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PAOLO AITA
Intime dissolvenze. Icone della diminuzione del dolore
Un’infinità di luoghi letterari invocano la morte come soluzione
del problema del dolore sulla terra. Questo vero e proprio genere
letterario forse trova inizio con l’Ecclesiaste e finisce,
sicuramente non ultimo capitolo della riflessione, con Cioran, che
giunge a definire una donna gravida “portatrice di cadaveri”. In
realtà quella del nichilismo è una soluzione superficiale: il
vagheggiamento della morte appare una soluzione troppo repentina e
sbrigativa, troppo radicale, non tanto nel rapporto con la vita,
quanto nel rapporto con la dialettica. Si avverte subitamente la
costituzione di un resto irriducibile a quel gesto o alla morte
stessa. L’appuntamento con la morte in vero non è mai risolutivo
ma definitivo, manifestando purtroppo una fretta di giungere al
capitolo terminale che, in fondo, confessa un attaccamento alla
vita piuttosto sospetto. L’impressione complessiva, insomma, è che
nella morte volontaria ci sia una specie di vitalismo residuo tale
che, potendo raccogliere le forze per l’atto ultimativo,
testimonia una volontà o una capacità di fatto incontenibili
nell’atto stesso. Paradossalmente se c’è la forza di compiere
l’ultimo atto in fondo non tutto è finito. A ciò bisogna
aggiungere che questa è un’energia di valore non indifferente,
poiché carica l’ultimo atto di un significato o di un monito per i
restanti perfettamente comprensibile in un dato contesto: come se
il suicida con il suo gesto volesse affidarci un ultimo messaggio
già a partire dalla sua radicalità. In ogni caso essendoci il
pubblico, il contesto (le circostanze o le motivazioni), il media
(il mezzo utilizzato) mi pare che si possa pensare al suicidio
come a un atto linguistico, tra l’altro particolarmente esplicito
e significante. Rilke parlava di una felicità nella caduta.
Riflessioni di tenore simile vengono fatte da tutti gli autori che
hanno frequentato la visione della morte come porto riparatore il
dolore. Tra questi voglio ricordare Landolfi che riflette sulla
dilazione della morte attraverso la vita, situazione addirittura
generatrice di maggior cordoglio e dolore e necessitante perfino
di maggior coraggio, con un’inversione paradossale.
Lo
spirito di questo scritto è una superficiale e veloce carrellata
sui principali rimedi escogitati dalla cultura per la diminuzione
del dolore. Nel corso di questo, dunque, voglio soffermarmi sugli
autori che concepiscono e cercano di risolvere espressivamente il
problema della rappresentazione del dolore e il suo superamento,
quindi con i mezzi delle arti. Avverto che lo spazio che mi sono
concesso è una frazione del necessario e che il testo si pone,
dilettantisticamente, in una terra di nessuno, a metà strada tra
filologia e filosofia, con un metodo che ab ovo rifiuta il rigore,
ma cerca di giungere ad una propositività non di rado volentieri
esclusa dal rigore analitico. Non tratterrò neanche autori per
altro fondamentali, come Michelangelo, che nei suoi Sonetti giunge
ad invocare il sonno come rimedio al dolore, non quello “eterno”
ma quello notturno, questa la sua modernità, perché lo auspica
durevole “fin quanto dura la vergogna”. Bisognerebbe considerare
anche il vagheggiamento di luoghi esotici che punge autori come
Baudelaire o Gauguin, che sembrano proporre il viaggio o meglio
l’evasione dal proprio habitat, come riduzione del dolore. Questi
rimedi fanno parte dell’esperienza umana e sono l’argomento di una
composizione, non la soluzione del problema. In fondo il desiderio
è di superare la condizione di inviolabilità di questo sapere
testimoniata dall’Infinito leopardiano, massimo tentativo di
concepimento di una serenità metafisica soggiornando nel
materialismo più retrivo, quello illuministico. Devo aggiungere,
tra l’altro, che nella topografia intima di molti autori si
riconosce il tentativo di descrizione dell’inviolabile, basti
pensare a Conrad. Oltre questo luogo non si sa se ci siano altri
oggetti di conoscenza, situazione che mi sembra rappresenti
perfettamente la condizione della morte, forse l’unico luogo non
raggiungibile dal linguaggio, che genera una frustrazione ben
documentata anche dal “muro d’orto” di Montale. Da notare la bella
metafora riduzionistica che vede questi confinamenti metafisici
rappresentabili da comuni esperienze, come la geografia di una
collina o di un muro. Queste non sono semplici metafore ma il
dispiegamento del sapere in sé della poesia, della sua geografia.
