirica.
Fin dal suo debutto fu chiaro che l’occhio di Dunn fu inondato da
una serie di particolari attinti dalla realtà, particolari che
divennero segnali di una profonda escavazione storica e
letteraria. Se da una parte l’osservazione larkiniana era condotta
da una appropriazione circostanziale che estraeva dal reale una
sorta di rivelazione epifanica, Dunn si interrogava invece sulle
sue stesse tecniche realistiche per aprire una qualche relazione
dialogante con il mondo e le sue stesse influenze letterarie.4 Fin
dall’uscita di Terry Street, e almeno per tutti gli anni settanta
con i volumi The Happier Life, Love or Nothing e Barbarians,
l’opera di Dunn si affollò di identità rispettabili e reciproche.
Invece di ingaggiare se stesso in un processo colonizzante di
appropriazione o di assoggettamento, Dunn cercò gratificanti
relazioni con l’Altro lasciando che questi (lui, lei?) entrasse
nella sua coscienza in modo creativo.
È
in questo modo che il poeta fece virare l’asse della sua
attenzione poetica e filosofica verso un resoconto decentrato
della realtà, in modo da aprire i suo testi alle voci e alle
attitudini dell’Altro. A differenza di Larkin, Dunn non ha mai
generalizzato sull’uomo, la morte o l’amore.5 Ha invece situato i
suoi lavori in un tempo ed in uno spazio determinato. Terry
Street, ad esempio, si concentrava su di una strada proletaria di
Hull (oggi smantellata assieme agli alloggi che sorgevano lungo i
suoi lati) come il poeta stesso la visse nei tardi anni sessanta;
la prima sezione del volume Barbarians, assieme ad alcune poesie
di St Kilda’s Parliament, rivisitavano aspetti della storia
scozzese e li confrontavano ad altri eventi storici della
colonizzazione occidentale nel terzo mondo, in un modo che sarebbe
stato del tutto impensabile per Larkin e per i suoi discepoli
degli anni cinquanta.6 Quindi, nonostante il costante interesse
per gli emarginati o le vittime, e usando in parte le stesse
tecniche sperimentate dal Movement un decennio prima e senza
dimenticare il recupero della lezione dei poeti georgiani,7 o di Owen, o di Hardy
in particolare,8 Dunn è sempre stato interessato
a stimolare “pietà” ma vi associa quel desiderio di entrare nei
sentimenti e nelle aspettative dell’Altro per scoprire un lato
nuovo o inaspettato della Verità.9
Se
da un lato può apparire giustificato che in quella comunità di
operai e proletari in cui Dunn visse per qualche tempo egli si
sentisse a suo agio dal punto di vista ideologico, dall’altro i
loro drammi e le loro idiosincrasie quotidiane, come anche il loro
sogno d’una “vita ideale”, furono per il poeta un soggetto
naturale sul quale la sua immaginazione, al di là di temporanei
tentativi di identificazione e comprensione, sapeva improvvisare
in modo alquanto distaccato. La tecnica di fondere cultura alta e
cultura bassa ha molto in comune con ciò che Larkin fece nei suoi
testi migliori. Eppure una differenza salta agli occhi: se la
sfiducia di Larkin per l’Inghilterra del dopoguerra si espresse
spesso attraverso ragionamenti esistenziali e senza tempo per
approdare ad una generalizzazione sulla condizione dell’uomo in
quanto tale, Dunn ha saputo invece evidenziare le sue posizioni e
le sue riflessioni su contesti storici e sociali del tutto
focalizzati, e rivalutare il suo retaggio scozzese. Convinto che
la Scozia sia un paese di antitesi derivate da una apertura
verso “altre lingue come parte d’una visione europea o
universalizzante”,10 Dunn offre ai suoi lettori una visione
caleiodoscopica della storia e della letteratura per tentare di
rappresentarla non solo attraverso la già menzionata procedura
dialettica – un sistema doppio o diviso di contrari in eterna
battaglia fra di loro – ma attraverso una varietà che dia
“l’illusione di infinità, di multipli, e d’una simmetria
imprevedibile e ricorrente”.11
Questo è esattamente ciò che Dunn attuò nella prima sequenza di
Barbarians, da lui titolata “Barbarian Pastorals”, le cui poesie
consideravano i differenti aspetti del terreno di lotta in cui si
scontravano forze sociali opposte, classi, o gruppi oppositivi.
