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Smerilliana
Semestrale di civiltà poetiche

 
 
     
   
       

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Poeti Stranieri

GUY GOFFETTE

 Un po' d'oro nel fango

da La vita promessa

 Traduzione dal francese e cura di Danni Antonello

Guy Goffette è nato nel 1947 a Jamoigne, nella Lorena belga. L’infanzia di vagabondaggi nelle colline è seguita da lunghi anni di internamento in una istituzione religiosa, che stimolano il suo bisogno di libertà. Nel 1969, sposandosi, costruisce casa e famiglia, e comincia ad insegnare (Éloge pour une cuisine de province). Nel 1980, fonda con alcuni amici, come lui trafficanti in nuvole, la rivista di poesia “Triangle”, e tre anni dopo, i quaderni de “L’apprentypographe”, da lui realizzati e stampati a mano. Forse troppo impegnativa, questa avventura lascia nel 1987 spazio a nuovi viaggi – Yugoslavia, Québec e Romania tra gli altri – che nutriranno l’opera in corso. Con l’interrompersi dei primi legami, cresce la malinconia di cui La vie promise rappresenta l’eco poetica. Già libraio d’occasione, ha finito per smettere. Lo si vede a volte a Saint-Omer, Limoges, Charleville. Sembra dalle ultime nuove che viva a Parigi, traghettatore di libri in partenza. Membro del comitato di lettura delle edizioni Gallimard, dirige la collezione “Enfance en poésie”.
Nel 2001 ha ottenuto il “Grand Prix de Poésie de l’Académie française” per l’insieme della sua opera. Le sue opere principali sono: Solo d’ombres, poesie, Ipomée, 1983; Éloge pour une cuisine de province, poesie, Champ Vallon, 1988 (Premio Mallarmé [ristampato da Gallimard, seguito da La vie promise]); La vie promise, poesie, Gallimard, 1991; Le pêcheur d’eau, poesie, Gallimard, 1995; Verlaine d’ardoise et de pluie, récit, Gallimard, 1996; Elle, par bonheur, et toujours nue, récit, Gallimard, 1996 (sul pittore Bonnard); Partance et autres lieux, récits, Gallimard, 2000 (Premio Valery Larbaud); Un manteau de fortune, poesie, Gallimard, 2001; Un été autour du cou, romanzo, Gallimard, 2001.

 

Nota introduttiva

O natura, o natura,
perché non rendi poi
quel che prometti allor?
Giacomo Leopardi

È un lirico puro, Goffette, che scrive per istinto e senza gli intellettualistici filtri della retorica, che scrive così come vive, “possessed by the skies” come la straniera di Dylan Thomas, e, nello stesso tempo, visceralmente attaccato alla terra. È la poesia delle cose semplici, intrisa della filosofia che non si impara nei libri ma si elabora nella vita di tutti i giorni per riuscire ad affrontarli, questi giorni, passati in una tranquilla cucina di provincia seduti a fumare, in attesa, di un qualcosa che venga a placare l’implacabile sete che secca la lingua. Si consumano così i piccoli grandi drammi di un uomo come gli altri, che sogna, al di là delle colline, il mare. In ascolto delle onde lontane, del rubinetto che perde e di un disco di jazz che gira e gira ad accompagnare albe e tramonti. È la vita promessa che si nasconde dietro le colline, una sorta di paradiso perduto che la continua elegia dell’Éloge celebra in tutto quello che di bello e terribile ha in sé il desiderarlo. Sotto il segno della nostalgia per l’infanzia perduta si può collocare l’intera opera di Goffette. Così come Leopardi (a cui sono dedicate insieme a Saba e Pavese alcune delle dilectures) si scagliava contro la natura matrigna, colpevole di non aver mantenuto le sue promesse, il poeta belga chiede il perché del tradimento che costringe l’adulto di oggi a rimpiangere la giovinezza delle speranze disattese.
Unico rimedio in grado di arginare l’amaro risveglio nel giorno della mancanza sembra essere proprio la coscienza che quella mancanza è in grado di guardarla negli occhi: “[…] la beauté, c’est que tout / va disparaître et que, le sachant, / tout n’en continue pas moins de flâner.”
Nomade sobillatore di dubbi e rivolte, il poeta lirico non sa domare la propria intelligenza; l’emotività lo prenderà prima, magari proprio a lavoro ultimato, a sistema quasi concluso, verrà per rigettarlo in strada, intralcio ai suoi piedi e pur sempre in cammino, lungo il suo fiume adorato in cammino ed assetato, ma impedito a bere, solo il miraggio della soddisfazione è permesso a colui che ha visto e continua a vedere troppo, non il suo appagamento.
“Et te voici devenu fleuve / à force d’aimer / l’image de ta soif”1. All’ego tumore, che in sé ha voluto fondere ogni miseria umana, che ad ogni uomo vorrebbe dare la speranza che lui non può avere, che illude il mondo cosciente della sua incoscienza, a quest’ego nulla è dovuto se non la propria fanatica scelta, e perciò in quella e in quella soltanto resterà invischiato, a nuotare da fermo, “on ne part pas”2, il viandante è diventato come l’acqua del fiume che ha sempre seguito, immobile, direbbe il filosofo. Ma filosofo il poeta lirico non è, è sangue cattivo il suo e pulsa troppo, randagio e senza ordine. Proprio questo sangue, condanna e per crudele pietà della terra forzata espiazione, sarà la causa scatenante la metamorfosi: il pellegrino che costeggia il fiume e in esso specchia l’immagine della sua sete diventerà a sua volta acqua, per essere stato dell’acqua pescatore e in tale veste avere sofferto la propria impazienza salirà agli abissi del fondo marino, diventerà traghettatore di un altro più profondo fiume e potrà avvertire i passanti all’entrata di non varcare la soglia del rischio se sono essi delle anime timorose. In nome di una realtà concreta fatta di rocce, pesci e grappoli d’uva, fatta di amore e lotta, fatta di acqua che ancora si può bere, di figli da generare, di sangue senza tumore, in nome degli innominabili, sarà guardiano.

