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Smerilliana
Semestrale di civiltà poetiche

 
 
     
   
       

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La Conversazione

Conversazione con Kenneth White

A cura di Jenny Basconi, Maria Rita Giovannelli e Silvia Mondino 

Kenneth White, nato a Glasgow nel 1936, ha studiato presso le università di Glasgow, Monaco e Parigi. Dopo aver pubblicato i suoi primi libri di poesia a Londra nei primi anni ’60, ha iniziato a viaggiare estensivamente, fermandosi sui Pirenei francesi e osservando un silenzio editoriale di otto anni. Ha ripreso a pubblicare in francese nella seconda metà degli anni ‘70, e in inglese solo di recente. Ha insegnato presso le università di Pau e di Parigi-VII, ricoprendo poi la Cattedra di Poetica del XX secolo presso la Sorbona di Parigi.
   Considerato uno degli intellettuali più prolifici e più interessanti del panorama letterario contemporaneo, White è autore di libri di poesia, narrativa e saggistica, tra cui ricordiamo: Mahamudra, le grand geste (1979), La route bleue (1983), L’Esprit nomade (1987), Handbook for the Diamond Country (1990), Le Plateau de l’Albatros (1994), On Scottish Ground: Selected Essays (1998), Limites et marges (2000), House of Tides (2000). Nel 1989 ha fondato L’Istituto Internazionale di Geopoetica.  

Thoreau ha scritto: “Come vivere? Come prendere il massimo dalla vita? È questa la mia occupazione giornaliera.” Lei si è mai posto la stessa domanda? E se sì, quando?
Sì, effettivamente mi sono posto la stessa domanda. Ho iniziato a chiedermi cose come queste quando avevo quindici o sedici anni. Tutto è cominciato in un paesetto sulla costa ovest della Scozia, in una piccola comunità, dove conoscevo tutti… Sapevo come funzionava il gruppo, come funzionava quel contesto sociale. Ma ero sempre più insoddisfatto di quell’ambiente, mi sembrava che mancasse qualcosa. Così, ho iniziato a guardarmi intorno, per vedere dove potevo trovare più vita, se non il massimo della vita, almeno più vita. Ho lasciato quel contesto sociale per un contesto più ampio: l’ambiente naturale. Qui non avevo nessun linguaggio, non avevo un linguaggio per ciò che mi stava accadendo. Di notte, nella foresta, ascoltavo gli uccelli, i gufi, e un brivido mi correva lungo la schiena. Pensavo: “Come posso esprimere tutto ciò?” Mi ci è voluto del tempo per trovare un linguaggio appropriato per la sensazione di spazio, di movimento, di contatto con qualcosa che non era umano. Penso che una delle maniere per “aumentare” la vita sia quella di stare a contatto con il non umano. La vera estensione, l’ulteriore espansione, viene da lì. Per prendere il massimo, devi fare in modo che la tua vita proceda per cerchi concentrici. Posso essere una persona sociale, associarmi agli altri, ma allo stesso tempo, in un altro àmbito, posso stare in un contesto non umano, e poi in un contesto cosmico. Credo che per una vita piena ci sia bisogno di tutto questo.
A mio avviso ne è cosciente ogni cultura veramente radicata che sia durata nel tempo e che abbia fatto in modo che le persone vivessero “di più”. La nostra cultura non ha permesso questo. Restiamo confinati all’interno di un contesto umano che è sempre più congestionato, sempre più asfissiato, sempre più mortale. Si uccidono le altre specie e il mondo non umano. Ma senza un mondo non umano attorno, quel contesto sociale è morto. Ed infatti viviamo in una civiltà che non ha una cultura che incrementa la vita.  