Rimando al bel saggio di Ohly sul dolore della creazione (La
poesia come necessario frutto di una sofferenza in Geometria e
memoria BO, 1985).
Rapidamente inserisco le situazioni di Hopkins e della Dickinson.
Il primo nel Naufragio del Deutschland parte da un’esigenza di
ordine tipicamente e propriamente teologico: il sacrificio di Dio
dei suoi servitori per manifestare la Sua incomprensibilità e il
suo amore all’uomo (1 “mi hai chiuso carne, / e quasi disfatto” e
28 “Lui doveva sanare la sventura in cui l’aveva gettata / (...)
cavalchi in trionfo, finisca, affretti là il Suo verdetto” MI,
1987). La seconda attua il tentativo di una riduzione a misure
umane di tutta la metafisica. Questi autori, in fondo, risolvono
il problema con il ricorso alla filosofia, ed è una soluzione
piuttosto conosciuta poiché si richiede la sorveglianza della
ratio per controllare l’emotività. Ciò, naturalmente, si sarebbe
detto dell’antichità classica. La novità di questi autori è che
tale invocazione non è inoltrata come argumentum del testo, ma di
sé intesse la scrittura stessa. Con Hopkins infatti abbiamo, dopo
più di mille anni, la riproposizione in versi di un ragionare
teologico che fa la novità di questa scrittura. Nei versi della
Dickinson l’anelito al bello poetico passa in secondo ordine,
rispetto al desiderio di rappresentare un’infinitezza incagliata
nella quotidianità (641 “L’intrinseca grandezza non ammette / la
possibilità della calunnia / non più di quanto si curi di mosche”
e 649 “dovrebbe far ricerche tanto in alto / quanto la mano che
serve il dessert / per raggiungere il cielo” MI, 1988). La poesia
è dichiarata subito inabile ad ospitare un contenuto così
ingombrante e a porre riparo attraverso l’estetica. I frammentati
lacerti che sopravvivono e ci vengono recapitati, come se il poeta
fosse il postino e non l’autore, per massima deferenza rispetto al
vissuto e all’estetica, portano i segni di una deflagrazione
avvenuta in un luogo o in un tempo irraggiungibili e risentono
fortemente della mancata rappresentazione di questo evento. Nei
versi della Dickinson non si trova mai lo spazio per
l’autobiografia romantica.
La
soluzione più frequentata nella classicità pagana è l’opposizione
della bellezza al dolore. Attraverso un canone c’è la costituzione
di un’armonia che genera bellezza. La sua conoscenza è un sapere
mimetico, che, pur non occupandosi direttamente del nostro dolore,
ci dà i mezzi culturali per dominarlo. Questa soluzione che unisce
Platone e Vitruvio, Aristotele e Cicerone, dura esattamente quanto
dura il canone: alla fine del Rinascimento non appare più congrua.
Probabilmente l’inizio della modernità coincide con l’inizio
dell’epoca in cui non si guarda più frontalmente il dolore e
quindi non si può più opporre il suicidio riparatore, estremo
rimedio in voga presso la gens romana e ritenuto atto fortemente
dignitoso e aristocratico.