Eppure, non sembra qui di intravedere alcuna conciliazione: anche
la soglia tra le forze che Dunn mette in campo s’offusca,
divenendo reversibile o reciproca. Lo stesso discorso dialogico
lo troviamo quale elemento ricorrente in quasi tutta la sua
produzione poetica tanto che, per esempio, i valori negativi in
genere associati con la campagna in “Guerrillas”12 venivano
ribaltati in “Gardeners”,13 mentre l’eredità letteraria
della Scozia appariva una entità ambigua quanto l’alleanza
anglo-scozzese del 1707.14 Come lo stesso Dunn osservò parlando
della poesia di Seamus Heaney, la forza di questi testi veniva
“rafforzata e allo stesso tempo resa vulnerabile all’attacco
grazie alla partecipazione dell’autore nella storia.”15
La
barbarie nella poesia di Dunn ha attratto molte forme e molti
significati. Barbari sono i popoli assoggettati ed appartenenti ad
imperi ormai perduti, soprattutto le popolazioni conquistate dai
Romani, dagli inglesi, e dai cinesi, ma anche le classi più basse
come entità contrapposte alle classi più elevate, o le genti
appartenenti ad una differente ideologia politica, o ad un artista
che deve fronteggiare il potere economico del suo mecenate. In “In
the Grounds” il confronto tra la classe proprietaria di latifondi
e i barbari – dei quali fa parte lo stesso Dunn – viene
ironicamente rappresentato in un testo altamente congegnato in cui
la regolarità del metro e della rima sembra ribaltare i ruoli dei
protagonisti. E se nella mente del poeta il baratro apertosi tra i
due gruppi può in qualche modo essere sanato (“in our minds we
harmonize them both”), questo successo avviene non senza una buona
dose di idealizzazione del rapporto che le due parti in conflitto
possono generare al cospetto di una natura da proteggere, una
natura nella quale ogni idillio sembra perdere forza di fronte ad
urgenze sociali e ad imperativi ideologici. Se una possibilità per
una riconciliazione deve essere concessa ai barbari, si tratta
ovviamente del metaforico “narrow gate / In a wall they have built”,
uno stretto passaggio che il colonizzatore concede al colonizzato
per lasciargli condividere la sua “tradizione disinteressata”.
Nessuna trahison des clercs sembra essere ammessa da Dunn. Ciò che
Julien Benda condanna come partecipazione degli intellettuali al
rafforzamento dell’autorità centrale della società viene
contrastata da Dunn per la riconsiderazione della cultura e della
storia, non solo quella scozzese, attraverso strategie oppositive
e resistenti, come avviene in “Gardeners”. Quando Said afferma che
in un regime egemonico è inevitabile che si verifichi una sorta di
resistenza alla centralità del potere e della cultura, non si
riferisce solamente a quelle forme di ostilità dettate da ragioni
sociali, religiose o politiche ma principalmente agli “individui o
ai gruppi tacciati come vietati o inferiori dalla cultura (qui
ovviamente la gamma è vasta e spazia dal rituale capro espiatorio
al profeta solitario, dall’emarginato sociale all’artista
visionario, dalla classe lavoratrice all’intelletuale alienato)”.16
Ecco come Dunn si esprime nella poesia “Empires”:
They
ruined us. They conquered continents.
We filled their uniforms. We cruised the seas.
We worked their mines amd made their histories.
You work, we rule, they said. We worked; they ruled.
They fooled the tenements. All men were fooled.
It still persists. It will be so, always.
Listen. An out-of-work apprentice plays
God Save the Queen on an Edwardian flute.
He is, but does not know it, destitute.17
La
morte del padre nel 1980 e la lunga e penosa malattia della moglie
Lesley condussero improvvisamente Dunn a soffermarsi su una
tematica alla quale i libri dell’amico Larkin lo avevano in parte
abituato: la morte e i tentativi dell’uomo di trascenderla, o
almeno di esorcizzarla. Già la tematica lo aveva assorbito nel
lavoro profuso per The Telescope Garden, una commedia su De
Quincey, poi trasmessa nel 1986. Eppure, questa preoccupazione,
che mostrava risvolti sia umani che filosofici, doveva
attualizzarsi in uno dei suoi capolavori, la silloge Elegies
(1985), dedicata alla moglie Lesley e al dolore che la malattia e
la morte di lei causarono nel poeta. Se nei suoi libri
precedenti la persona presente nei suoi testi era “largamente
addestrata alla reticenza”18 rimanendo in sospeso tra culture e classi sociali, in
questo volume si giocò allo scoperto in una sorta di progressiva
denudazione del dolore al quale il lettore fa fatica a sottrarsi.
Come nella tarda produzione di Norman MacCaig, peraltro uno dei
poeti più ammirati dallo stesso Dunn, la morte sembrava aver
dischiuso una parte della personalità del poeta rendendolo più
‘confessionale’ nel mostrare sentimenti, esperienze e vicende
umane senza la mediazione di quel tipo di reticenza che era
sembrata radicata nella scrittura scozzese contemporanea.19 “La
verità poetica”, ha osservato Dunn, “viene creata attraverso
l’immaginazione, come anche attraverso un lavoro della mente sul
‘materiale reale’. Essenziale risulta un certo clima romanzesco
introdotto dal ritmo, dalla cadenza, dal metro, dalle strofe,
dalla rima, dalla metafora e così via. La poesia è più cerimoniale
della prosa; parte del suo potere è atavistico. Mentire in poesia
è pericoloso e disgustoso solo quando la mendacia implicata
corteggia il processo di incremento del proprio potere – il
dichiarare sentimenti ed esperienze che lo scrittore non ha
vissuto. Questo è in genere individuabile, quindi una sorta di
‘verifica esterna’ è di frequente la misura usata per identificare
la cattiva poesia, la cui peggior specie è quella sentimentale,
essa stessa una forma di menzogna. Il plagio rientra nella stessa
categoria.”20
Gentilezza, sincerità e coraggio. Queste sono le principali
qualità che hanno caratterizzato la poesia di Dunn sin dal 1969.