Vorrei spostarmi ora alla poesia, al linguaggio che usa nelle sue poesie, e in particolare in A short introduction to White Poetics. Descrivendo le anatre, lei praticamente abbandona il linguaggio poetico per utilizzare un linguaggio scientifico, ornitologico: questo vuol forse dire che a volte la scienza può essere più “poetica” della poesia?
Direi di sì. Leggo più libri di geologia, botanica e oceanologia di quanto legga romanzi, per esempio, o libri di poesia. Questo perché molta poesia, o è legata a quelle dimensioni mentali e ideologiche che ho già menzionato o, nel caso contrario, è introversione: io e io e io e i miei problemi, e i miei fantasmi. La scienza, invece, pur avendo anch’essa aspetti sinistri e spaventosi, almeno è un tentativo di vedere ciò che accade nel mondo. Quando Aristotele fu riscoperto, durante il Rinascimento, ciò ebbe come conseguenza un nuovo interesse per la natura, che non era stata molto osservata. Durante il Medioevo, la tendenza, a parte alcuni generi di poesia celtica, era di vedere in ogni fiore una specie di gioiello: una rosa era un rubino, ogni fiore blu era un lapislazzulo. Quando invece il lavoro di Aristotele venne reintrodotto, la natura cominció a essere vista in termini di forze e forme. Quindi la mia preferenza va alla scienza, in questo senso. Eppure, quando la scienza diventa una sorta di linguaggio onnipotente e a sé stante, quasi un’ideologia, allora non sono d’accordo. Ho seguito un programma televisivo proprio due o tre mesi fa. C’erano quattro o cinque scienziati, casualmente erano americani ma avrebbero potuto essere scozzesi o francesi o italiani, e dicevano che la terra diventerà presto un immondezzaio, totalmente inquinata. Ma per loro non era un problema, in quanto saremo in grado di andare su altri pianeti. In alcuni pianeti sarebbe bene per gli esseri umani essere alti due metri e mezzo, e molto magri; in altri pianeti sarebbe meglio essere piccoli 90 centimetri, e rotondi. Ma nessun problema: una piccola manipolazione genetica, e nessun problema. All’inizio ho pensato: fanno gli spiritosi. Questo dev’essere umorismo macabro, umorismo nero. Ma non lo era. Erano mortalmente serii. Be’, lasciamoli pure andare ai loro altri mondi. Per quanto mi riguarda, sono una creatura terrestre. Non voglio indossare un costume da carnevale e andare su Marte. Cosa potrebbero fare poi, arrivati lassù? Piantare una stupida bandiera e cantare una stupida canzone? E in qualche anno potrebbero cominciare a costruire degli hotel su Marte… Odio questo genere di scienza ; ma, se da un libro di botanica o geologia posso avere la percezione reale di ciò che succede all’interno di una catena montuosa, allora questo mi interessa, perché posso vedere cose che non sarei in grado di vedere altrimenti. Se dicessi solo, “Ah, bellissimo!”, o l’equivalente “Sono qui a cantare le montagne”, non andrei molto lontano. Mentre, se posso dire, per esempio, “Qui c’e uno strato di roccia…”, e posso riconoscere tutte le forme e le forze, così è diverso, così c’è movimento. Questo è ciò che cerco di mettere nelle mie poesie. Ecco perché parlo di una grammatica del granito, ad esempio… 

Sin dalla prima lettura della sua poesia ho avuto l’impressione che il silenzio abbia giocato un ruolo molto importante nel suo lavoro, che è quasi un elemento costitutivo: è così? E se sì, in che senso?
Sì, penso che il silenzio sia un fattore importante per me. Ci sono probabilmente due fattori fondamentali: lo spazio e il silenzio. Penso che se si voglia dire qualcosa di significativo, qualcosa di radicale, allora la sua base deve essere il silenzio: il silenzio della meditazione, il silenzio della contemplazione, il silenzio del pensiero. L’altro è lo spazio: la sensazione dello spazio e la sensazione del movimento attraverso lo spazio. Lo spazio e il silenzio stanno diventando le cose più rare nella nostra civiltà, e sono probabilmente quelle più essenziali per qualsiasi forma di sviluppo. 

Ciò che volevo dire è che il silenzio è quasi ciò che risulta dalla lettura della sua poesia…
Sono felice di sentirglielo dire, perché, vede, quando si legge un vero testo, un vero testo poetico, l’impressione, il risultato della lettura dovrebbe essere una sorta di silenzio ricco e pieno, e poi, in quel silenzio, il guardarsi intorno e vedere il mondo in un nuova luce. Ed è proprio di ciò che si tratta. 

Vorrei sapere di più sul suo uso delle citazioni, poiché se ne ravvisano molte sia nella sua opera in prosa che in poesia e in particolare in Walking the Coast. Ho letto in un’intervista che è interessato a trovare nei vecchi testi i momenti in cui questi si aprono a una nuova dimensione: cosa intende esattamente con “nuova dimensione”?
Be’, direi che la cultura e, a posteriori, la poesia, si è basata su diverse cose nel corso della civiltà umana. Si è basata sulla mitologia, sulla metafisica, sulla religione e, fino a tempi recenti, sulla storia. Io cerco di superare queste dimensioni e di entrare in una dimensione che non ha nome, ma che chiamo dimensione “geopoetica”. Dante, per esempio, ha scritto un grande poema, il grande poema religioso, che parla del paradiso e dell’inferno. Quello che io cerco è la forma geopoetica, che parli di un nuovo modo di vivere sulla terra. Lungo tutta la storia della cultura e della civiltà ci si può imbattere in momenti in cui, e questo è valido anche per le persone che hanno radici ben solide nella mitologia, nella religione, ecc., si ha una rottura (apertura); è a questi momenti di apertura che sono interessato. Cito questi momenti perché… be’, probabilmente perché mi piace quando qualcosa è ben detto, ma c’è anche l’idea di giungere a qualcosa che va oltre la mia persona. Cerco di mostrare che altre persone si sono interessate a questo, in un momento o nell’altro, anche se solo temporaneamente e in modo frammentario. 