Danni Antonello

 

Note

1 Il celebre verso rimbaldiano è posto da Goffette in exergo alle prose di viaggio raccolte in Partance et autres lieux.
2 Poesia che chiude il volume Solo d’ombres.

 ***

Un po’ d’oro nel fango

I

Mi dicevo anche: vivere è altra cosa
da quest’oblio del tempo che passa,
non le stragi dell’amore e dell’usura –
dal mattino alla notte lo facciamo: 

fendere il mare, fendere il cielo, la terra,
volta per volta uccello, pesce, talpa, infine:
giocando a mescolare l’aria, l’acqua, i frutti
e la polvere; agendo come, bruciando per, 

andando verso, raccogliamo cosa? Il verme
nella mela, tra le messi il vento, tanto tutto
sempre ricade, tanto tutto ricomincia e niente
mai è uguale a quello che era, né meglio né peggio, 

e non cessa di ripetere: vivere è altra cosa.

II

La volta che ci si alza davvero,
dicendo sì dalla punta dei piedi alla cima
del cranio, sì a questo nuovo giorno gettato
nel cestino del tempo, è la volta che piove. 

Ah l’esatta fotografia dell’anima,
queste due parole che entrano negli occhi
come unghie nella carne: la pioggia.
Il sangue dell’erba è insopportabilmente verde 

ed in noi piove, in noi crolla poco a poco
una diga rotta, dietro al vetro
tra gli storti lembi dei vecchi rimorsi,
delle faticose attese: le ragioni 

del partire e del vestire il freddo.

III

Ancora, marciasse male il fuoco o filasse
la lampada un amaro miele potresti dire:
ho freddo, e così rubare il cuore al noce pelato,
quello del cavallo da soma che più non ha  

dove andare eppure va, da una parte
all’altra nella pioggia, come in casa
tu apri un libro, apri le porte, le richiudi:
terra bruciata, città aperta alla fame,  

distesa grida come sul tavolo i grappoli
di frutti rossi, vita estranea, inaccessibile
presente per chi oramai non sa
che calpestare dentro allo stesso solco 

l’argilla nera e pesante della stanchezza.

IV

Bisognerebbe forse stendere un velo,
lasciare l’intero corpo affondare nella fatica
e sciogliersi, nera stretta delle alghe,
gli intrecci dei pensieri, troncare netto 

con la propria morte, quello che è stato
e non è più, con quello che verrà, l’ineluttabile
marea di suoni e immagini di cui – si dice
gli annegati non si curino, lasciare il tempo 

battere come la pioggia sulla faccia
fino a quando tutto nella camera del morto
ridiventa polvere: svuotiamo i cassetti
e ripuliamo, dalla porta aperta intanto  

la luce in un istante si fa carne e trema.

V

Si dice: dopo la pioggia il sole,
il mare oltre la montagna, più in là
l’amore, e partire, partire. Domani,
quando, tutto sarà, avrà, quando. 

Le promesse dei morti se vivere è più
d’attendere, sperare. Ceneri sul fuoco
lo tengono vivo un poco, poi tace
sconsolato: scende la notte, 

l’alba si alza, un’estate è passata.
Dicono sia già l’ora i fumi del villaggio,
animali senza rabbia continuano intanto
ad ammassare l’oro del tempo, l’oro
 
dei nostri avidi occhi chiusi così in fretta.

