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ANNA CASCELLA LUCIANI
Amate assenze
C’è un
sole freddo
e
leggero. Davvero
è
arrivato l’inverno
(non
basta il mantello
né
mezzo né intero
e
neanche si fosse
nei
giorni d’estate
a
novembre, di Santo
Martino
le foglie
autunnali in folate
più
dolci, amicali,
non
basta e non basterebbe
ché il
cuore – metafora
e luogo
vitale –
è
vicino e lontano,
invernale)
***
argentina la voce
malgrado la vecchia
stanchezza – mancato
il
terrazzo la rosa
l’ebbrezza –
***
mi dài
un passaggio – anzi
te lo
chiedo – è molto
tempo
che non t’incontro
non ti
vedo – entro
nella
tua macchina e sono
circondata da un acquario
fermo –
mortuario –
una
miriade di pesci
in
bianco e nero ovunque
stampati sul panno
dei
sedili. “Li hai
comprati tu?” chiedo.
“Proprio tu del 20
di
febbraio ti porti
in giro
la tua costellazione
fissa –
immobile – mi dici
la
ragione?” “Uffa che noia
avessi
saputo avresti
preso
un taxi – insomma
non lo
so – forse
li ho
comprati o era
un
regalo di una donna
un’amica – ma sí –
un poco
mortuario”.
E poco
dopo aggiungi:
“Ecco
il Flaminio – puoi
scendere qui se è il metrò
che
chiedi” Rispondo:
“Arrivo
in Prati” e penso
ai
pesci – sirenetti
spiaggiati dentro stoffa
e
metallo – ma quale
donna
glieli avrà
dati? –
privi
d’argento – di luce
sulle
scaglie – lontani
dall’umida natura –
e per
tonsura di coda
esulcerati. “Ci siamo”
sento
che dice. Mi scuoto
dal
sogno degli abissi
dove
sguazzano
i pesci
e le alghe
colorano l’acqua
di
muschio di fontana.
M’inabisso invece
in
metropolitana –
spaccato del cuore e
muta
silenziosa pronuncio:
“Oh sí
certo – addio
amore”.
***
della
fine già si sapeva
ma
nella fuga di stracci
(i fini
umori del verde
d’aprile leggero
gentile
alle pendici)
per un
momento –
solo un
momento “ti amo –
è amore
– sono contento” –
illudersi per non morire
pare
sia una canzone –
è anche
lo spreco del seme
il tuo
– proprio il tuo
trascinato alla stessa
illusione (leggiadra
la
musica s’alza – scopre
ogni
sanguigna battaglia –
sale
una foto che avanza –
la
bocca – le labbra) –
***
di
cicale ne ho
sentita
solo una –
forse
due nell’estate
del
2002 passata tutta
a Roma
io ammalata –
cantavano su un platano
di
viale Giulio Cesare
imperatrici del caldo
dell’asfalto – nessun
odore
di siepi se non
qualche
foglia
di
polvere a segnare
lo
spazio dei tavolini
nei bar
lungo la strada.
Ma
improvviso l’odore
forte
dei lilium
nei
vasi all’aperto
del
fioraio faceva
giardino di Ninfa –
ruscello di memoria
(la
canna indica
sorgeva
lungo il prato
e non
era più traffico
non
selciato ma terra
intrico
vellutato
fresco
al tocco
alla
pianta del piede
e al
palato se solo
si
fosse osato farne
nutrimento d’estate
canto
del verde) –
***
la Roma
di Pasolini
e
Moravia di Bertolucci
e
Caproni di Cardarelli
di
Palazzeschi la Roma
che fu
e che più non esiste
la Roma
di icone di morti
Amelia
– Luciana – Frezza
Rosselli – rintocca
a
campana il riso lo smerlo
il
fluire di tutti
in
castello
di
carte di sogni di spine
di
morti…
***
(viaggio)
è
rimasta una rosa
spaiata
dal fascio
pesante
di stelo
lunghissimo – rosso
come da
sole che va
in
altra terra da noi
scomparendo per poi
ridarci
alla luce
che
serra i nostri
giorni
di gioia –
di pena
– d’amori
vissuti
(e perduti) –
(… i
ponti caduti
nell’ultima delle non
ultime
guerre – le case
violate
– le liti
forzose
e straziate –
i due
giovani amanti
ammazzati – per diversa
etnìa –
tentando
un’unione – una fuga…)
un
fascio di rose
in
regalo acquistato
a Roma
per una lettura
di
versi o forse
per una
sola poesia –
da
Giorgio che lo ha
poi
portato in viale
Furio
Camillo –
venduto
da un extra-
comunitario – vendono
rose
alle cene –
per
strada – nei ristoranti
e
tentano i fiori-regine
di
salvare le vite
di
spine –
(chi sa
dove allevati –
in
Ghana – in Marocco –
in
Brasile – i più
sfortunati a vendere
il
fiore di Orfeo –
o i più
fortunati –
giacché
altri nel loro
viaggio
in Italia –
nel bel
paese del sole –
dove
crescono i limoni
e i
quadri ricordano
l’arte
– cadono in mare
morendo
o vendono donne
per
strada – non più
sfortunati ma cima
di mali
immutati)
muta
invece la rosa
mutevole – muore –
rinasce
– si dona
in dono
– legata
alla
storia
di un
uomo – o ai versi
letti
una sera
al
Fontanone – vicino
a San
Pietro in Montorio –
scroscio di acque –
fiore
di pietra
in
balcone
ho
letto in un libro
che la
Grande Fontana
fu
ammirata e descritta
da
Goethe (in rosa romana)
***
la
forza – il fragile dono –
la
sofferenza lo sforzo
la
lingua straniera e piegata
la
vedovanza la gioia in forma
forgiata fino a morirne toccando
la
terra nel volo gettata
***
la
corsa che non posso
più
fare – mi uccide –
più che
la fontana malata –
fa male
– fa male – |