Mentre la maggior parte delle sue opere è scritta o tradotta in inglese, questo non accade per gran parte dei suoi saggi. Vorrei sapere se questa scelta è dovuta all’ambiente letterario che ha trovato in Francia o se invece dipende da una necessità espressiva, come succedeva, ad esempio, a Samuel Beckett, che prima scriveva in francese e solo dopo si traduceva in inglese. O è forse perché preferisce trasmettere la parte teorica della sua opera letteraria in francese?
Ho cominciato con lo scrivere solo poesia, poi ho sentito la necessità di inserirvi ulteriori elementi. Per questo motivo ho cominciato a scrivere libri in prosa narrativa e solo successivamente ho sentito che volevo scrivere saggistica… Sentivo di fare delle cose in poesia che non rientravano nei canoni della poesia istituzionale e che le mie cose in prosa non rientravano nel contesto propriamente narrativo. Attraverso i miei saggi ho cercato prima di tutto di vedere chiaramente in me stesso, cosa stessi facendo esattamente, e ho iniziato a definire una sorta di mappa. Concepisco i saggi come una sorta di cartografia, i libri in prosa come movimenti in questa cartografia, e le poesie come momenti del movimento. Ho cominciato a scrivere i saggi usando il francese per due motivi: innanzitutto mi trovavo fuori dal contesto britannico, che avevo rifiutato. Ero nel contesto francese ed era semplicemente naturale per me scrivere queste cose in francese. Anche se mi fossi trovato in quel momento all’interno del contesto britannico non vedevo spazio per il tipo di saggi che scrivevo. Esiste una saggistica di lingua inglese, ma questa tende ad essere o letteraria o propriamente critica o filosofia accademica. Il tipo di saggi a cui miro (un saggio per me è “pensiero veloce”) semplicemente non esisteva nel contesto inglese. Solo negli ultimi due anni sono stato in grado di pubblicare i miei saggi all’interno del contesto britannico. Un’altra ragione è linguistica: sono praticamente bilingue, ma non mi verrebbe mai in mente di scrivere poesia o prosa in francese. Perché? Il francese per me è una sorta di strumento mentre l’inglese non è una lingua che uso, io vivo l’inglese. Amo molto usare il francese per l’espressione del pensiero. Non sto dicendo che il francese non è una lingua poetica, ma che la uso per esprimere le idee. Comunque, questo ha avuto un’incidenza anche sul mio modo di esprimere i miei pensieri in inglese. Ogni volta che mi trovo nel contesto inglese – che di solito è la Scozia piuttosto che l’Inghilterra – le persone mi dicono: “il tuo pensiero è così chiaro!”, mentre è un dato di fatto che il pensiero inglese tende ad essere un po’ confuso, un po’ mellifluo e assai ripetitivo. Si pensi ad uno scrittore come D.H. Lawrence: è uno dei più energici scrittori nel panorama della letteratura inglese moderna eppure si fa fatica a leggerlo. Persino quando Lawrence dice cose interessanti, le ripete tante di quelle volte che gli argomenti sembrano muoversi in cerchi concentrici all’infinito.

Mi muovo tra queste due lingue: con l’inglese nella destra e il francese nella sinistra. Così facendo sento che mi sto muovendo verso un nuovo tipo di lingua.
I suoi libri in prosa non sono romanzi, non sono, a dire il vero, neanche racconti di viaggio. Si tratta di una sorta di pellegrinaggio intellettuale nel quale lei unisce l’esplorazione geografica con quella mentale. Lei li ha definiti way-books, transcendental travelogues, livres de la voie… Potrebbe spiegarci che cosa intende esattamente con il termine way-books?
Ritenevo di dover inventare un termine per il tipo di scrittura che per me diventava sempre più interessante. Quando ho incominciato a scrivere libri come questi, libri come Incandescent Limbo, i critici non sapevano come classificarli e così dicevano: “Quel poeta scrive romanzi senza limitazioni, senza trama.” Non sono interessato alla trama o all’intrigo e neppure alla scrittura di viaggio pura e semplice, che spesso è così tanto superficiale. Ecco perché ho incominciato ad utilizzare il termine way-book, livre-itineraire in francese, Wegbuch in tedesco. In italiano non so come si potrebbe dire, libro-itinerario forse, o qualcosa del genere, ma sono sicuro che ci sarebbe un bella espressione.
Questi way-books di solito iniziano in aree congestionate per poi uscirne… è un viaggio che implica la percezione, l’intelletto, e spesso il recupero, la riscoperta di culture di cui l’“autostrada” della civiltà non ha tenuto conto. Ci sono diverse cose che accadono allo stesso momento e proseguono in una maniera molto tranquilla… Ad esempio, se sulla costa nord del San Lorenzo, viaggiamo insieme in macchina, o andiamo al bar, improvvisamente Wittgenstein può fare la sua apparizione nel contesto, e poi scomparire. Così ci sono molte cose che accadono allo stesso tempo, e tutto questo crea una sintesi. Mentre si prosegue, mentre il percorso continua, questa sintesi si fa gradualmente sempre più raffinata, fino a quando ci si trova in uno spazio dove si raggiunge un senso di completezza, un senso di presenza aperta sulla terra. 