Eppure, mentre nelle prime sillogi la sua gentilezza era offuscata
da una sorta di ostinazione a ricorrere all’ironia ed al sarcasmo
– due elementi che, assieme ad una certa dose di mascolina
spavalderia, lo aiutavano a celare ad arte il suo vero io – in
Elegies tutto veniva mostrato quale dedizione fluida e bilanciata
alla retorica del dolore, ad una sincerità mista ad una buona dose
di immaginazione poetica, come nella poesia “Sandra’s Mobile”. Fu
solo dopo la pubblicazione di Northlight (1988) che Dunn riuscì a
fornire un’identità specifica alla sua idea di “casa” e
contrattaccare non solo la piccolezza di ogni situazione degna
d’un luogo come Terry Street, ma l’intero sistema inglese che ha
generato la scissione classista della società e le gerarchie del
potere. Nel testo “Here and There” l’uso che Dunn fece della
tecnica dialogica di Larkin è intesa a sottolineare il conflitto
degli interessi tra due diverse nazionalità, probabilmente quella
inglese e quella scozzese. Il suo ritorno a casa (“Tayport is
Trebizond”) diede la possibilità al poeta di “reconstruct a self/From
local water, timber, light and earth, / Drawing the line (this
might please you) at golf / Or watersports on a sub-Arctic Firth.”21
Il suo sentirsi scozzese assunse qui varie modalità di attualizzazione (ironica, indignata, satirica, seriosa, storica)
eppure non fu mai falsamente negata o sottovalutata. Ironizzando
sulla penosa esistenza del confine e delle frontiere e facendo
ricorso ai beni ed alle opportunità sportive d’un mondo agiato,
presumibilmente capitalista, che riduce le situazioni conflittuali
a semplici terreni da gioco, Dunn si concesse una dura risposta
all’accusa lanciatagli da Motion e Morrison di essere “provinciale
e proletario”.22 La riconciliazione di Dunn con il suo omphalos
divenne implicita in questa affermazione d’appartenenza: la poesia
“Here and There” rispose e riscrisse “Here” di Larkin in modo da
far percepire la Verità non in uno stato di libertà solitaria o
d’oblio nazionalista ma in una “casa” dove non fu possibile
rimpiangere la propria identità:
Scottishness, if you say so: but I see
Plurals and distances in voiceless wet
Enough to harbour all my history
Inside a house protected from regret.23
Attraverso ciò che definisce uno “scherzo”, nella recente poesia
intitolata “Pushkin’s Ring” tratta da The Year’s Afternoon (2000),
Dunn ha fuso le sue migliori intuizioni ad alcune delle tematiche
che lo hanno finora affascinato: la storia, la casualità della
vita, l’entusiasmo dell’amore e il suo inevitabile declino, il
ciclico alternarsi di gioia e sofferenza o, meglio, il loro
inspiegabile connubio letto tra le pieghe d’un insondabile mistero
che regola gli eventi del reale.
Nel seguire dita e continenti, Dunn ipotizza un percorso per
l’anello-talismano che la Contessa Verontsova un giorno aveva
infilato al dito di Pushkin dopo aver fatto all’amore su una
spiaggia del Mar Nero. Rubato nel 1917 da uno sconosciuto dal
Museo Pushkin di Mosca, l’anello viene sondato nei suoi possibili
contenuti e significati: è trasformato in moneta contante per
sfamare una famiglia nell’inedia, o arriva, a mo’ di trofeo, sul
tavolo di qualche collezionista che ne ha commissionato il furto,
o è un tesoro d’un qualche ebreo che ne abbia apprezzato
l’iscrizione cabbalistica in ebraico, e finito magari
successivamente in qualche campo di concentramento e da qui, una
volta fuso insieme ad altri, tesorizzato in una banca svizzera che
ora custodisce il raccapricciante quanto anonimo bottino della
violenza nazista. La critica al capitalismo trova qui altre e più
profonde ramificazioni che riflettono l’interesse di Dunn per l’“underdog”,
lo spiantato proletario, o la preoccupazione per le minoranze
razziali e religiose, o semplicemente il problema dell’avidità
umana dalla quale prende il via “A grimly European rendezvous /
Where wicked history converts to cash.” Ma poi il tutto ritorna ad
una dimensione meno altisonante e più realistica. È triste ed
ironico il fatto che dopo aver viaggiato per vari continenti, il
poeta immagini l’anello al suo stesso dito, quale sostituto della
fede matrimoniale, un tempo persa a causa della morte della prima
moglie ma ora, e per la seconda volta, persa a causa della poesia.
La fantastica ricerca dell’anello di Pushkin non fa altro che
sublimare queste tematiche toccanti in una sorta di circuitazione
dove il personale si perde nella storia, mentre si tenta di far sì
che la storia stessa faccia a meno dei suoi protagonisti più
eclatanti per calarsi ad un livello accessibile ad ogni tipo di
lettura e di lettore, rivalutando le pieghe inespresse o
sottaciute degli eventi, concedendoci rari momenti di riflessione
attraverso la levità d’un fare poetico profondo, inesorabile,
sempre toccante.
Marco
Fazzini
Note
1 Philip
Larkin, Selected Letters of Philip Larkin 1940-1985, a cura di
Anthony Thwaite, London, Faber & Faber, 1992, p. 400.
2 Andrew
Motion, Philip Larkin: A Writer’s Life, London, Faber & Faber, 1993, pp. 380-381.
3
Come Philip Larkin ha ricordato in una lettera indirizzata a C.B.
Cox, The Listener citava Dunn come “il poeta migliore dopo Seamus
Heaney”, e si augurava che il libro conquistasse buone recensioni.
