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Smerilliana
Semestrale di civiltà poetiche

 
 
     
   
       

PUBBLICAZIONI

     
 
   
 

 

   

 

   
 

Poeti Italiani

MASSIMO LENZI

Nove poesie tratte dal ciclo:

Calabritmìa - lyrics per un'operina proto-punk su Ecate

Neue Sachlichkeit

(a co-production w/ Michel Angiolo Buonarroti)

Partire partirò, smettere smetto:
Son cose e nomi terrore e saliva.
Non ha l’ottimo artista un sol concetto
Ch’il marmo solo, in sé, non circoscriva. 

4 novembre 1999

 ***

Rime giuste

Voci: sangue fra i denti vivo. Bella
Arida età. Filari di poemi dentro buste
Lacere, lì, persiane d’una stella. 

È via l’oggetto: queste rime giuste
Nevicano azzurrissime un orrore
Tra ‘l Dio cui rii né vivi ma’ non fuste. 

Il mondo legge un libro delle ore:
Nullo d’insegna, sfoglia via vetri e folgore.
Altri vi dia silenzio, ché fragore 

                      fa questa polvere.

14 aprile 2002

 ***

Ars del trobar

V’è nel consunto terrore dei gigli
Alta una lode che giunge e rapprende
Lo spazio alle mie labbra invano. Figli, 

Enigmi vostri, strappi arsi di tende
Nel gorgo ignoto che ci crea e perfonde
Tra bucce e bucce vite più tremende: 

Io non esisto, lo sapete, donde
Nulla vi esime da tremori e cenere.
A cosa pensi io penso, e fra quest’onde 

                              trovai parole tenere.

29 aprile 2002

***

Mimos del punto 

Gioisce la moria degli orizzonti
Ancora incautamente, ancora pende
Bassissima una folgore che affronti 

Rauca di lutto l’eco fra le tende.
Io non lo so, non lo sapevo, e spunto
Evaso accanto all’ombra che si arrende 

Luridamente qui, fra l’aria e l’unto
Lucente d’una smorfia malinconica.
Abbi pietà: cancella questo punto.
 
maggio 2000 

 ***

Stabat Mater

O madre, dolorosa d’infinito
Minor dolore di qualunque figlio,
Inesistenza pura dell’appiglio,
Vuoto di vetro qui fra dita e dita! 

Eccovi, estinte, là, dopo ogni doglia:
E strugge me quest’esser state vostro
Perché un amico abbia un amico mostro
Che dell’inferno mai chiuda una soglia. 

O madri mie, chi può ve lo conceda
Questo riposo eterno cui vaneggia
Quel che mi deste e che, cruenta scheggia,
Sola trafigge me di preda in preda. 

23 maggio 2002

***

2028. Olomeló
(cristalli per un’ode a un’asteroide)

Si guarda ancora, e nelle vene intanto, –
Basta vedere, se qui rosse insieme,
Se cosí bastando vederne pianto 

Prima negli occhi la radice e il seme,
Piangono loro e basta, – passano oscuri.
Sempre cosí. Basta dire ove geme 

Per superfici – si vede – sui muri,
Potere sapere a chi via riflesso
Se stesso rimanga. Sí, lo si appuri. 

Si sappia, e poi basta. Dirlo, no adesso.
Si basti, si pianga. Qui. Si conosca
La trama, – ma basta chi veda messo  

Punto su punto il destino di cosca
Del vuoto: trama che scuce e s’affama
Per noi e basta, perché un’altra mosca 

Ancora ci veda, squama su squama, –
Se basta, se ancora sa chi si posa
Sul muro ove casca se sa che t’ama, –

Filza di spazio, tu buio, tu rosa
Che vedi se vista, se ancora finta
Sai chi si sposa e chi nasce e gelosa 

Basta vederti ridarci una spinta.
Si basti, si schiacci insieme la schiena
Sul muro. Si osservi infine se intinta   

V’è chi nell’aria di noi cosí piena
Qui s’accechi, se rivederci basta,
Chi tutto il mondo trapassi, chi appena 

Qui precipiti un’ombra scavi casta.  

31 marzo 1998

***

Grundrisse

ogni uomo seppellito
è il cane del suo nulla
Gabriele D’Annunzio

Non ascoltarmi. – Crepitano in croce
Le profezie di lucciole e cicale
Quel che svanendo a te non grida e sale,
Quel che sorgendo a me non giova o nuoce: 

Semplice par che muoia umana voce
Per tenebra sí tiepida e normale,
Sangue di chi coltiva a sé il suo male,
Vortice per demenza senza foce... 

E incide qui, solco tra guerra e guerra,
Le palpebre sull’iride una punta
D’involucri, individui e fiordalisi 

Che mai da sé non fian cosí divisi,
Che mai, perché una mia parola assunta
Sia, rivedrò. E vedo: ovunque, terra.

18 agosto 1995

***

13 for Hecates

Enorme: parola che enorme s’induce succhiando
Cimici, soste e terreni, e impassibile svuota
Algoritmici pupi su sere giallognole d’ira.
Torna, declama sciamando il giudizio e la ruota
Enorme cui invano s’appella fra i vivi qui il bando:
Cuori su cuori su cuori su cuori su cuori,
Anatemi violacei di fibre estasiate che espira
Tanto per ridere, secchi di sperma e faretre
Esposti alla grandine vindice donde crumira
Crepita qui una romantica nemesi. Fuori,
Asfissiate da segni sbagliati e sporadiche pietre,
Tubano a fiotti reliquie di lucciole e fiori
E niente qui posa le orme sul baratro enorme. 

2 giugno 2002

***

Inferno rosa (in cinque o sei dune) 

se fossi un altro
uomo direi: “poesia”
Mogol, Quest’inferno rosa 

Dal deserto chiazzato di ombre ora sporgi
Una fiaccola, e il Morbo ineffabile sciama
Nell’azzurro: ciascuno attraversa una lama
A due tagli e tu femmina sorgi. 

Dal deserto incagliato nel tempo via stendi
Uniforme quest’attimo, e viscere e sabbia
Nere sciolgono l’ombra, e spalanca una gabbia
Azzurrissima l’aria che fendi. 

Dal deserto senz’ossa le mie qui rovisti
Una a una e poi scegli con ìndici astuti
Nominandone infamie che mastichi e sputi
Ai più ciechi tra i santi che assisti. 

Dal deserto umiliato dai sedici venti
Umilissima chiedi terrore al terrore
Nebuloso degli occhi straziati d’amore,
Alta nube tu stessa diventi 

Dal deserto che ora sarò, che s’aduna,
Unica veste alla luna che incredula posa
Nel buio cratere dei cieli una lacrima rosa:
Qui spingerò la mia duna. 

7 luglio 2002

 
 
       
 
 
 

 

 

     

 

 

 

 

 

 

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