Lei considera Travels in the Drifting Dawn il primo dei suoi way-books. Nella prefazione afferma che è quello che ha dato inizio al suo movimento verso l’esterno. Perché? Che cosa è accaduto da quel momento in poi?
Travels in the Drifting Dawn è probabilmente il primo libro che si può propriamente definire un way-book. Dal punto di vista geografico, il primo spazio che volevo esplorare era l’Europa. Il libro, infatti, va grosso modo dall’Irlanda al Nord dell’Africa, dalla Germania alla Spagna. In seguito avevo in mente l’Asia (l’Asia è una sorta di continuazione dell’Europa, l’Europa è un promontorio dell’Asia), poi l’America. Sentivo che dovevo conoscere il background dell’Europa, che era l’Asia, e successivamente, una volta in Asia, attraverso lo stretto di Bering arrivare in America. È il concetto dell’Euramerasia, il viaggio completo. Non è un movimento casuale, è una logica più profonda. 

Ha mai avuto il desiderio di visitare o scrivere sull’Africa o il Sud America?
Non sono mai stato in Sud America e non conosco l’Africa, a parte il Nord Africa. Perché? Uno dei motivi potrebbe essere che Europa, Asia e Nord America sono già tanto. Forse sento di avere spazio e materiale a sufficienza per trasmettere un senso di mondo. Confido nella fortuna o in qualche opportunità perché l’Africa e il Sud America compaiano nella mia cartografia. Di solito attendo un segno. 

In The Blue Road c’è un’immagine molto bella. Lei scrive: “Mentre mi aggiro in questo luogo, immagino una compagnia di individui, come uno stormo di oche selvatiche, radunatisi da tutte le parti del mondo, che formano un arcipelago di spiriti vivi. Non tanto artisti, quanto esploratori dell’essere e del nulla. Erratici e stravaganti, alla ricerca di configurazioni nuove, al di fuori del campo della cultura ordinaria. Nuove energie mentali, aria fresca che soffia sul mondo.” È questo l’obiettivo generale del suo lavoro? Formare menti nuove, creare arcipelaghi?
Certo, è così che vedo le cose. Non mi interessa la “storia della letteratura scozzese dal 1815 al 1990” o il “contesto nazionale”. Non mi sento legato alla situazione contemporanea. Una delle cose più straordinarie per noi individui alla fine del XX e all’inizio del XXI secolo è la possibilità di accedere di fatto a tutte le culture del mondo. Abbiamo una quantità incredibile di spazio e tempo, se solo sappiamo utilizzarli.
Ho la tendenza a cercare, attraverso lo spazio e il tempo, isole posizionate qua le là, isole di grande intelligenza o di sensibilità acuta, che possono trovarsi in spazi geografici o culturali diversi e, attraverso queste, “un arcipelago di menti vive”. L’unico modo per poter cambiare la società o, almeno, per essere in grado di sopravvivere, sopravvivere in maniera raggiante, nel nostro contesto, è da individuo a individuo. Non credo più nelle rivoluzioni di massa… non scrivo per un pubblico o per la massa, scrivo per gli individui. Più individui ci sono, meglio è; individui a contatto con altri individui. È l’unica maniera di poter veder cambiare le cose. 

Ho letto i suoi libri con grande piacere. Mi piace molto come scrive, la sua è una scrittura fresca, delicata e intensa allo stesso tempo. Mi sento profondamente coinvolta negli eventi. Tuttavia, ho letto che ha impiegato dodici anni per scrivere Incandescent Limbo. È stato così anche per gli altri libri? Come scrive un way-book?
In questo caso parliamo dei libri in prosa, che non sono in realtà né romanzi né diari di viaggio, ma qualcos’altro. Per definirli ho inventato questo termine way-book. Tuttavia, ripeto, non tutti i libri si possono classificare così. I way-books propriamente detti sono ad esempio The Blue Road e The Wild Swans. Libri come Letters from Gourgounel e House of Tides sono invece stay-books e trattano del vivere il più intensamente possibile in un luogo. Incandescent Limbo è una combinazione tra i due, in quanto è incentrato sulla permanenza in un luogo (Parigi), muovendosi molto nelle strade e nel pensiero. Ciò che caratterizza tutti questi libri in modo generale è una dialettica di nomadismo e sedentarietà. Mi piace quell’antico detto asiatico “è per strada, ma non ha lasciato casa; è a casa, ma non ha lasciato la strada”. Mi muovo per vivere meglio in un luogo. Vivo in un posto per potermi spostare in maniera concentrata. Con l’idea di un way-book nella mente, di solito inizio con lo studiare il territorio di cui mi occuperò. In primo luogo, la scelta del territorio stesso, un territorio che deve offrire diverse possibilità: per i sensi e per la mente verso la ricerca di qualcosa. Poi, devo sapere alcune cose. Per esempio, in The Wild Swans, il momento in cui i cigni arrivano dalla Siberia per trascorrere l’inverno nei laghi di Hokkaido. Una volta che quel territorio è preparato, molto è lasciato al caso. Parto di solito da una grande città (Montreal, Tokyo) dopo un’analisi veloce di uno stato di civiltà. Poi, una volta in strada, c’è l’incontro con le persone, il contatto col paesaggio, la raccolta di elementi da culture perdute, e molto pensiero aperto; tutto questo entra nel testo come un fulmine nel cielo, come onde sulla spiaggia. Alla fine è un grande spazio vuoto che emerge: il vento pieno di voci sull’altopiano del Labrador, le acque piatte del lago e il grido degli uccelli (apoteosi, apocalissi) su Hokkaido. Torno da questi viaggi con forse una dozzina di quaderni strapieni, oltre a piantine e altri materiali (libri, sassi…). Il tempo della composizione del libro varia considerevolmente. Incandescent Limbo è il libro che ha richiesto più tempo: provavo, confrontando un “pezzo” con un altro, cercavo un ordine. Letters from Gourgounel, invece, è stato scritto nell’arco di sei settimane, in uno stato di totale esaltazione.