Si veda Philip Larkin, op. cit., p. 419.
4
Si vedano i commenti di Alastair Fowler alla forma elegiaca di
Dunn nell’articolo “Off the Raised Beach”, Cencrastus, no. 26,
Summer 1987, p. 45.
5
Su questo problema si legga Robert Dixbury, “The Poetry of Douglas
Dunn”, Akros, vol. 14, no. 41, August 1979, p. 59.
6
Esaustiva e perentoria la seguente osservazione di Dunn: “Al tempo
in cui uscì il mio volume Barbarians, che non si può proprio dire
che fosse stato un libro di destra, e nemmeno tendente in quella
direzione, l’influenza di Larkin sulla mia opera doveva già essere
diventata un vero e proprio imbarazzo per lui. Non rappresentò mai
un imbarazzo per me, sebbene sembrò aver infastidito altri che non
riuscivano a capire come un poeta che si identificava con ‘uno
spirito di sinistra’ contenesse rimandi e influenze da Larkin, la
cui inclinazione pendeva da tutt’altra direzione.”
Douglas
Dunn, Under the Influence: Douglas Dunn on Philip Larkin,
Edinburgh, Edinburgh University Library, 1987, p. 11.
7 Blake
Morrison,The Movement: English Poetry and Fiction of the 1950s,
London and New York, Methuen, 1986, p. 215.
8 Si
confronti Donald Davie, Thomas Hardy and British Poetry, London,
Routledge, 1973.
9
A proposito dei derelitti Dunn ha osservato: “La mia immaginazione
ne viene attratta, e non si tratta di una scelta politica o roba
del genere. Sono ancora dell’idea che queste persone conoscano
verità che io non conosco, e mi piacerebbe conoscere quello che
sanno.”
John
Haffenden, a cura di, Viewpoints: Poets in Conversation with John
Haffenden, London, Faber & Faber, 1981, p. 22.
10 Douglas
Dunn, “Introduction’” a Scotland: An Anthology, London,
HarperCollins, 1991, pp. 5-6.
11 Ibidem,
p. 5.
12 Douglas
Dunn, Selected Poems, London, Faber & Faber, 1986, p. 52.
13 Ibidem,
pp. 105-106.
14 Per una
panoramica esaustiva sulla Scozia dopo l’Unione del 1707 si vedano
Christopher Harvie, Scotland and Nationalism: Scottish Society and
Politics 1707-1994, London and New York, Routledge, 1994 e Andrew
Marr, The Battle for Scotland, Harmondsworth, Penguin, 1992.
15 Douglas
Dunn, “Heaney Agonistes”, London Magazine, vol. 24, no. 8,
November 1984, p. 92.
16 Edward
Said, The World, the Text and the Critic, London, Vintage, 1991,
p. 14.
17 Douglas
Dunn, “Empires”, in Selected Poems, cit., p. 109.
18
“Douglas Dunn talking with Robert Crawford”, Verse, no. 4, 1985,
p. 31.
19
Da una lettera di Douglas Dunn all’autore (15.5.1992).
20 Ibidem.
21 Ibidem,
p. 26.
22 Si veda
l’introduzione di Blake Morrison e Andrew Motion all’antologia The
Penguin Book of Contemporary British Poetry, Harmondsworth,
Penguin, 1982, p. 17.
23 Douglas
Dunn, Northlight, London, Faber & Faber, 1988, p. 30.
Nota Bibliografica
POESIA
Terry Street, London, Faber & Faber, 1969.
The
Happier Life, London, Faber & Faber, 1972.
Love or
Nothing, London, Faber & Faber, 1974.
Barbarians, London, Faber & Faber, 1979.
St Kilda’s
Parliament, London, Faber & Faber, 1981
Europa’s
Lover, Newcastle upon Tyne, Bloodaxe, 1982.
Elegies,
London, Faber & Faber, 1985.
Selected
Poems 1964-1983, London, Faber & Faber, 1986.
Northlight, London, Faber & Faber, 1988.
Dante’s
Drum-kit, London, Faber & Faber, 1993.
The
Donkey’s Ears, London Faber & Faber, 2000.
The Year’s
Afternoon, London, Faber & Faber, 2000.
PROSA
Secret
Villages, London, Faber & Faber, 1985.
Girlfriends and Boyfriends, London, Faber & Faber, 1995.
***
UOMINI DI TERRY STREET
Arrivano di sera, partono presto la mattina.
Sento i loro passi, il tinnire delle catene delle bici,
Gli improvvisi scoppi delle moto, il gemito dei furgoni.
Per qualche motivo o mi trovo a letto, o le tende sono tirate.
Questa invisibilità maschile li rende degli dèi,
Un
pantheon di stivali e tute.
Ma
quando li vedi, tornati presto dal lavoro
O
a spasso la domenica, sono troppo stanchi
E
annoiati per sembrare a loro agio.
Fa
male vedere i loro volti, troppo tristi o troppo gioviali.
Affrettano il passo all’odore di cucinato,
Stringono i bambini e cantano per loro.
