[ home ] [ indice degli autori ] [ numeri pubblicati ] [ rassegna stampa ] [ link ]

     
 

Smerilliana
Semestrale di civiltà poetiche

 
 
     
   
       

PUBBLICAZIONI

     
 
   
 

 

   

 

   
 

Poeti Italiani

GIAMPIERO NERI

Sette poesie da Armi e mestieri 

 1 

La filarmonica locale
era dotata di zufoli di canna.
Si riuniva nelle occasioni
e nelle sere d’inverno, qualche volta,
si sentivano i passi sulla neve.

*** 

2

a dirigere la banda musicale
aveva ufficio un capomastro.
Uomo di parte,
in tempi di lotte civili
aveva avuto armi e munizioni
a portata di mano nella sua cantina.
 

***


Quel gruppetto che aveva un orso alla catena
era comparso dalla via provinciale.
L’orso si dondolava sulle zampe,
sembrava docile ai comandi
non fosse stato per gli occhi
che aveva spiritati.

*** 

4

Il preside dell’Istituto
fumatore accanito di tabacco nero
ringraziava per il dono
prezioso in tempi di razionamento
e di generale penuria.
Riconosceva in cambio
lui che sentiva “diverse campane”,
che si era trattato di un errore.
Ma perché, in che modo
 

*** 


Lungo la strada provinciale
si riconosceva la casa
nell’incipiente oscurità della sera.
Il grande terrazzo al primo piano era vuoto,
la casa sembrava disabitata
deserta di quelle care ombre
che il tempo aveva cancellato.

***

L’anziano assicuratore era un amico
della musica e la caccia.
In ufficio teneva in gabbia una civetta
per compagnia o forse per richiamo.
Guardando dalla porta a vetri
si vedeva l’ufficio vuoto
e la civetta con le sue strane movenze
i suoi buffi ammiccamenti.
 

***

In quelle nebbie, una mattina di novembre
aveva visto l’amico di suo padre
davanti alla scalinata dei Terragni.
Nell’abbracciarlo, la bicicletta era caduta a terra,
“doveva essere l’ultimo”
era stato il suo necrologio.

 