Lei si considera un precursore di una cultura mondiale che va oltre qualsiasi nazionalismo e localismo. Oggi la globalizzazione è un dato di fatto e l’Europa, almeno dal punto di vista politico ed economico, va verso questa direzione. Che cosa ne pensa?
Viviamo in un mondo che da una parte è caratterizzato dalla globalizzazione massiccia, e dall’altra, in reazione a questa, da ogni genere di nazionalismo, ideologia dell’identità e localismo. Non mi associo a nessuna di queste due tendenze. Ritengo che sia necessario pensare in termini globali, in termini di mondo, ma non mi piace l’imposizione di un qualche monosistema, qualunque sia la sua origine. Allo stesso tempo sono per il locale, ma rifiuto tutte le definizioni restrittive del termine (sono per la località, ma contro il localismo). Penso in termini di quello che definisco “un mondo aperto”. Si può iniziare dal posto in cui si vive. Se si legge attentamente quel posto, se si arriva a conoscerlo bene, ci si rende conto che non è un’entità circoscritta: se seguiamo un qualsiasi ruscello, arriviamo al fiume, e il fiume ci conduce all’oceano; se leggiamo uno strato di roccia, questo ci porterà a formazioni geologiche che giacciono a grandi distanze; se guardiamo il cielo vedremo gli uccelli migratori che lo attraversano nel loro viaggio dall’Islanda all’Africa. In questa maniera il globale non si impone sul locale e il locale si apre sul globale. Nessun luogo è semplice e certamente non semplicistico. 

La natura è molto importante per tutta la sua opera, tanto che lei ha scritto: “non c’è cultura senza natura”. Anche se siamo perfettamente consapevoli del fatto che un profondo contatto con il mondo naturale è quello che ci mantiene in equilibrio, un elemento necessario per la nostra salute fisica e mentale, sembra che l’umanità non riesca a fermarsi e invertire la rotta. Dappertutto c’è inquinamento, siamo sempre più minacciati da continui disa- stri ambientali e molte delle zone più belle del mondo sono ormai irrimediabilmente danneggiate. Lei ha dichiarato: “serve una completa ri-educazione” In che modo? Lei crede che artisti e scrittori come lei abbiano un còmpito da svolgere?
Molto di più, e molto più profondamente, d’un compito da svolgere. Ecco, io vedo la mia attività come una vita da vivere, il che significa l’espansione delle possibilità. Vivo delle esperienze, le esprimo, non sono un militante, anche se posso militare, in alcune occasioni. Il rapporto con la natura è indispensabile; ecco la base del lavoro della mia vita. È quel rapporto che fornisce il legame più forte. Certo, sono d’accordo con lei che questa non è la base della nostra civiltà, che, al contrario, avendo poca o nessuna consapevolezza di questo rapporto, accumula l’inquinamento e distrugge quel grande campo. Ma una vita individuale può scegliere di non seguire la storia e conformarsi alla civiltà. Sono certamente un non-conformista in questo senso. E non solo, io elaboro un’altra forma. Il mio piacere è lì, e anche il mio senso della vita. Preferisco tenermi alto in questo contesto, e magari cadere, piuttosto che seguire semplicemente la tendenza. E, piuttosto che protestare semplicemente contro le altre tendenze, mi interessa piuttosto analizzare come sono nate. Ecco forse il perché ho incominciato a scrivere saggi e lavori critici. Inoltre ho sempre svolto un’attività di sperimentazione sociale, fondando gruppi o prendendo parte alle istituzioni, come l’università, per esempio. Tengo molte lezioni in giro per il mondo. Tutto questo può cambiare il vivere individuale – l’ho visto accadere più volte. Non so se l’intera civiltà possa cambiare – forse no. Ma non ho bisogno di quel tipo di ottimismo per andare avanti. Non ho neanche bisogno di speranza. È bene che ci sia almeno un segno, qui e là, di qualcos’altro. 