MEN OF
TERRY STREET They come in at night, leave in the early
morning. / I hear their footsteps, the ticking of bicycle chains,
/ Sudden blasts of motorcycles, whimpering of vans. / Somehow I am
either in bed, or the curtains are drawn. // This masculine
invisibility makes gods of them, / A pantheon of boots and
overalls. / But when you see them, home early from work / Or at
their Sunday leisure, they are too tired // And bored to look long
at comfortably. / It hurts to see their faces, too sad or too
jovial. / They quicken their step at the smell of cooking, / They
hold up their children and sing to them.
(Da Terry Street)
***
INCIDENTE IN NEGOZIO
Per niente alta, bellezza senza stile,
Non indossa le calze, non usa cosmetici.
Intuisco da sotto la camicetta
L’estensione lenta dei seni sciolti.
Sento le correnti sulle sue gambe,
Il
pizzico del detersivo a buon mercato sulle mani.
Sotto il letto, dimenticati bulbi invernali
Muoiono di sete, stretti nella morsa di polvere feroce.
Il
marito la picchia. Le vecchie
Le
parlano alle spalle, osservandola.
E
compra la rosa più scura che io abbia mai visto,
Ne
ficca lo stelo nella cintura di plastica.
INCIDENT
IN THE SHOP Not tall, her good looks unstylized, / She wears
no stockings, or uses cosmetic. // I sense beneath her blouse /
The slow expanse of unheld breasts. // I feel the draughts on her
legs, / The nip of cheap detergent on her hands. // Under her bed,
forgotten winter bulbs / Die of thirst, in the grip of a wild
dust. // Her husband beats her. Old women / Talk of it behind her
back, watching her. // She buys the darkest rose I ever saw / And
tucks its stem into her plastic belt.
(Da Terry Street)
***
DALLA FINESTRA DI NOTTE
La
notte strepita di incubi.
I
bambini piangono dentro case stipate,
Un
uomo marcisce nel suo russare.
Su
piedi silenziosi, i poliziotti controllano le porte.
I
passi divengono persone sotto i lampioni.
Gli ubriachi ritornano dalle feste,
Risuonando di bottiglie vuote e vecchie canzoni.
Le
giovani rincasano,
E
scompaiono dentro letti bianchi
Sull’orlo della notte.
A
finestre spalancate, in questa notte afosa,
Gli insonni, fumando nell’oscurità,
Fanno piccole luci rosse con la bocca,
Contano gli anni dei loro matrimoni.
FROM THE
NIGHT-WINDOW The night rattles with nightmares. / Children cry
in the close-packed houses, / A man rots in his snoring. / On
quiet feet, policemen test doors. / Footsteps become people under
streetlamps. / Drunks return from parties, / Sounding of empty
bottles and old songs. / Young women come home / And disappear
into white beds / At the edge of the night. / All windows open,
this hot night, / And the sleep-less, smoking in the dark, /
Making small red lights at their mouths, / Count the years of
their marriages.
(Da Terry Street)
***
QUI STARE DRAGHI
Pomponius Mela, Chorographia
Come scrisse Pomponius Mela, in Africa vi sono tribù,
Dal corpo che finisce dalla gola in giù.
I
lettori potrebbero non stupirsi più di tanto
Mostruosi proletari senza testa se stiamo a quanto
Mela dice dei volti su quei petti
Che possedevano ogni tratto consueto e, a meno che
Pomponius non avesse mentito, penso che l’arte loro,
Certo orale, uscisse diretta dal quel cuore.
C’erano pure, in Africa, i famosi trogloditi
Che albergavano in una notte senza fine.
Questo Mela offre disgusto civilizzato.
Di
questi non-cittadini del rifiuto
Degli alloggi scavati nel profondo come tunnel,
Dice che si cibano di serpenti scovati durante i loro scavi.
E
se avessero i loro alloggi su nel cielo innalzato
Quale pasto Mela, nutrito con uccelli, avrebbe mai specificato?
Mela registra una tribù maledicente il sole
All’alba e all’imbrunire. Questa gente di Nessuno
Non aveva un nome, non sognava. Senza sogni
Privati di nomenclatura, Mela benedisse
Quella gente senza sogni che sapeva ben più
Di
ciò che poteva lui sapere della realtà loro,
Maledicendo il sole, all’alba e all’imbrunire,
Per ragioni su cui i Romani non riuscirono a mettere le mani.
Furono queste quindi le meraviglie che Mela pensò di vedere
Dentro quelle vite relazionate come capelli, pelli e artigli.
E
ciò lusingò Roma, e tenne il suo regnum al sicuro –
La
casa di rasature, sapone e manicure.
Ma
una storia resta, quella che Mela
Dichiara essere una rivalsa: la storia del pozzo.
Arrivati là i Romani, assetati e senza fiato,
Bevvero, poi risero fino ad incontrare il mortale fato.
HERE BE
DRAGONS Pomponius Mela, Chorographia
In Africa,
Pomponius Mela wrote, / Are tribes whose bodies stop below the throat. / His readers might not marvel much at that / Headless and
monstrous proletariat / For Mela says that faces on their chests /
Had all the usual features and, unless / Pomponius lied, I can
suppose their art, / Doubtless oral, came straight from the heart.
// There, too, in Africa, were troglodytes / Who housed themselves
in the eternal night. / This Mela proffers civilized distaste. /
He says of these non-citizens of waste / And downward-tunnelled
tenements, they dined / On serpents they discovered as they mined.