Il
Medio Evo tenta una soluzione del problema della rappresentazione
e del controllo del dolore che non sia un’elusione del problema,
ma un potenziamento delle capacità umane, dunque del sapere,
poiché l’unica impresa che valga la pena di essere compiuta è la
conoscenza in vita della morte, e in questo modo raggiungere
l’eternità. Anche la Divina Commedia è leggibile come un testo sul
dopo dolore (del peccato), o sul dopo morte, su una condizione
sconosciuta ai viventi e dalla quale è possibile addirittura
esprimere un giudizio sugli umani consimili. Qui sono di grande
utilità le descrizioni del “venir meno” del Poeta di fronte la
Divinità, nei momenti di commozione, cioè di condivisione del
dolore dei vari casi umani, e nelle situazioni di passaggio tra
due gironi (tra l’altro la situazione è sperimentata da tanta
letteratura: Che tipo di morte, di dimissione, si estende nel
vuoto tra un capitolo e l’altro di un libro? è di questo colore la
pagina bianca di Mallarmé?).
In
campo artistico la rappresentazione del dolore ovviamente non può
esimersi dalla raffigurazione del personaggio che ne è vittima. Da
questo punto di vista, dopo la fissità medievale, soprattutto con
Caravaggio, c’è un vero e proprio fiorire dell’espressività
anatomica e tragica, liberatoria, esattamente come nell’antichità.
Più importante ai fini di questa riflessione sulla diminuzione del
dolore, mi sembra una breve riflessione su un personaggio
trasfigurato, ma in senso opposto alle pose belliche dotate di
cavalli o armature che, ovviamente, propongono una risposta ben
più tradizionale. Direi che il dandismo ante litteram di questo
personaggio può spiegare, in parte, l’opposizione che incontrò in
vita Wilde. Alla supposta romana efficacia della forza e delle
armi si sostituisce una figura che cerca, al contrario, una terza
via, poiché la proposta del “grazioso” contraddice perfino la
ricerca della Grazia prescritta dal cristianesimo. È chiaro che
non siamo nel campo di Guardi o Donghi, dove è in gioco il sottile
limite tra normalità e patologia, ma al tentativo di suggerimento
di una distanza e di un’estetica che diano misura al dolore. Mi
riferisco al Gilles di Watteau. Questa figura sembra in costume ma
non ha la maschera, sebbene sia altrettanto artefatta. La postura
indica una specie di entrata in società, nella società della vita,
e di questa il personaggio sembra conoscere le pieghe più
recondite ancor prima di attraversarla. In realtà dalle sue
calzature sembra ansioso di entrare in un turno di danza.
L’ideologia del settecento è palese e qui dispiega le sue armi più
efficaci. Questo personaggio sembra costringersi alla negazione
del dolore ancor prima di conoscerlo. Dotato di spirito volteriano,
tratta qualsiasi situazione come se fosse un problema in cui sono
in gioco solo la misura e l’eleganza. È completamente sprovvisto
di espressione perché abbonda in seduzione. La soluzione fornita,
dunque, va nella direzione dello svilimento del dramma, contro un
io dotato di uno spirito talmente critico da vivisezionare anche
il dolore, una direzione forse preannunciata da Pascal e Bossuet.
In
campo musicale la composizione più esplicativa del tentativo di
trovare un rimedio al dolore forse è la Sonata N°10 in Do Magg.
D613/612 di Schubert. Già dalle prime battute appaiono due
caratteristiche fondamentali: l’incredibile distanza motivica del
primo tema dal secondo, con una sintesi non più praticabile, e
l’esistenza, già nella prima esposizione, di un ponte, organizzato
come una breve scala, con funzione non solo di passaggio tra i due
temi. È evidente che a Schubert non può più bastare né
l’organizzazione rococò del brano (con le sue infinite, fantasiose
e arbitrarie variazioni), né il suo procedere può essere
incasellato attraverso l’articolazione in blocchi della sonata
classica, con il suo dispiegamento tripartitico di tipo hegeliano
(tesi, antitesi e sintesi). Nessuna mediazione evidentemente è più
possibile tra i due temi, così viene inventato un rimedio allo
stridere e infrangersi l’un contro l’altro di questi, splendida
metafora dell’universale cozzare di forze e di sessi. Soluzione
viene trovata in una scala, che già prima dell’ultima esposizione
subisce delle variazioni ritmiche. Il passaggio da maggiore a
minore, l’articolazione dialettica, non sono più possibili: le due
parti sono inconciliabili e la sonata non viene risolta. Ad
indicare la situazione limite di questa scrittura basta riflettere
sulla mancanza di un movimento (tre invece di quattro),
rappresentazione evidente di un indicibile che trapela anche nelle
coeve pagine di Holderlin. Infatti nel secondo tema la scala viene
trattata come elemento in sé e come tale subisce le sue
variazioni. Il rimedio ha fatto dimenticare e dissolvere i motivi
del dolore e si costituisce come nucleo autonomo di riflessione.