VI

Hai finito per collocare il libro, lì in alto,
al suo giusto posto, il piccolo vano d’ombra
e oblio che ti ritorna come il tuo angolo di terra.
Anche tu ritorni, 

al tuo posto alla finestra, al tavolo,
al quadrato di neve ancora inviolato
che come la tua vita va in ogni senso
tra verbi e morti. 

Sai bene nessun segno guarisce dall’assenza,
come il merlo in caduta non può invertire
l’asse della terra, ma tu persisti, oh scriba,
ad assoldare gli angeli: 

un po’ d’oro nel fango, dite che la notte resti aperta.

VII

Se qualcosa d’altro ho fatto dal cercare
l’ho fatto come si scende da un pendio
o perché d’un tratto più non cantavano
gli uccelli. Quel buco nell’aria  

tra gli alberi né i miei occhi
né il mio fiato l’hanno colmato –
in mezzo all’erba piangevo spesso,
non aspettavo niente ma mi dicevo: 

ecco, sono al mondo, il cielo è azzurro,
nuvole le nuvole, cosa importa il grido
sordo delle mele sulla terra dura: la bellezza
è che tutto svanisce e che pur sapendolo 

non smette di giocare col tempo.

VIII

Verso Ovest, con gli ultimi raggi rosei,
ben seguendo la freccia sul raso terra troppo teso
della notte che si è chinata per mettere
l’aereo in tasca, ecco 

quel che ti tiene ancora, occhi al cielo,
sdraiato in questo parcheggio a sfilacciare
nel grigiore le tue vele di Colombo, le vie
della seta, del sale e della solitudine, in attesa. 

In attesa che tutto finisca (e dici tutto
come colui che fischia nel vicolo buio
per tenersi vicino l’ombra) tutto: il minimo
bacio del tramonto sulle labbra di lei 

che se ne va lasciandoti il binario.

IX

Quel che ho voluto lo ignoro. Un treno
fila nella sera: non sono né dentro
né fuori. Tutto avviene come se
abitassi un’ombra 

che la notte rigira come un lenzuolo
e getta ai piedi della scarpata. Al mattino,
liberare il corpo, un braccio dopo l’altro,
con il tempo che batte nel polso. 

Se lo porta un treno quel che ho voluto:
ogni finestra illumina in me
un altro passeggero, non quello
al cui risveglio scosto il viso 

di legno, le traversine, la morte.


Mi dicevo: bisogna, bisogna ancora –
e mi correvano davanti le parole,
a fiutare strada e cielo, le felci e la pancia
male abbottonata delle colline, 

poi ritornavano a portarmi un brandello
di pelle bruciata, un frammento d’osso:
sempre l’antica lancinante domanda
del perché qui, io, perché? 

Andare venire attendere, come
l’incaricato alle partenze apre e chiude
l’orizzonte, attendere l’ultimo viaggiatore
prima di rigirare la lavagna, di scrivere: 

chiuso per pigrizia.

 


I     Je me disais aussi: vivre est autre chose / que cet oubli du temps qui passe et des ravages / de l’amour, et de l’usure – ce que nous faisons / du matin à la nuit: fendre la mer, // fendre le ciel, la terre, tour à tour oiseau, / poisson, taupe, enfin: jouant à brasser l’air, / l’eau, les fruits, la poussière; agissant comme, / brûlant pour, marchant vers, récoltant // quoi? le ver dans la pomme, le vent dans les blés / puisque tout retombe toujours, puisque tout / recommence et rien n’est jamais pareil / à ce qui fut, ni pire ni meilleur, // qui ne cesse de répéter: vivre est autre chose.

II     Le temps qu’on se lève vraiment, qu’on dise / oui de la pointe des pieds jusqu’au sommet / du crâne, oui à ce jour neuf jeté / dans la corbeille du temps, il pleut. // Ô l’exacte photographie de l’âme, ces deux mots / qui nous rentrent les yeux comme des ongles / dans la chair: il pleut. Le sang de l’herbe / est vert insupportablement et c’est en nous // qu’il pleut, en nous qu’une digue rompue / voit s’effondrer peu à peu, derrière la vitre / et parmi les voilures, avec des pans de vieux / regrets, d’attentes fatiguées, // les raisons de partir et d’habiller le froid.

