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Smerilliana
Semestrale di civiltà poetiche

 
 
     
   
       

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Poeti Italiani

SIMONE ZAFFERANI

Nove poesie da questo transito d’anni

 I 

non conosco che il mio dolore, e gli somiglio
e gli sarò fedele
nelle attese che chiede per inibizione.
Le sue parole sembrano quasi mie,
così che non è lecito tradirle, condurle
in altro luogo, vicissitudine o recinzione.

II

somiglio al mio dolore, sia che lo voglia
sia che me ne sottragga
(tramontana insonne sferza il tronco.
Sprigiona
dalle secche della disperazione
dalle disperazioni di stagione.)

*** 

…un grido è meno
che un murmure a chiamarli.
Vittorio Sereni

avvicinate i morti gli uni agli altri.
Scostateli dai muri. Fatene un cerchio
che prema i confini al silenzio ostile,
contro l’oblìo. Salvacondotto della gloria
feritoia dei martiri. Visti in processione, mormorano
parole come mollica di pane al passaggio.

Questa gerusalemme irreale
questa rovina purgatoriale. Fate grumi d’ossa e
macerie. Un cerchio che ritroveranno tra secoli.
Il segno del passaggio, dai pozzi del cuore
all’inferno delle viscere.

Macchiate di sangue la strada, come
avventori appestati untori. Anche questa
ennesima fine va celebrata.

(Qui manca una spina, un dorso)

*** 

imparare l’orizzontale. Dimenticare lo slancio,
la vertigine.
Credere ad un passaggio obbligato,
credere che
è buona e giusta la sottrazione di sé.

(nei giorni più maturi dell’anno, dovevamo
ripararci, cercare l’ombra. Inseguivamo lucciole, volevamo il bosco,
l’accondiscendenza della quercia, lo stupore dell’ortensia,
il mistero delle ditate gialle sulla porta.
Venivano a chiamarci
per una liturgia immancabile. Il tempo
era una tessitura d’alfabeto, la rima impronunciabile)

Se ce lo aveste detto:
– il tempo è cicatrizzazione, scarto –
non vi avremmo creduto
vi avremmo mostrato la pazienza del mandorlo.

(estate dopo estate le lucciole si estinsero.
Avevano appreso che
chi vola si spegne)

*** 

I

autunno che ci contiene
a mani giunte
in una stanza che è tutte le stanze di chi veglia.

II

su una tazza riversa posa una preghiera assorta.
Ascolta come esercizio di una pazienza dovuta.

III

perché dovremmo credere che la luce assolva
i muri scrostati dall’inquietudine?
(ancora gli anni premono alle tempie,
e un mattino, svegliatosi prima del tempo,
sorprenderà la notte nelle piaghe dei crocevia
dove ostinata cresce un’erba invisibile)

IV

anche di questi stupori è fatto l’autunno
se sai mantenerne l’assenso
se lo trattieni in una stanza che invecchia a contenerci.
Altrimenti perché destarsi prima della luce?

*** 

I

adesso perdonare non è che fare ordine
in questo trambusto d’anime e di stanze.
Quando diciamo: resistere al gelo, non diciamo che questo
ricreare uno spazio.

II

estrometterci dalla conta dei giorni, dei lavori forzati
assottigliarci in un rigagnolo di brina
nella povertà di cose messe in fila dall’inverno
con una grazia schiva.
 
III

perdonare quest’inverno che non parla mentre
decorosamente lo solchiamo.
Lui milita nella sua temperanza di deporre
di ritornare
tra queste arance, noci, fasci di lavanda ad essiccare
facciamo spazio agli sguardi evitati e resi, ai riti consumati
con la serietà dell’abitudine.

IV

adesso perdonare non è più credere, né sperare
è fare
perché un estremo pettirosso canti la sua durata
al braccio dell’inverno che annotta
il suo resistere.

***

«arrivederci amore»
devi dire piano. Sii onesto nel tuo
parco di abbandoni, sazi come mandarini giunti
a un dolcissimo disfacimento.

Credi alla maturità dura e cocente, a un sole
uscito tra le carte a dire: tutto è avvenuto come doveva.
In una quieta eresia del pensiero, prova
a ritessere il tracciato come lo credi, come poteva essere
o come è stato.

E ancora, credi. Affidati. Impara l’estesa
categoria della purezza, dei filari assolati che l’estate
se vuole imporpora di sé.
Passeggia ancora, dimenticando,
ripetendo che ogni abbandono è come
l’uva al suo stadio di fermentazione, un sole esploso
nella sua piena carità di fare
il giorno semplicemente più accogliente.

*** 

queste sere sono fatte per pensare
consentendo all’eclissi la sua forma.

Questo tempo chiede di mormorare
il pensiero di asciugarsi (accondiscendo
alla piana cortesia delle strade, alle vie del mormorìo.
L’assedio dell’assuefazione
perfetto nell’incrocio delle stelle coi ballatoi
è il più dolce decantamento).

Sembra d’intuire l’oltrenotte, aspettare l’ultima lunazione
– l’irrisione, la malasorte – semplicemente aspettando
per amica silentia lunae

stare nella più quieta stella e dissuadere
e rimandare, rimandare il disastro.

***

nel punto preciso del dolore il dolore finisce.
Nell’equinozio della calma e dello smarrimento
l’incontro presagisce il suo abbandono.

Nel centro del trifoglio esiste
la possibilità del quadrifoglio.

Nel sogno si rovescia il tentativo in resa
si disfa la trama della corda
avanza la più cedevole acqua
a barricare il mondo.

Nella betulla dorme la neve fatta goccia.

In un impensabile suono di flauto
resiste la forza degli anni;
sorveglia un diesis ostinato le procedure e le consuetudini
e le addolcisce.

Dove non sono arrivato io non dovevo arrivare.
Se mi sono assiepato percepivo lo strappo.
Se correvo da un punto, da quel punto percepivo la traiettoria
per disciplinarla.

Nella dispensa più vuota germoglia il bisogno del pane.

***

le mani hanno un peso. Che serve alle mani per esistere
per chiedere tregua alla castagna che brucia,
nutrimento e cura al consumarsi dell’albero
e fremere silenziose nell’ansia.

(come nulla posso fare della nebbia se non ascoltarla cadere,
riportare le occorrenze, farsi linea di faggio
presunzione di pesco,
così addomestico il riposo. Quello che cade nel recinto del ricordo

è un giorno qualunque d’autunno
in un luogo qualunque del pensiero

che ha rose e spini, e una mite gioia di vacanza. C’è un
                          [rincorrersi e uno scoprirsi e un chiasso di bambini)

Le mani hanno geometrie imprecise e la cavità degli anni.
Nelle pieghe affiora la maturità di chi ha cullato, trattenuto, lasciato.

Con silenzioso assenso le ceramiche accolgono chi aspetta un assenso.
Nell’impensabile varco tra il giardino e la camera
qualcuno ci chiede di onorare
una fredda festa di commiato
nel rito rinnoviamo il mito e lo benediciamo.

Solo nell’essere trattenuti siamo amati,
fatti vivi da chi ci stringe.
Nella perfetta clausura degli anni e dei libri sentiamo il peso delle mani che si        cercano.
Sulla soglia stentiamo a chiamarci per nome.

 
 
       
 
 
 

 

 

     

 

 

 

 

 

 

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