Il terzo movimento porta il definitivo allontanamento dalla
problematica esposta, con l’emersione (soluzione poi diventata
canonica in autori come Brahms o Bartok) di un tema cantabile,
forse popolare, che ancor più lontano ci porta dall’esposizione
del problema e dallo scontro nel primo tempo. L’impressione che se
ne ricava è di un ritirarsi dall’agone del problema: Schubert non
sceglie la via beethoveniana di eroica opposizione frontale alle
avversità, ma sembra proporre continuamente una terza via, che
superficialmente appare una via di fuga. A questo punto,
ovviamente, la tentazione è quella di annettere passività alla
posizione di Schubert, (secondo l’opposizione Stravinskij/Schoenberg
nelle pagine di Adorno), come se questi avesse cercato di
divincolarsi dal problema senza risolverlo. In effetti la
posizione di questo musicista fino a qualche tempo fa è sembrata
di minor spessore teorico e umano rispetto a quella di Beethoven.
Questa opinione risente di un atteggiamento, mutuato dalle
avanguardie, per cui sembra che la necessità di gran lunga
predominante, splendidamente risolta da Beethoven, sia
l’innovazione e l’eversione del linguaggio. Qui, al contrario, si
assiste all’emersione di una nuova sensibilità che sarà portata ai
massimi livelli da Blanchot: la ricerca non verte più su una
soluzione tecnica. Si tenta l’approccio a un nuovo da raggiungere
non attraverso la proposta dell’inascoltabile, ma mediante la
pronuncia dell’indicibile. La grandezza di Schubert non consiste
nella novità della sua soluzione tecnica ma nell’aver fatto
emergere, dietro l’apparente gioco dei temi, un luogo in cui
l’aggiunta di ogni singola nota ci fa avvicinare, paradossalmente,
al silenzio. In Schubert la musica sottrae invece di aggiungere:
ogni soluzione non ci avvicina al problema ma lo allontana da noi.
In questo modo da una parte lo si può osservare in tutta la sua
complessità, dall’altra si genera un effetto flou la cui
descrizione costituisce la sola novità linguistica. La “divina
lunghezza” di questo musicista non è altro che il gioco strategico
di ripetizione o sviluppo, di descrizione o evasione dal problema
del dolore, fino a questa soluzione che contraddistinguerà gran
parte delle opere della maturità (Son. D958, 959, trio op.99).
Le
figure del cambio di scala e della trasfigurazione si trovano in
ogni pagina delle Feste galanti di Verlaine. Agita queste figurine
della commedia dell’arte lo stesso stratagemma che, nella
classicità, ha spostato nell’Olimpo la rappresentazione del
dolore. La morte per amore diventa una morte “exquise”, non saprò
mai se, per questo, meno delittuosa. Nella prima poesia perfino
gli zampilli “singhiozzano d’estasi”. Nella successiva si parla di
un personaggio diseredato e del ratto di una fanciulla: come si
vede il materiale umano è completamente alterato, e le stesse
colpe che altrove hanno generato pene e dibattimenti infiniti,
durante migliaia di pagine, qui sono trasfigurate dal fard e dai
belletti. La ripresa del settecentismo non poteva avvenire che
dopo il tradimento estetico e sentimentale del secondo
romanticismo. La rappresentazione del dolore, già sfigurata e
svuotata di senso dal dramma storico, diventa a questo punto un
semplice canovaccio su cui scivolano queste figurine, che si
inscrivono sul crinale di una effimera art pour l’art. Questa
anche la soluzione di Flaubert che ambienterà i suoi racconti in
contrade via via più esotiche per cercare di trasfigurare un
dolore di fatto già ben rappresentato nei primi romanzi. Agevole
però appare la visione in filigrana di una mentalità fortemente
cattolica, che non potendo più agire frontalmente sulla sostanza
etica del sentimento, trasferisce il dolore (non l’autore) in un
luogo fantastico abitato da personaggi la cui mancanza di spessore
e realtà diventa lo stratagemma per espungere il nodo cruento del
vivere.