/ But had they raised their tenements through sky, / What lunch
would fowl-fed Mela specify? // Mela records a tribe that cursed
the sun / At dusk and dawn. These people of No-One / Possessed no
names and did not dream. Dreamless / Without nomenclature, did
Mela bless / That dreamless people who knew more than he / Could ever
know of their reality, / Cursing the sun, cursing at dusk and
dawn, / For reasons Romans couldn’t lay their fingers on? // These
then were wonders Mela thought he saw / In lives reported as hair,
skin and claw. / That flattered Rome, to keep its regnum sure – /
The home of shave and soap and manicure. / One story’s left, the
one that Mela tells / That’s their revenge – the one about the
well. / Arriving there, thirsty and out of breath, / Romans might
drink, then laugh themselves to death.
(Da Barbarians)
***
IMPERI
Tutti quei defunti imperi... Se ne sono andati,
Trascinandosi via atlanti e piani a coda.
Non riuscirono a lasciare in pace la geografia.
Conquistarono con il cardo e con la rosa.
Ai
nostri antenati sembrò giusto innalzare
La
loro bella bandiera ad ogni alba straniera
E
poi ammainarla al tramonto nella foschia
Ottonata della tromba. Interferirono con il luogo,
Il
tempo, la gente, le vite, e quindi con il letto. Morirono
Quando quello morì. Ma era morto già da tempo. Morì
Prima che quelli lo fecero. Non lo sapevano. La Razza,
Il
Potere, il Commercio, la Flotta, un centinaio di reggimenti,
Posticiparono quel calcolo finale con orgoglio,
Il
che fu costoso. Stimandone i costi,
Saccheggiamo la morale col potere che persero.
Ci
rovinarono. Conquistarono continenti.
Noi riempimmo le loro uniformi. Salpammo per i mari.
Lavorammo nelle loro miniere e costruimmo le loro storie.
Voi lavorate, noi governiamo, dissero. Noi lavorammo; loro governarono.
Imbrogliarono sulle abitazioni. Tutti gli uomini furono imbrogliati.
E
ancora dura. Sarà così, per sempre.
Ascolta. Un apprendista fuori orario di lavoro suona
Dio salvi la Regina con un flauto edoardiano.
È,
ma non lo sa, nell’indigenza.
EMPIRES All the dead Imperia... they have gone / Taking their
atlases and grand pianos. / They could not leave geography alone.
/ They conquered with the thistle and the rose. / To our
forefathers it was right to raise / Their pretty flag at every
foreign dawn / Then lower it at sunset in a haze / Of bugle-brass.
They interfered with place, / Time, people, lives, and so to bed.
They died / When it died. It had died before. It died / Before
they did. They
did not know it. Race, / Power, Trade, Fleet, a hundred regiments,
/ Postponed that final reckoning with pride, / Which was expensive.
Counting up the cost / We plunder morals from the power they lost.
/ They ruined us. They conquered continents. / We filled their
uniforms. We cruised the seas. / We worked their mines and made
their histories. / You work, we rule, they said. We worked; they
ruled. / They fooled the tenements. All men were fooled. / It
still persists.
It will be so, always. / Listen. An
out-of-work apprentice plays / God Save the Queen on an Edwardian
flute. / He is, but does not know it, destitute.
(Da Barbarians)
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MUSICA LACUSTRE
Ascolto di Bach una registrazione
Che plasma su d’un lago la scansione.
Tra libellule e miscele del tramonto
Sugli occhi si sofferma un dolce canto
Fin quando sento vive le brughiere,
Massi dirocciati, conifere nere,
D’una notte estiva le sue divinità
Ciò che sento è quel che si vedrà.
E
non sono stanotte amministrato
Ma
mi sento con la vita trasferito
Oltre il regno del reale
In
un estremo personale,
Mentre nel polso un battito vivace
D’un altro sangue conteggia il totale.
Alberi tra nebbia in movimento
Decretano viste senza alcun discernimento;
Gli intelletti equorei tengono lezione
Sopra una verità ch’è fisica e corposa.
Non nutro nulla con le stelle,
Nulla con i minerali, mentre sciupo
Una manciata di patina in fermento
Al
modo della luce al cinereo vento.
LOCH
MUSIC I listen as recorded Bach / Restates the rhythms of a
loch. / Through blends of dusk and dragonflies / A music settles
on my eyes / Until I hear the living moors, / Sunk stones and
shadowed conifers, / And what I hear is what I see, / A summer
night’s divinity. / And I am not administered / Tonight, but feel
my life transferred / Beyond the realm of where I am / Into a
personal extreme, / As on my wrist, my eager pulse / Counts out
the blood of someone else. / Mist-moving trees proclaim a sense /
Of sight without intelligence; / The intellects of water teach / A
truth that’s physical and rich. / I nourish nothing with the
stars, / With minerals, as I disperse, / A scattering of quavered
wash / As light against the wind as ash.
(Da St Kilda’s Parliament)
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LA
SCULTURA CINETICA DI SANDRA
Un’artista costante, dedita
A
curve, forme, ombre piacevoli, all’impatto dei colori,
Noncurante di quali forme, quale rosso, quale blu,
Sprezzante del mediocre per ridicolizzare l’ancor più
Mediocre con sguardo leale, disinteressato.
Così Sandra le portò questo in regalo, e l’appese con del nastro:
tre gabbiani per un cielo bianco d’interni:
Un
pensiero d’un antico cameratismo artistico.
