|
PAOLO RUFFILLI
Poesie d’amore
La
confidenza degli opposti
La voce
poetante di Paolo Ruffilli potremmo idealmente scinderla e
misurarla attraverso due ideali assi cartesiani: quello della
sonorità (o della risonanza) e quello della perspicuità (o della
tensione al senso).
Se un
qualunque straniero lettore, ignaro della lingua italiana,
recitasse in viva voce un testo di Ruffilli, nulla comprendendone,
sarebbe tuttavia sedotto dalle cadenze, dal ritmo e dalle
calcolate euritmie o poliritmie, da quell’intessuto musicale
precordiale che già di per sé si fa “aura” poetica, percettivo
teatro di native emozioni da cui nasce (di per sé poetico) il
desiderio verso un decifrabile mistero.
Il
lettore che invece padroneggi la lingua si trova coinvolto in un
piacevole gioco di specchi, in cui il senso compiuto invoglia a
quanto v’è di argutamente e allusivamente incompiuto e rimanda ad
un infinito, tornandone come da un’avventura, donde ripartire
nello spirito d’una sorta di interiore odissea.
Paolo
Ruffilli è un poeta ancora relativamente “giovane” (si possono
compiere, in exteriore homine, grandi gesta a meno di trent’anni,
ma la poesia richiede assai più lunghi tempi di distillazione
interiore): nondimeno egli è già un “classico” della poesia
contemporanea, per la pregnante e immanente persistenza semantica
di originali stilemi già metabolizzati da un folto pubblico di
lettori ed amatori, pur essendo la sua poetica (tutt’altro che
cristallizzata) un flumen ancora vivo, aperto e in fieri nella
seducente progressione intuitiva ed elaborativa del sentire e del
dire (o del saper dire, se vogliamo riproporre la dicotomia
crociana fra intuizione ed espressione).
Non
sono pochi gli autori della generazione di Ruffilli cui sia stata
attribuita la “laurea” poetica, magari però riconosciuta e
riconoscibile non oltre il settoriale circuito “di nicchia” nel
quale la poesia italiana contemporanea sembra oggi ristretta; la
“differenza” di Ruffilli (come di pochissimi altri) sta nel fatto
di essere una voce esondante dalla nicchia: si va in libreria, lo
si sfoglia e si è invogliati alla lettura e all’acquisto, come un
tempo (un tempo) avveniva per i poeti amati e recitati a memoria
(l’apprendere a memoria si dice in francese “apprendre par coeur”,
il che è tutto dire).
Qui
viene proposta una sua selezione inedita di liriche amorose. Non
si tratta di un opus clausum, pur essendo palese, fra i vari
testi, la tessitura di un discorso unitario nel ritmo
dell’apparente monologo defluente al dialogo con un Sé
incorporante l’Altro: si tratta di fragmenta, di momenti d’intensa
illuminazione emozionale che affiorano in passione, si inabissano
nel profondo memoriale e riaffiorano in soavità di coscienza,
consumandosi nella “durata” di un presente ambiguo e multivalente
fra ludus e pathos; momenti d’amore come isole o atolli che pian
piano, traducendosi la tensione percettiva nel continuum di un
discorso meditativo, si compongono nel disteso arcipelago di una
sofferta maturità del sentire amoroso.
Il
continuum di cui dicevamo possiamo esemplificarlo attraverso un
forse arbitrario assemblaggio fra segmenti dei vari componimenti,
segmenti scelti quasi a caso, che tuttavia, nel loro naturale
comporsi in armonia, dimostrano quale sia la musicale e
“risonante” coerenza delle parti – dei frammenti – rispetto al
tutto:
“morderti e masticarti / aperta e sciolta / in tutte le tue parti
/ per ritrovarti / poi nella persona / è stato questo / il sogno
che più / non mi abbandona” – “ma / annulla la finzione / e il
sogno / di unione più totale / proprio l’oggetto duro che intanto
/ sale nel mezzo / di noi due / e che si oppone / corpo estraneo /
alla sua stessa affermazione” – “ridendo per l’intesa / e riuscirò
/ persino sul fantasma / a fare presa” – “e nell’averti in te / è
il ritrovarmi / intero / al centro / senza che mi costi / nella
coincidenza degli opposti”.
La
coincidenza degli opposti alla quale ci invita l’Autore è, forse,
ancor più una “confidenza” degli opposti, come ne La gioa e il
lutto (per citare il titolo della più recente, assai bella
pubblicazione di Ruffilli), ove anche la morte sembra
confidenzialmente persuadersi alla invincibile tenerezza di una
nirvanica humanitas, alla forza di soavità del “fiume di energia /
che spande e che riversa / oltre le porte / l’eterno nel
presente.”
Alessandro Centinaro
***
Piano
Respira
piano,
lasciati entrare
poco
alla volta
dentro
di me
disciolta e rarefatta,
deposita l’essenza
tua
raccolta
nella
mia mano.
Eccoti
rapita:
ti
porterò lontano
dove la
vita
mi
costringe ad andare,
pronto
però
a
tornare, almeno
con il
naso, a te
dopo
averti
tratta
fuori
dal mio
vaso.
***
La
porta
Te ne
sarai
accorta
che
più
spingo
per
entrare
e più
ti fai
aperta
e,
nell’aprirti
come
fossi
la mia
porta,
di
scivolare in me
nel
punto stesso
del mio
starti
dentro.