In The Blue Road, parlando di Indian House Lake, lei scrive: “abbiamo bisogno di luoghi dove possiamo ascoltare il mondo”. Ci ha condotto a Hokkaido e fino a Ungava, abbiamo visitato il paese pelagico. In questi anni lei ha continuato a viaggiare: ha trovato altri luoghi come questi? Ha sempre cercato luoghi con le stesse caratteristiche?
Sì, ho sempre cercato luoghi con le stesse caratteristiche fondamentali anche se apparentemente possono apparire molto diversi (vado a nord, a sud, a est e a ovest). Nonostante tutto – la sovrappopolazione e l’inquinamento esistono ancora. Molti dei manoscritti a cui sto lavorando ora trattano di luoghi nuovi. Non voglio elencarli o parlarne, voglio cercare di entrare in questi posti, raggiungerli, con la scrittura. Sto sempre sperimentando nuovi modi di scrivere, nuovi modi di espressione.
Mentre cerco posti nuovi, mi dedico a una lettura più profonda, ad una conoscenza più intensa, di luoghi che già “conosco”. C’è una piccola spiaggia vicino casa mia dove vado quasi ogni sera. È sempre diversa. Un giorno la marea dispone i sassi e le alghe in un certo modo. Qualche volta c’è un gruppo di gabbiani, qualche volta un cormorano o due, qualche volta un airone bianco solitario. L’altra notte ero laggiù mentre si avvicinava il crepuscolo, seduto sulla sabbia con le spalle appoggiate alla roccia. Si sentiva la marea, il sospiro del vento sull’erba della scogliera, e all’improvviso sono arrivate tre beccacce di mare, gridando e sfiorando la superficie dell’acqua. Pienezza totale. 

The Blue Road termina con una poesia scolpita sulla roccia: lei scrive libri che fanno il giro del mondo, entrano nella vita degli altri e rimangono scolpiti nella mente delle persone. Che significato ha per lei la parola immortalità?
Io di certo non credo all’immortalità personale: la vita dopo la morte, il paradiso, l’inferno, tutta quella roba lì. Ho una vita da vivere, nel modo più pieno, intelligente e sensibile possibile. Poi, via. Naturalmente si può continuare a vivere nella memoria – per un po’. Inoltre, c’è la possibile immortalità dell’opera. Molti artisti ci hanno fatto affidamento nel corso dei secoli. Anche in questo però, oggigiorno, è difficile essere ottimista. Se la nostra civiltà non ci porterà, prima o poi, alla distruzione totale, rischierà però fra non molto di degenerare nell’analfabetismo totale. Sto parlando in modo molto crudo. Penso che ci potrebbero essere, almeno per un po’, centri clandestini. 

Quale sarebbe una risposta esauriente oggi alla domanda: chi è Kenneth White?
Esauriente… non ne sono sicuro. Forse uno dei prossimi libri che scriverò sarà un’autobiografia. Una risposta veloce e completa potrebbe essere qualcosa del genere: qualcuno che ha cercato di vivere una vita piena, che ha cercato di dirlo in diversi modi, qualcuno che ha cercato di tracciare un nuovo spazio. 

C’è una domanda che sento di doverle fare, anche se non è strettamente legata alla sua poesia. Ogni giorno sembriamo perdere terreno, nel vero senso del termine: ogni giorno dei luoghi vengono trasformati in non-luoghi dalla distruzione, dalla cementificazione, dall’edificazione. Come convive con questa realtà, e come può la cultura mantenere le sue radici in questi luoghi?
Convivo con questa realtà perché sono obbligato a farlo, come lo siamo tutti. Cerco di opporre resistenza in tutti i modi in cui mi è possibile: ogniqualvolta sento di poter intervenire utilmente per evitare la distruzione o l’appiattimento, lo faccio. Ma, direi, anche se fossi completamente disperato a questo riguardo, continuerei in ogni caso. Anche se rimanessero due soli metri quadrati di terra non inquinata, continuerei ad operare lì, perché la vera vita è lì. E anche se fosse solo una specie di ultima resistenza, o di ultimo gesto, penso che valga la pena di fare quel gesto. Non vivo con niente che si possa chiamare ottimismo, non vivo con niente che si possa chiamare speranza. Al limite, direi, se bisogna affondare, affondiamo in bellezza. 