“Soffiaci su, Amore”. Quegli uccelli silenziosi volavano
D’intorno sopra le termiche correnti del mio soffio. Nella sua ultima
Notte, cercando di rimanere sveglio, vidi l’amore
Coronarsi di lacrime, d’uccelli in legno, del lume di candela.
Non si svegliò di nuovo. A conferma del nostro amore
Ogni gabbiano, ogni gabbiano, ogni gabbiano divenne
colomba.
SANDRA’S
MOBILE A constant artist, dedicated to / Curves, shapes, the
pleasant shades, the feel of colour, / She did not care what
shapes, what red, what blue, / Scorning the dull to ridicule the
duller / With a disinterested, loyal eye. / So Sandra brought her
this and taped it up – / Three seagulls from a white and indoor
sky – / A gift of old artistic comradeship. / ‘Blow on them,
Love.’ Those
silent birds winged round / On thermals of my breath.
On her
last night, / Trying to stay awake, I saw love crowned / In tears
and wooden birds and candlelight. / She did not wake again. To
prove our love / Each gull, each gull, each gull, turned into
dove.
(Da Elegies)
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MOLTO TEMPO FA
In
una casa che ho visitato in gioventù
Sbirciai attraverso una porta mezza aperta.
Un
vecchio cantava “Long Ago and Far Away”
A
un cavallo a dondolo, il nonno d’un amico
Il
cui primogenito s’era perso per il mare
Ormai da mezzo secolo
Su
una nave il cui nome non rammento.
Ogni volta che quel motivo triste è cantato o suonato
Sono di nuovo in quella casa, a quella stessa porta.
Una donna mi strattona per la manica. “Vieni via,”
Dice. “Lascialo solo.”
E
lui canta, ma non è più là.
Il
cavallo come il mare dondola.
L’oceano è ovunque
E
la stanza è vento e pioggia.
LONG
AGO In a house I visited when I was young / I looked in
through a partly opened door. / An old man sang ‘Long Ago and Far
Away’ / To a rocking-horse, a friend’s grandfather / Whose
first-born son was lost at sea / Half-a-century before / In a ship
whose name I have forgotten. // Whenever that sad song is played
or sung / I’m in that house again, by that same door. / A woman
tugs my sleeve. ‘Come away,’ / She says. ‘Leave him alone.’ / He
sings, but he’s no longer there. / The rocking-horse is rocking
like the sea. / Ocean is everywhere / And the room is wind and
rain.
(Da Dante’s Drum-kit)
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L’ANELLO DI PUSHKIN
Portava con sé un anello-talismano d’oro recante un’iscrizione
cabbalistica in ebraico, che la Contessa Verontsova un giorno gli
aveva infilato al dito dopo aver fatto all’amore su una spiaggia
del Mar Nero. Pushkin portò l’anello per tutta la vita. Fu rimosso
dai suoi amici dopo essere stato ucciso in duello tredici anni
dopo, e sopravvisse fino al 1917 quando uno sciacallo sconosciuto
lo sottrasse dal Museo Pushkin di Mosca durante i primi mesi della
Rivoluzione.
Neil Ascherson, Black Sea, p. 145
Tale è la storia dell’oro, un anello
Sembra sia un’inezia nel bramoso archivio.
Immaginate i sorrisi addolorati dei suoi amici
Quando glielo strattonarono dalla nocca
O
l’osservarono alla luce d’una lampada o d’una finestra,
Sbirciando a occhi semichiusi i segni augurali e protettivi
Che non lo salvarono dal colpo di pistola
Mirato dal Barone vanitoso. Alloggiata
Nella pancia di Pushkin, la pallottola gli lasciò del tempo
Per pensare e per morire, mentre ricordava Onegin
E
Lensky nella neve, la poesia
Che predica e si nutre di futuro dolore.
Ma
è una splendida storia, non credete? –
Il
poeta reale e il fittizio uccisi
Da
una pallottola letteraria, onomatopeica;
L’anello dentro la teca in vetro, che amanti, dotti,
Lettori rimirarono, aneddoti da sovrintendenti;
Un
poeta viaggiatore che fissa instancabile
Ciò che commemorava l’amore balneare di Pushkin
E
visse contro la sua pelle come una donna.
Strano, quindi, che uno così amato dalla gente
Debba veder sciacallato il suo fantasma, eppure la profanazione
Conta poco nell’eternità, sebbene
Non riesco ad evitare di pensare al suo movimento
Attraverso la storia, come quei compiti da scuola elementare –
“Le avventure di un penny”, “Il ditale perduto”.
Nel mio il penny andò dal borsellino alla tasca,
Dalla tasca al borsellino, dal Duca allo spazzino
E
in giro in ogni dove fin quando si trovò
Un
mendicante sul Jamaica Bridge, e gli salvò
La
vita comperandogli un tozzo di pane.
L’anello di Pushkin, pure, potrebbe essere stato una manna
Per qualcuno con una famiglia sull’orlo dell’inedia
O
il suo furto commissionato da un esperto
Che bramava di portare l’anello che portava il poeta.