III     Encore, si le feu marchait mal, si la lampe / filait un miel amer, pourrais-tu dire: j’ai froid, / et voler le coeur du noyer chauve, celui / du cheval de labour qui n’a plus où aller // et qui va d’un bord à l’autre de la pluie / comme toi dans la maison, ouvrant un livre, / des portes, les repoussant: terre brûlée, ville / ouverte où la faim s’étale et crie // comme ces grappes de fruits rouges sur la table, / vie étrangère, inaccessible présent / à celui qui ne sait plus désormais / que piétiner dans le même sillon // la noire et lourde argile des fatigues.

IV     Peut-être faudrait-il tirer le rideau, laisser / le corps tout entier couler dans la fatigue / se dénouer l’entrelacs des pensées, la noire / étreinte des algues, trancher vif // avec ta propre mort, ce qui a été et qui n’est / plus, avec ce qui viendra, l’inéluctable / marée de sons et d’images que les noyés – dit-on / n’emportent pas, laisser le temps // comme la pluie battre ton front / jusqu’à ce que tout redevienne poussière / dans la chambre du mort: on vide les tiroirs, / on balaye et par la porte ouverte la lumière // un instant se fait chair et frissonne.

V     On dit: le soleil après la pluie, la mer / après la montagne, l’amour après / et partir, partir. Demain, quand tout sera, / quand tout aura, quand. // Promesses des morts si vivre est plus / qu’attendre, qu’espérer. Cendres jetées / sur le feu qui regimbe un peu puis se tait / sans consolation: la nuit // tombe, l’aube se lève, un été a passé. / Déjà, disent les fumées du hameau / tandis que des animaux sans colère continuent / d’amasser l’or du temps, l’or // de nos yeux avides et si vite fermés.

VI     Et tu finis par ranger le livre, là-haut, / à sa place exacte, ce petit creux d’ombre et d’oubli / comme le coin de terre qui te revient. / Tu reviens toi aussi // à ta place, devant la fenêtre, la table, / ce carré de neige que nul encore n’a forcé / et qui va dans tous les sens comme ta vie / parmi les mots, les morts. // Tu sais bien qu’aucun signe ne guérit de l’absence / pas plus que le merle en tombant ne renverse / l’axe de la terre, mais tu persistes, ô scribe, / à soudoyer les anges : // un peu d’or dans la boue, dites, que la nuit reste ouverte.

VII     Si j’ai cherché – ai-je rien fait d’autre ? –  / ce fut comme on descend une rue en pente / ou parce que tout à coup les oiseaux / ne chantaient plus. Ce trou dans l’air, // entre les arbres, mon souffle ni mes yeux / ne l’ont comblé – et je criais souvent / au milieu des herbes, mais je n’attendais / rien, je me disais: voilà, // je suis au monde, le ciel est bleu, nuages / les nuages et qu’importe le cri sourd des pommes / sur la terre dure: la beauté, c’est que tout / va disparaître et que, le sachant, // tout n’en continue pas moins de flâner.

VIII     Vers l’ouest, avec les derniers rayons roses, / en suivant bien la flèche sur le bas trop tendu / de la nuit qui s’est penchée pour mettre / l’avion dans sa poche, voilà // ce qui te tient encore, les yeux au ciel, debout / sur ce parking où tu effiles dans le gris / tes voiles de Colomb, tes routes de la soie / et du sel et du seul, en attendant. // En attendant que tout finisse (tu dis tout / comme celui qui siffle pour garder son ombre / à ses côtés dans la ruelle obscure) tout: ce baiser / – à peine – du couchant sur les lèvres // de celle qui s’en va en te laissant le quai.

IX     Ce que j’ai voulu, je l’ignore. Un train / file dans le soir: je ne suis ni dedans / ni dehors. Tout se passe comme si / je logeais dans une ombre // que la nuit roule comme un drap / et jette au pied du talus. Au matin, / dégager le corps, un bras puis l’autre / avec le temps au poignet // qui bat. Ce que j’ai voulu, un train / l’emporte: chaque fenêtre éclaire / un autre passager en moi  / que celui dont j’écarte au réveil // le visage de bois, les traverses, la mort.

X     Je me disais: il faut encore, il faut – / et les mots couraient devant moi, reniflaient / la route, le ciel, les fougères, le ventre  / mal boutonné des collines // puis revenaient, me rapportant un bout de peau / calcinée, un fragment d’os: cette vieille / et toujours lancinante question / du pourquoi ici, moi, pourquoi? // – aller venir attendre comme le préposé / aux départs, qui ouvre et ferme l’horizon, / attendre l’ultime voyageur / avant de retourner l’ardoise, d’écrire: //  fermé pour cause de paresse.

 
 
       
   
 
 

 

 

     

 

 

 

 

 

 

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