Giampiero Neri: e vita, nonostante… 

Soltanto nel teatro ideale può valere il principio di non contraddizione; nel “teatro naturale”1 di Giampiero Neri, invece, la contraddizione è l’anima delle vicende, fra precari scorci di vedute frazionarie e àmbiti di gesti e pose ingessati negli alvei inariditi delle stagioni. Il poeta si muove senza cercare orientamenti; anzi, si direbbe che la sua ansia sia proprio quella di afferrare il disorientamento, la disarmonia, l’intersezione degli impossibili, lo spunto disarmato e rarefatto. L’entropia del desiderio si attesta sulla soglia delle ombre: ombre care e benigne, anche; senza di esse la casa non è solo vuota e deserta, ma indiscreta, come indiscreto è il tempo che, in paradosso, le cancella (Lungo la strada provinciale). Lo svanire delle ombre è dissoluzione spettrale di ciò che non è mai stato, se non in quanto maschera d’illusioni. O magari di ciò che effettivamente è stato, ma solo come entità in perenne fluttuazione sull’orlo dell’inconsistenza.
    Il palcoscenico salda in pacificazioni, talora del tutto improbabili, lacerti d’immagini trattenute, tacenti o ammutolite, e relitti fantasma di imprese abbandonate subito all’indifferente o impietosa o grottesca problematicità dei giorni. Non di rado identità in crisi di identità sono catturate in surreali e bizzarre metamorfosi e sovrimpressioni (A dirigere la banda musicale, Il preside dell’Istituto); in tali circostanze, scambi burleschi e inattesi di fisionomie e di ruoli fra soggetti seri (o seriosi) e rispettivi macchiettistici sosia, a volte solo in funzione sussidiaria o imitativa, a volte sostitutiva affatto, impersonano risultati comici e meta-comici d’insolito effetto. Ne L’anziano assicuratore la curiosa inquadratura che attira e gira lo sguardo pronuncia ben più che un semplice raggiro: al passaggio del trenino dei pupi, lo stravagante protagonista si muta nello stravagante oggetto della propria mania.
    In una civitas paga d’espedienti e avida di simulazioni, la vita, suggerisce Neri, è sovente una fiera di recite, fabbrica e ribalta di caricature e marionette, esercizio di robivendoli d’autoritratti scaduti o mai conclusi, perché, forse, mai iniziati, colti nella loro ininfluente provvisorietà. Eppure ricaviamo che il suo teatro, proprio in quanto teatro, non è del tutto un bric-à-brac di trasandati rigattieri; in qualche modo, nello stesso esibirsi come farsa o dramma, o solo come spigolatura di reminiscenze, è tessuto che raccoglie in tele estemporanee le discordanze della storia e delle storie. La danza delle parvenze, infatti, pare chiamata a dare risalto a uno schermo possibile; e nello schermo, a insiemi (in)coerenti che si avviano in processione dalla nebbia e dal caos, quasi sospinti da un appuntamento futuro, deluso probabilmente, ma solo in parte; mancato, ma non rinnegato. Così, come non cogliere che un sentore e un sapore d’essere precedono la sfilata clownesca e distratta che compare (dal nulla?) sulla via provinciale con un orso alla catena? (Quel gruppetto che aveva un orso alla catena). L’orso è finto, bloccato e contraffatto dal suo stesso sguardo finto e non riuscito; ma sul crinale delle ipotesi poetiche cos’altro è quella finzione, se non esplorazione mal compiuta, e mai compiuta, di modalità e solidarietà d’esistere, incapace sebbene di arrivare al frutto del respiro? La sorpresa che avvicina a occhi spiritati in che altro si sorprende se non nel raffronto con occhi respiranti?
   Vincitrice o vittima, l’invenzione si cimenta con se stessa nel tentativo di riabilitare l’abito d’epoche decostruite; e, pur affaticata dal disincanto, avverte che esiste un alibi fra l’essenza della vita e la sua non-essenza, o fallacia, o assenza. Forse è il territorio conteso dalla morte, forse è l’intervallo dell’indecisione, come un cadere dell’ombra nell’ombra. O forse è un deposito dimenticato di reperti di verità. Il pendolo che segna le ore al trascorrere d’abbagli e miraggi, talvolta seguiti da labili sogni o anticipati da incerte rimembranze, punta incessantemente, e incessantemente ritorna, verso qualcosa che sembra arreso ma non ancora destituito, assurdo e a suo modo non del tutto delegittimato, dissimulato ma non irriconoscibile.
   Più in profondità e in pulsare positivo, la poesia di Neri, che all’occorrenza si lascia rapire fra zufoli di canna quali compagni arcaici a prova d’occasione, e rumori sulla neve qual memoria universale del fuggevole (La filarmonica locale), ama dialogare per frammenti sottratti al perdersi del tempo nel tempo. E può darsi che, dialogando, leghi; poiché i suoi versi, se da una parte sembrano alludere all’impossibilità di animare l’esser-ci mediante suture a-dialettiche, dall’altra restano evocati da qualcosa d’ignoto e originario, scavano grovigli di radici ancora vitali, mettono a nudo faglie, e pertanto attriti di continuità e discontinuità, nella deriva di fattori impulsivi e antitetici in avvicinamento e allontanamento. Convergenze?
   L’ontologia lombarda, tenue ma tenace, si traduce in garbate e parsimoniose entrate verbali; l’attenzione non è invasa, ma decompressa, indotta a repentini ripensamenti fra aggregati molecolari di messaggi. Il detto saltuario, rifugiato nel salto insistente e aleatorio verso altri saltuari abbozzi, riaffiora in polle, seppure effimere, di vita vivens e di videns visus, nonostante tutto; quasi che il dettaglio e il particolare, assolutizzati e assolti nel contesto di sequenze non ripetibili, fungano da prese di garanzia contro le insidie di quell’insensato o di quella caducità che essi stessi, se in mera giustapposizione, delineano. Nel diario poetante, dove non mancano soste di lirismo elegiaco (Lungo la strada provinciale, La filarmonica locale, In quelle nebbie), la nostalgia si fa complice dell’ironia, e insieme sussurrano un interesse per qualcosa d’essenziale che non è o non è stato; qualcosa, magari, che avrebbe potuto o potrebbe essere. Lo sussurrano sulla scia di un’imprendibile onda interferenziale che si evolve oltre le scabre contrapposizioni e i cedevoli disegni, e di quando in quando tutto redime in un soffio che forse non sa d’esistere, ma che resiste al niente.

           Giovanni Zamponi

 Note
1 Giampiero Neri, Teatro naturale, Mondadori, Milano 1997

 
 
       
 
 
 

 

 

     

 

 

 

 

 

 

[ chi siamo | il luogo dei poeti | colophon | e-mail ]