|
PAOLO IACUZZI
Indianapolis
I
Ogni
storia ha un padre e una madre.
Ha Rama
e Sita. Ogni volta è il sogno
che
prende per mano il triciclo rosso
e lo
impugna forte per continuare.
Dove
prosegue il mondo è conosciuto.
Fino
alla ringhiera verde che ora
si
affaccia nel vuoto. Quante volte
ho
desiderato il silenzio dell’aria
che
precipita. Quante volte ho chiesto
con la
bocca chiusa di entrare spedito
nell’India degli altri. E il nonno viene
incontro festoso. Mentre passa
per la
città deserta il bus verde chiaro
con
sopra la banda. È già l’ora
del
primo maggio. La casa di campagna
riaperta. Con le primule fatte a stella.
***
II
È la
mattina che non ho mai voluto
conoscere. Quella scura di nuvole
e
pianto. Quanto orgoglio nelle prime ore
dilatate oltre ogni rimpianto. E passa
il bus
deserto d’uomini. Suonano tutte
le
trombe ed i clarini soli. Penso forse
il
nonno dal paradiso mi attende con
il
grembiule di bottega. È la città umida
d’asfalto. Tirata a lucido come una lumaca.
Sulla
mulattiera verso Iano m’incammino
a
piedi. Ho visto i ciliegi fiorire. Quattro
assi
messe insieme per l’ultimo sfiorire.
Nella
morte i ciliegi presidiano il cielo.
Sui
rami di ciliegio la primavera accoglie
l’aria.
La imprigiona dentro una scatola
a
vetri. Fino a tendere il soffio della vita.
***
III
È il
verde Sita del primo bus in corsa
della
giornata. Stamani è festa la campagna
sente
che i ciliegi mi accoglieranno
ancora.
I barattoli delle amarasche raccolte
per
l’inverno. Per una volta capire quanto
spreco
di vita per vivere un attimo solo.
Con le
mani legate dietro la schiena per
non
farmi ancora male. Ma ho i calzoni
corti e
il trancio di fiesta e il pollo da fare
al
mattone. La mamma l’ha dato al babbo.
Se ci
ripenso tutta la mia vita finisce
in
questo pranzo. E finalmente i ciliegi dopo
il
fiore si fanno assi. O forse le ossa sono
di
legno. Sono felice di sapere per tempo
di
quale morte deo e dea saranno il bus.
Mentre
i fiori staranno ai finestrini aperti.
***
IV
Ho
tardato a venire ma ora vengo giù
come la
pioggia che penetra l’aria.
La buca
con milioni di crune ed io tento
d’infilarci un filo forte sotto la pioggia.
È marzo
del mio natale e i fiori
non
tarderanno a sfiorire. Ma prendo
il
clarino del nonno e suono fino a
sfiatarmi. Esalare il dolore insieme
al
male. Salire lungo la strada fino
al
Molino dei Greti. Fino a che il bus
strombazza nella strettoia ed i viaggiatori
in
festa potranno finalmente vedermi.
Come la
vita è una ma uno crede
mille
volte ancora. Venga il giorno
che
toccherò con il dito il cielo. Salirà
la
primula gialla tra i nuovi pianeti.
***
V
Mentre
gira e rigira il bus per strada
passano
gli indiani in festa. E sul raccordo
anulare
sfreccia come la fede che
porta
lontano sulle ruote. Non hanno
motivo
di esistere se non chiusi in un
tempio.
Con le molecole della memoria
e il
cibo votivo dentro la boccia della storia.
Se
dentro tiro il filo il bus tira su le lamiere.
Ed ai
finestrini contro i vetri senza l’aria
condizionata si affacciano i volti che sono
già
stato. Tavole dipinte in bianco e nero.
La
trasparenza di me fatta persona. Uno
ha la
frangia inchiodata. Uno ha la fronte
spaziosa di un matto. Prove di animazione.
Il
pantheon della memoria ha cavità dove
il
vento mura l’espressione dello stupore.
***
VI
Le
autostrade vicino ai caselli con le sbarre
giù.
Hanno i semafori tutti rossi o tutti verdi.
Mentre
passano i bus dei turisti. Allineati
e
sfrecciano tutti al bip dei viapass. Non
passano
i bus dalle strade sterrate. Ma
i
nostri sono diversi. Hanno permessi speciali.
Raccolgono i corpi che ho visto saltare
in aria
in tivù. Ora si ricompongono
per
l’ultimo viaggio. E le ossa hanno nuovi
muscoli
e nervi e legamenti. Sono tutte
le mie
vite passate e venute sopra una pista
di
grafite bagnata. Comunione di seggiolini
insegna
che non esistono più gli spazi
tra gli
uni e gli altri. Il solo corridoio centrale
e le
foderine macchiate come fedine penali.
E le
arance che danzano sopra le reticelle.
***
VII
Se
smettessi di prendere le quattro ciliege
bianche
del mattino e le quattro ciliege bianche
della
sera. Nessuno si accorgerebbe che
sto
passando via piano piano. Un giorno
in
maremma ho visto Rama passare. Senza
fretta.
Con Sita comporre un’India di bus
verde
chiaro e d’arancio. Per correre la formula
uno dei
morti. Ai soffitti delle haveli i cartoni
animati
di Shiva e Ganesh. Indianapolis
col
motore acceso. Mentre il conducente
accende
alta la radio. E la pioggia riga
i
finestrini. Gli strumenti devono stare
tutti
dentro il bagagliaio. Mentre tutte
le
biciclette stare sul tetto. Serviranno
in moto
a destinazione. Il paradiso
è
l’arancio e il verde chiaro dei bus. |