Undici frammenti dal poemetto
Walking the Coast

 
Traduzione dall’inglese di Silvia Mondino 

1

……….
poiché il problema è sempre
      come
            fra possibilità e cambiamenti
            selezionare
gli elementi davvero fondamentali
             e fare
    della confusione
         un mondo che duri
e come ordinare
     i segni e i simboli
       così che continuino
            a formare nuovi disegni
       sviluppandosi
    in nuove totalità armoniche
               così da tenere viva la vita
    con la complessità
                  e la complicità
                                di tutto ciò che esiste –
c’è solo la poesia

1     ……….  / for the question is always / how / out of all the chances and changes / to select / the features of real significance / so as to make / of the welter / a world that will last / and how to order / the signs and symbols / so they will continue / to form new patterns / developing into / new harmonic wholes / so to keep life alive / in complexity / and complicity / with all of being – / there is only poetry 

14

o come il gruppo di fiori alpini
sulle cime del Ben Lawers:
 sassifraga
viola di montagna
  genziana
                                   anemone di bosco
portulaca
                            licnide
      angelica
                          calendola nana
– un insieme unico
             dovuto a una serie di coincidenze
     un sottile strato di roccia ideale
               dai minerali ben equilibrati
      non troppo acido come negli strati circostanti
               su montagne di tale altezza
                       che quegli habitat instabili
      hanno continuato a esistere
                    sin dal periodo post-glaciale
       le piante si sono via via
                            insediate in una crepa
le radici hanno rotto la roccia
                      in un lento processo
   germogli e foglie
              hanno raccolto frammenti di roccia
        portati dal vento
   o dall’acqua
              finché il suolo si è fatto più profondo
i fiori
         trovano pieno nutrimento
                      e la bellezza cresce

14     or like the group of alpine flowers / on the heights of Ben Lawers: / saxifrage / mountain pansy / gentian / wood-anemone / rose-root / moss-campion / angelica / dwarf marigold / – a unique assemblage / due to a series of coincidences / a small stratum of ideal rock / well-mineral’d / not over-acid as in sorrounding strata / on mountains so high / that unstable habitats / have existed there continuously / since the post-glacial period / the plants becoming / established in a crack / their roots breaking up the rock / by a slow process / their shoots and leaves / collecting rock fragments / blown by the wind / or washed down by water / till the soil becomes deeper / and the flowers / can gather full nourishment / and beauty grows

16 

il ciottolo di pietra
           irregolare e scialba
    la dura e insignificante custodia
                       si apre
e rivela
                   l’incantevole cristallo di agata
        il masso
                spaccato a metà
                           mostra
    uno strato blu brillante d’ametista
            c’è un principio
  di bellezza e ordine
                 nel cuore del caos
        dentro la vita c’è la vita 

16     the pebble of rough / and unprepossessing stone / the harsh dull case / splits open / to reveal / the lovely agate crystal / the boulder / cut asunder / shows / a blue-gleaming layer of amethyst – / there is a principle / of beauty and order / at the heart of chaos / within life there is life

27 

avendo abitato a Glasgow
                      alloggiato in un’ampia stanza scura
        con tre scaffali di libri
               un tavolo una sedia un letto
         sul pavimento un ruvido tappeto
     (rosso Connemara)
                   in un angolo una stuoia
          (una pelle di capra dal Tibet)
sul primo muro era appesa
                 una stampa di Hokusai
sul secondo
                   una radiografia delle mie costole
sul terzo
               una lunga citazione da Nietzsche
sul quarto
                                    niente di niente
              quello è il muro che ho attraversato
                    prima di arrivare qui

27     having lived in Glasgow / lodged in a large dark room / with three shelves of books / a table a chair a bed / on the floor a rough carpet / (Connemara red) / in one corner a rug / (a goatskin from Tibet) / on the first wall was pinned / a print of Hokusai / on the second was / an x-ray photo of my ribs / on the third was / a long quotation from Nietzsche / on the fourth was / nothing at all / that’s the wall I went through / before I arrived here 

28 

                 sapendo ora
                     che la vita
           alla quale aspiro
                                 è una circonferenza
che si espande di continuo
            attraverso partecipazione e
                                            comprensione
piuttosto che un centro esclusivo
             di pura consapevolezza di sé
l’intero che cerco
          è centro più circonferenza
e ora il conflitto al centro è finito
               la circonferenza
ammicca da ogni dove

28     knowing now / that the life / at which I aim / is a circumference / continually expanding / through sympathy and / understanding / rather than an exclusive centre / of pure self-feeling / the whole I seek / is centre plus circumference / and now the struggle at the centre is over / the circumference / beckons from everywhere

33* 

‘Chi, se urlassi
                mi sentirebbe
            fra le schiere degli angeli
      e se anche improvvisamente uno
                 dovesse portarmi al suo cuore
    morirei della sua presenza più forte
     poiché il Bello non è nient’altro
                    che il Tremendo al suo inizio
             solo appena sopportabile
       e lo ammiriamo a tal punto
                       che serenamente
                sdegna distruggerci
                         ogni angelo è terribile
 così mi tengo sotto controllo e inghiotto
                   il richiamo di oscuri singhiozzi
     ah, di chi mai ci possiamo valere
           non degli angeli non degli uomini
e gli astuti animali
            hanno da tempo notato
    che non siamo per niente sicuri
                     o a nostro agio
                 nel mondo interpretato’

* “Citazione dalla prima delle Elegie di Duino di Rilke” [K.W.]               