Dato in pegno, offerto di porta in porta, o smerciato in nero,
Si
sarebbe potuto muovere nel commercio della rivoluzione,
Trovando collocazione sul dito d’un raffinato ebreo a cui piaceva
L’iscrizione ebraica, forse, e a quel tempo
In
Lodz, o Riga, o Kiev, rimosso
Quando se ne stava in fila con gli altri dentro il campo
O
al lato d’un canale in una radura della foresta,
Rubato, o infilato con gli altri in un lungo filo,
Annusato, fuso in lingotti, mattoni di morte d’oro
Alloggiati nelle volte segrete della Svizzera
O
negoziati tra Dio-sa-chi
In
mezzo ad auto parcheggiate sopra un’oscura strada alpina,
Un
rendezvous cupamente europeo
Dove una storia malvagia si converte al contante.
Ci
potrebbero essere molte altre fantasie
Inventate per descrivere ciò che accadde
All’anello di Pushkin – perché tali cose accadono, non spesso,
Come disse Gogol, ma di fatto accadono.
Di
tanto in tanto, le risposte sono vergognose.
Ciò che immaginate potrebbe essere vero! Supponete
Che trovò il modo di giungere fino a Boris Pasternak,
O
Anna Ahkmatova, o Marina Tsvetaeva,
O
Osip Mandel’shtam. Supponete si trovasse
Al
dito di Mandel’shtam quando lui morì,
E
nessuno ci fece caso, nessuno lo sfilò.
Supponete sia da qualche parte vicino Vladivostok
Per terra, attorno all’osso del dito d’un poeta.
Supponete che Joseph Brodsky l’abbia trovato a New York.
Supponete che l’abbia io. Supponete lo porti io
Proprio adesso. Sarebbe appropriato,
Avendo perso un altro anello, avendolo perso
A
causa della poesia, essendo a lei sposato.
Pushkin avrebbe compreso. Era un tipo a posto.
Avrebbe compreso il dolore, la fame,
La
passione, la crudeltà, l’angoscia insita in questo.
Per quanto lui viene ricordato, perdonerebbe
Il
Giuda della posterità. Capirebbe lo scherzo.
PUSHKIN’S
RING
He took
with him a gold talisman-ring with a cabbalistic Hebrew
inscription, which Countess Verontsova had slipped onto his finger
one day after they had made love on a Black Sea beach. Pushkin
wore the ring for the rest of his life. It was removed by friends
after his death thirteen years later in a duel, and survived until
1917 when an unknown looter took it from the Pushkin Museum in
Moscow in the early months of the revolution. Neal Ascherson,
Black Sea, p. 145
Such is
the history of gold, one ring / Appears a trifle in the greedy
archive. / Imagine his friends’ sorrowful smiles / When they
tugged it over the knuckle / Or held it to a lamp or window,
squinting / To read the lucky and protective marks / Which didn’t
save him from the pistol shot / Aimed by the foppish Baron. Lodged
in / Pushkin’s belly, the bullet left him time / To think and die,
remembering Onegin / And Lensky in the snow, how poetry /
Foretells and feeds on future sorrow. / But it’s a splendid story,
is it not? – / The real and the fictitious poet shot / By a
literary, echoic bullet; / The glass-cased ring, which lovers,
scholars, /
Readers,
peered at, curators’ anecdotes; / A travelling poet staring hard
at what / Commemorated Pushkin’s seaside love / And lived against
his skin like a woman. / Odd, then, that one loved by the people
should / Find his ghost looted, but the desecration / Means little
in eternity, although / I can’t help thinking of its movement
through / History, like those primary school essays – /
‘Adventures of a Penny’, ‘The Lost Thimble’. / In mine the penny
went from purse to pocket, / Pocket to purse, from Duke to
roadsweeper / And all round everywhere until it found / A beggar
on Jamaica Bridge, whose life / It saved by buying him a piece of
bread. / Pushkin’s ring, too, could have been a godsend / To
someone with a starving family / Or its theft commissioned by a
connoisseur / Who craved to wear the ring the poet wore. / Pawned,
hawked, or touted, it could have moved through / Revolutionary
commerce, finding its home / On a tasteful Jewish man’s finger,
who liked / Its Hebrew inscription, perhaps, by now, / In Lodz, or
Riga, or Kiev, removed / When lining up with others in a camp / Or at a
ditch-side in a forest clearing, / Thieved, or threaded on a long
string with others, / Smelted, made into bullion, gold
death-bricks / Lodged in the secret vaults of Switzerland / Or
transacted between God-knows-who / Among parked cars on a dark
Alpine road, / A grimly European rendezvous / Where wicked history
converts to cash. / There could be many other fantasies / Invented
to describe what happened to / Pushkin’s ring – for these things
happen, not often, / As Gogol said, but it’s a fact, they do. /
From time to time, the answers are outrageous. / What you imagine
could be true! Suppose / It found its way to Boris Pasternak, / Or
Anna Ahkmatova, Marina Tsvetaeva, / Or Osip Mandel’shtam. Suppose
it was / On Mandel’shtam’s finger when he died, / And no one
noticed, no one took it off. / Suppose it’s somewhere near
Vladivostok / In the ground, around a poet’s bone digit. / Suppose
Joseph Brodsky found it in New York. / Suppose I have it. Suppose
I’m wearing it / Right now. For that would be appropriate, /
Having lost another ring, having lost it / Because of poetry,
being married to it. /
Pushkin
would understand. He was a good bloke. / He would have understood
the pain, hunger, / Passion, cruelty, anguish, in all of it. / As
long as he’s remembered, he’d forgive / Posterity’s Judas. He’d
see the joke.
(Da The
Year’s Afternoon) |