E
nell’averti in me
è il
ritrovarmi
intero
al
centro
senza
che
mi
costi,
nella
coincidenza
degli
opposti.
***
Fame
Può
darsi
sia un
retaggio
cannibalesco,
questo
di mangiarsi
con gli
occhi
con le
mani
la
bocca e
tutto
il resto.
Ma più
ti mangio
e più
mi metti
fame:
mi sazi
l’appetito
senza
che risulti
poi
esaurito.
Ti
voglio e
non mi
stanco
di
volerti,
e non
mi basta
mai di
averti.
***
Le mani
Tutto
le mani sanno
dicono
e fanno:
ti
piace che ti tocchi
e io
precipito in te
nel mio
toccarti,
mi
aggrappo ai tuoi lati
per
crollarti
dentro
più a fondo
e sento
di tenerti
quanto
più
sono
tenuto,
salvato
quanto più
sono
perduto.
E non
ti entro
solo
per la bocca,
per gli
occhi
e per
il naso,
ti
passo nel sudore
e sono
nel tuo sangue.
Siamo
squartati
l’uno
nell’altra
e,
nello squartamento,
più
beati.
***
Sotto
la maglietta
Quando
sarò lontano
ti
sognerò
e,
sognandoti,
mi
sforzerò
di non
sognare
pensando di toccare
per
davvero
la tua
pelle di luna,
i tuoi
capelli
e
metterò la mano
sulla
tua schiena
sotto
la maglietta,
da te
guidato lì
ridendo
per l’intesa.
E
riuscirò,
perfino
sul fantasma,
a fare
presa.
***
La
prima volta
Volevo
averti
la
prima volta
che ti
ho vista:
tenerti
tra le braccia,
sentire
la tua vita
battere
incerta
contro
la mia stretta
e
rubartela dagli occhi
dal
respiro
dentro
la saliva,
morderti e masticarti
aperta
e sciolta
in
tutte le tue parti
per
ritrovarti,
poi,
nella persona.
È stato
questo
il
sogno che più
non mi
abbandona.
***
Salsa
latina
Così,
di colpo
mi
colgo sullo specchio
stretto
nell’abbraccio
mentre
mi proietto
oltre
me stesso:
contratto desiderio
e
strazio di un soggetto
che
mima la fusione. Ma
annulla
la finzione
e il
sogno
di
unione più totale
proprio
l’oggetto duro che, intanto,
sale
sul nel mezzo
di noi
due
e che
si oppone
corpo
estraneo
alla
sua stessa affermazione.
***
Destini
Se
questo
è il
modo
per
prendersi la vita
succhiandola
fuori
dalla bocca,
c’è una
ragione
ed è
per quella
che
avevi paura
del
contatto.
Passando per i sensi
entriamo l’uno nell’altra
ed è
difficile
tornare
separati,
sciolti
di nuovo
da fili
ormai intrecciati.
Tu mi
eri entrata già
dentro,
dagli occhi.
Ma, ora
respirandoti
mia
sempre più stretta,
per la
prima volta
sento
mescolati
i due
destini.
Sei
sciolta in me
anima e
corpo,
anche
se dici
che,
nella lontananza,
il
tempo attenuerà
ogni
cosa
e ci
farà sbiaditi:
disintossicati
l’uno
dell’altra
(soli,
di nuovo,
e
ancora più traditi).
***
Urgenza
Mi
chiami
e mi
pretendi
con
l’urgenza
della
tua pelle
vuoi
che ti prenda
e, di
più,
che ti
violenti.
Me lo
chiedi
senza
parlare,
ti
piace che lo faccia
com’è
nelle tue attese
e a me
piace di farlo
di
soddisfare
le tue
pretese,
perché
ti amo
e siamo
senza difese
contenti di usare
e mani
e lingua
e denti
l’uno
sull’altra:
corpi
arresi
corpi
assorbenti.
***
Regina
Tu sei
perfetta
nel tuo
essere a metà
senza
sentire
la
scissione
e ogni
volta
tutta
intera
di qua
e di là,
dominatrice vera
della
situazione
nel tuo
volermi
per
distacco
appagata
del mio
stato
dipendente e innamorato
e, da
regina,
ne hai
sempre
approfittato
e io,
per averti,
l’ho
accettato.
***
Gli
assalti del cuore
Vuoi e
non vuoi
così di
seguito
in muta
successione
come la
battuta
dei
tuoi occhi.
Padrona
di te stessa
da
distante,
appena
puoi
cedi e
ti abbandoni
quando
mi tocchi.
Ma ti
lamenti
per i
risvolti di rimorso
di quel
che senti.
Li
subisci, gli assalti
del tuo
cuore
e per
questo, ogni
volta,
mi punisci.
Mentre
sei lontana
taci e
cerchi
di
affogarmi nel silenzio,
mi
chiedi scusa
appena
mi rivedi
ma
ribadisci
che è
un dolore duro
dover
mentire
per
vedermi.
Lo dici
a me
che
rubo e che spergiuro
per
averti.
***
Risveglio
Sorveglio il mondo
che sta
tornando
al
giorno
dietro
la piega
del tuo
viso
addormentato
oltre
il respiro
che ti
attraversa
il naso
dentro
il sorriso
che il
sogno ti ha lasciato.
È la
gioia dell’amante
nell’amato,
per ciò
che è,
sì,
nascente
nel suo
stato
appunto
risorgente
e mai
del tutto nato. |