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Smerilliana
Semestrale di civiltà poetiche

 
 
     
   
       

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Poeti Italiani

ALESSANDRO CENTINARO

Nove poesie

Geometrie d’esistere 

Percorrere la vita sulla terra
segmento è d’una retta d’infinito
che volge ad opposte direzioni:
il pieno e il vuoto dell’imperfezione
erra nei due sensi, particola imperfetta
della stessa retta.
Come un cliname privo di gravitazione
scala dove non sai se scendi o sali
se ad un abisso procedi o ad una vetta:
e questa bipolare retta è per definizione
la cosa senza fine di significazione,
e in fondo è un precipizio
l’apice dei cieli,
perché in opposti sensi
va il senso che lo sveli.

***

Sophia
(dialogo gnostico con la sapienza)

Quale notte d’eterno fuggivi,
da quale scala sei scesa
per rendere inquieti noi vivi?

Dai rami fioriti d’un Dio
come un fiore m’ha presa
il soffio d’un vento:
in Lui ero immota coscienza,
all’eterno fui l’unico evento
separata cadendo nel tempo:
sono adesso rappresa ai vostri
terrestri colori
ed ora il mio nome è sapienza,
il mio seme di luce è dolore.

Ma tu perché sempre m’insegui
dentro questo mio sogno mortale?

Quel vento che venne a rapirmi
è il respiro infinito che agita
il sogno incosciente di Dio:
io n’emano, ombra e onda di luce,
ribelle sapienza che al parto
del tempo s’adduce.

A me, ma a me cosa resta
di questa di simboli vasta foresta?
A sé indifferente è perfino
il tuo Dio.

Il tuo destino è fratello del mio
vengo anch’io da una morta
remota parte di Dio
e al divenire io cerco la riva
ove l’eterno diventi
cosa viva.
 
Ma cosa vuoi dire?
Tu lo sai che io vivo
per dover di morire.

Fra è e non è il tempo che dura
trasalendo risale trascende le mura
del cerchio d’eterno:
è fuga e ritorno il divenire
radiale spirale in figura di retta
all’abisso o alla vetta
o alla curva infinita a incurvato
avvenire di non più morire.

Tu dài poche prove a un mortale;
la ragione m’insegna il diverso e l’eguale.
Ma dove io cerco il tuo altrove?

La ragione, ai viventi e al vissuto,
non è catena, ma tessuto.
E, cercando, trovarmi t’è lieve:
io ti scendo, ti scendo
ti scendo
come quando dal cielo
discende la neve…

***

Pietrificata foresta
(per l’antica città di Ascoli nel Piceno)

Tra due vecchi fiumi un giardino
fatto di travertino;
resiste tra anime e pietre
fra i millenni e le ore
il tempo che insiste
interiore.
Interstizi di mura e memoria
ma un arcano senso di festa
in questa di storie e di storia
pietrificata foresta
territorio perduto del cuore.
Qui anch’io a un tramonto d’aurore
mi son perso e trovato al silenzio
di questo tempio del tempo.

***

Acque di Treviso

Col flusso lento e molle d’un destino
l’acqua dei Buranelli discorre nel cammino
traspare fra i palazzi ed i loggiati
svanisce fuori mura fra le rogge e i prati;
e scomparendo racconta piano piano
un sogno mio fluente di lontano
quando fiorendo mi svanì improvvisa
la giovinezza mia a Treviso;
città incorporea di sensitiva ebbrezza
e di soave malinconia sottile
che defluendo canta
fra Botteniga e Sile.

***

Loving directory

Ti seguo su un percorso d’informatica
e ti sto dietro mentre tu m’insegni;
ma dentro word non trovo segni
per carezzare virtualmente la tua mano
o le tue labbra virtuali assaporare.
Ah! se ci fosse un software strano,
completo di directory per telepatia,
forse t’arriverebbe quest’onda lunga mia
di tenerezza e di follia;
e questo decifrato file d’amore
lo salverei (con nome) nel tuo cuore.

*** 

I colori dell’esserci

Esistere fra sponde d’amori e di dolore
è in definitiva questione di colori.
Amo l’azzurro del cielo profondo,
eppure l’odio, l’abisso freddo
che s’ingoierà il mio mondo.
Vegeta in cuore il verde, ch’è la vita;
ma quel che oggi nutre la natur
domani lo divora, cibo di paura.
Il rosso amo, colore del calore:
eppure l’odio, la stagione del fuoco,
il suo martirio che s’estingue in rogo.
Amo anche il giallo, che nel sole s’annida
e nella linfa, nei fluidi del corpo più segreti:
ma è vecchio il sole, e fragili
al mio corpo le pareti.
Forse soltanto il bianco e il nero
(che non son colori)
in me han senso e fuori:
quando sarà il mondo un vecchio in agonia,
morto il Creatore, la sua fantasia,
quello che resterà sarà la luce pura,
che come il nulla è bianca, cruda e dura;
ma il nulla al fin dei fini il nero lo conduce:
un tempo sarà esausta anche la luce.
 

***

Durissima luce

Durissima luce di primo mattino
che l’ultimo sonno trafiggi del fiume
e sul finir della veglia notturna
pallida e smunta sorprendi la luna;
fammi sostare al tuo estremo
lembo di notte
ancora una volta ho vegliato
io vuoto di storie come la luna
fra queste mie trame disfatte:
pure io mi ritiro con l’ultima
stella distratta.

***

Per schiuder le tue fonti

Vengano pur silenti le tue labbra
per schiudere al mio corpo le tue fonti.
Vengano pure incerte le tue dita
a sciogliere dai lacci d’altri mondi
la mia vita.
Allora come un polline leggero
ti penetrerei come un pensiero
senza resistenza né pudore
come se da sempre t’abitassi in cuore.
Ma questa immaginaria
anima tua bella
quando mi danza in fuga
di fiammella
forse non è che il sogno o la figura
d’un bene sconosciuto
dentro la natura.

***

Isola tu sei

Un’isola tu sei, remota nel mio mare;
ma pure sei totale come un continente:
un sogno a volte sei d’inquieto navigare,
a volte sei la riva distesa ed accogliente.
Sei, come il deserto, fantasma d’infinito,
eppur densa d’umori come una foresta.
Quello che sei non l’ho mai capito:
sei il bene che non ho,
                     il bene che mi resta.

 
 
       
 
 
 

 

 

     

 

 

 

 

 

 

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