33     ‘Who, if I cried / would hear me / from the ranks of angels / and even if suddenly one / should take me to his heart / I would perish of his stronger presence / for the Beautiful is nothing / but the onset of the Terrible / still just endurable / and we admire it so / that serenely / disdains to destroy us / every angel is terrible / so I hold myself in check and swallow / the darkly-sobbing call / alas whom then can we use / not angels not men / and the cunning animals / have noticed already / that we are none too securely / at home / in the interpreted world’ 

44 

                   seguendo il sentiero
quel ‘sentiero stringato
       che devia dalla comune obliquità’
                        che Michael Scot*
            mente di primo piano nell’Europa occidentale
    all’inizio del 13° secolo
              un ‘internationalgebildeter Mann’
           con una massa di conoscenza
                    che gli si cristallizza nel cervello
                 in pensiero scintillante
           e un amore per la complessità
                                       che lo fa godere
   del distinguere diciamo
               sidus e astrum
                         ed entrambi da stella
         e tutti e tre da
                signum imago o planeta
         (ripugnandogli di accontentarsi
                 di una cieca genericità)
                 chiama
                                ‘la via della vera scienza
che è l’inizio della poesia’

* Matematico scozzese e importante traduttore dall’arabo e dall’ebraico, fu famoso anche come astrologo e mago. Terminò i suoi giorni alla corte di Federico II, e appare nell’Inferno di Dante e in Boccaccio.
“Le parole in latino furono usate da Scot stesso, che amava le sottili distinzioni, nella sua opera di astronomia (tradusse Al-Biturgi a Toledo)” [K.W] 

44     following the path / that ‘path compendious / deviating from common obliquity’ / which Michael Scot / the leading mind in western Europe / in the early 13th century / an ‘internationalgebildeter Mann’ / with a mass of knowledge / crystallising in his brain / into shining thought / and a love of complexity / that makes him delight / in distinguishing say / sidus from astrum and / both from stella / and all three from / signum imago or planeta / (repugnant to content himself / with a numb generic) / calls / ‘the way of true science / which is poetry’s commencement

45 

essendo la poesia
                                  ciò che accade quando
     un tumulto
                   di sensazioni e fatti sostanziali
sono passati attraverso il talamo
                          il ventre del cervello
               e ascesi
                        senza corto-circuiti
     su fin nella regione corticale
                  da dove
                             astratti
         ritornano di nuovo
                                come parole sulla lingua

45     the poem being / what happens when / a welter of substantial / feeling and facts / have passed through the thalamus / the belly of the brain / and ascended / without short-circuiting / right up in the cortical region / from where / abstracted / they return again / worded on the tongue  

50 

alcuni come il girasole
            rivolgono il loro fiore al sole
alcuni fioriscono solo con l’oscurità
                                            come il cereo
                           che attende la mezzanotte
o il convolvolo
                      che spiega
      i suoi petali lunari
                            al tramonto del sole
               forse la semplicità
dell’anemone di bosco
                                la sua serenità
                      il suo accesso diretto
       all’energia del sole
                             e alla ricchezza della terra
             avrebbero potuto evolvere
                                   un cervello più pieno e più quieto
che l’urgenza dell’esistenza animale
                   dalla quale da sempre dipendiamo

50     some like the girasol / turn their blossom to the sun / some bloom only in the dark / like the cereus / that waits on midnight / or the convolvulus / that unfolds / its moonlike petals / with the setting sun / perhaps the simplicity / of the wood anemone / its serenity / its direct access / to the energy of the sun / and the richness of the earth / might have evolved / a quieter fuller brain / than the hurry-scurry of animal existence / on which we have depended  

52 

anche se avessimo solo
          quelle poche rocce sparse sulla riva
                                        (il vento stanotte
   soffia carico di pioggia sul mare)
                            quanto
          vi sarebbe da imparare
                 poiché è possibile
            vivere con le rocce
                              in unità di mente
e forse colui che conosce a fondo
                         anche una sola roccia
         in tutta la sua idiosincrasia
                                    e nelle sue relazioni
                       con cielo e mare
   è più adatto a parlare
                                a un altro essere umano
che colui che vive e marcisce in eterno
                        in una società affollata
                    che non gli insegna
                                                niente di essenziale

52     even if we had only / those few scattered rocks on the shore / (the wind tonight / blowing hard with rain over the sea) / how much / there would be to be learned / for it is possible / to live with the rocks / in unity of mind / and perhaps one who knows / even one rock thoroughly / in all its idiosyncracy / and relatedness / to sea and sky / is better fit to speak / to another human being / than one who lives and rots perpetually / in a crowded society / that teaches him / nothing essential

53 

come questa roccia ora dinanzi a me
                    esposta alla marea
          un affioramento
                 di arenaria grigio scura
                       (come quelle su cui
                               da bambini
         cesellavamo i nostri nomi)
               con una vampata
                               di granito bianco
         che le corre attraverso –

                        comprendi questo, poeta

 53     like this rock now before me / facing the tide / an outcrop / of dark grey sandstone / (so the ones on which / as children / we chiselled our signs) / with a blaze / of white granite / running right through it –  // understand this, poet     

 
 
       
 
 
 
             
     
 

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