La
regressione temporale sarà praticata anche da Schoenberg nel
Pierrot lunaire. Ovviamente la temperie culturale sarà del tutto
differente perché le maschere serviranno a raffreddare
un’innovazione linguistica altrove, come in Wagner e Mahler,
troppo calda e sentimentale. In realtà l’effetto complessivo si
pone alla stregua di quella ricerca sulla tonalità che in vero non
è più in relazione a un qualsiasi contenuto personale. Di fatto
l’impressione che si ha, al varco del secolo, è che l’invenzione
per ridurre il dolore diventi piuttosto tecnicistica e sbrigativa.
Da questo punto di vista troppo spesso si usa la risorsa della
mimesi riduttiva (il narratore di Proust che per cercare di
comprendere il suo dolore, ritorna al dolore per la mancanza del
bacio della buona notte), oppure si inventano varie necessità di
ordine linguistico per evitare la frontalità classicistica, di
impronta etica, del problema (i Manifesti delle avanguardie).
Finite le illusioni teoriche del primo novecento, sembra che si
ritorni al problema della conoscenza del dolore con, da una parte,
uno speciale empirismo (come i sacrifici cruenti negli happening
di Hermann Nietzsche), dall’altra una verginità conoscitiva e
stilistica degna delle migliori pagine del Fanciullino pascoliano
(le recenti raccolte di poeti come Ruffilli o Damiani). Tra
l’altro la regressione a uno spazio o a un tempo differenti,
singolare (come la propria infanzia) o collettivo (come
l’Arcadia), o i paesaggi naif, è una soluzione che caratterizza
tanto novecento, dalla pittura di Mirò a certo neo-classicismo.
Questa soluzione vive attraverso stratagemmi come la
de-personificazione o il transfert, spesso con un sincretismo di
miti piuttosto vistoso e un rinnovato classicismo davvero
impressionanti. Questa soluzione è confinata subito e radicalmente
nelle cronache dell’arte. L’infanzia, nell’opera di Freud e poi in
quella della Klein, diventa il luogo in cui si ospitano pulsioni
mostruose per intensità e inconciliabilità. Direi quindi che la
praticabilità di questa soluzione è purtroppo limitata dai
teorici.
Più fondato come tentativo di riduzione del dolore mi sembra la
restaurazione estetica. Secondo questa ipotesi le risoluzioni
estetiche sono degli assoluti e, in quanto tali, uguali per tutte
le epoche. In conseguenza di questo è possibile trasportare nel
nostro tempo modi di altri, con una patina estetica solo in parte
coincidente con l’apparenza avuta nei secoli precedenti. Mi
riferisco ad autori come Nyman o Part in musica, o D’Angelo in
poesia. Avverto innanzi tutto che questa soluzione non è
esclusiva, poiché anche campioni dell’avanguardia, come Webern (il
Concerto e le opere coeve) o l’ultimo De Chirico (i Cavalli o gli
autoritratti), la hanno fatta propria. In special modo il
riferimento alla terza persona nelle composizioni di D’Angelo,
richiama una ritualità sospesa in un anti-tempo. Queste sono
memori della lettura di grande spessore dello Stil Novo in terra
anglosassone, quindi del Pre-raffaelitismo specie pittorico. Mi
sembra che i tre poeti comunque superino la problematica di una
supposta semplice riproposizione estetica, per riaffrontare il
tema di una visione veracemente umanistica, forse appena
consolatoria, comunque di grande fascino. Lo scenario ridiventa
appassionante per chi pensi che l’animo umano abbia sempre bisogno
di essere sondato. |