[ home ] [ indice degli autori ] [ numeri pubblicati ] [ rassegna stampa ] [ link ]

     
 

Smerilliana
Semestrale di civiltà poetiche

 
 
     
   
       

PUBBLICAZIONI

     
 
   
 

 

   

 

   
 

Arcipelago

MARCO ALBERTAZZI

La donna come cifra ne L’Acerba di Cecco d’Ascoli 
alcune considerazioni

 Contenuto 

1. Sul sogno – 2. La tirannia dell’età acerba – 3. Amore celeste e amore terrestre – 4. Al limitare del mondo – 5. La calamita 

La Donna rappresentata ne l’Acerba etàs1 (d’ora in avanti L’Acerba) di Cecco d’Ascoli è il simbolo della parte che l’uomo deve necessariamente ri-accorpare per riscattare il torto originario a causa del quale si è consumata la caduta su questo mondo. La presenza della Donna funge, quindi, da vettore capace di condurre l’uomo in seno al “Factor benegno”.
   Quando Cecco descrive le donne, definisce un aspetto della natura interiore e oggettiva della Donna-tutto2. Per questi motivi la Donna è “vissuta” da Cecco come un’esigenza: senza di Lei non è possibile “ri-cor-dare”, ossia ridare al cuore, nel senso di ricondurre l’essere al centro del mondo, quanto nel presente appare remoto. Ricordare è riappropriarsi nuovamente delle virtù che animavano l’essere anteriormente alla caduta3, l’essere tutto precedente la contingenza degli eventi. La concezione che Cecco ha del tempo è quella tradizionale di un costante ed imperturbabile decadimento del mondo che si manifesta attraverso la decadenza dei costumi.
   La volontà dell’uomo può, secondo Cecco, ogni cosa, anche sfidare la fortuna4. L’amore e la volontà portano l’uomo alla conoscenza ultima delle cose, all’“origine” di ogni cosa. La Donna è la risultante di tante donne quante sono le virtù che bisogna avere per accedere al livello massimo di “consapevolezza”. Per converso, la Donna sarà anche la sommatoria delle donne che incarnano i molteplici vizî che l’animo dovrà superare per arrivare a comprendere «quella donna».
   Cecco ha avvertito la necessità di scrivere la sua opera, non perché sentisse il bisogno di “illuminare” i suoi contemporanei con una scienza di tipo empirico5; ma, al contrario, perché riteneva minacciato alla base il sapere tradizionale e le sacre istituzioni che il suo tempo pretendeva di cambiare e che, infine, ha cambiato. La polemica con Dante è a quest’altezza: Dante, secondo Cecco, è un eretico perché innova i costumi, intellettualizza l’amore radicalizzando ulteriormente la già paradossale concezione amorosa trobadorica. Il conseguente estraneamento dalle vicende terrene della donna con l’interiorizzazione del “fatto” amoroso è la gnosi espressa nel manifesto del Guinizzelli Al cor gentile rempaira sempre amore.

1. Sul sogno 

Quando Cecco scrive «Non iudicar se tutto non vedi», prende in considerazione la possibilità di vedere il “tutto”. 

El tutto nelle parti si divide:
e quest’è la virtude difinita
che sotto lei ciascuna s’aside.
Convien ch’i’ canti della giusta donna
in prima, poi dell’altre della vita;
per più vedere la tua mente sompn(i)a,

e mira nell’aspetto di costei,
che tanto piacque sempre agli occhi miei6.

    La differenza tra guardare e vedere è determinante perché è possibile guardare “tutto” senza veder niente, mentre, al contrario, il vedere implica un oltrepassamento della dimensione puramente mondana a cui è relegato il semplice guardare.
L’oltrepassare la dimensione fisica, della molteplicità delle parti in cui «el tutto nelle parti si divide», per giungere a quella metafisica dell’unità, rappresentata dalla Donna, avviene per mezzo del sogno. Il contatto col mondo del sogno è stabilito dalla mente la quale permette all’individuo di “mirare” «nell’aspetto di costei» con gli occhi. Questo vuol dire che la visione non è fantastica ma metafisica, cioè non astratta ma concreta7.
L’immagine di “quella donna” è collocata da Cecco nella sfera dell’immaginale inteso, con Corbin, come massima rarefazione della realtà tangibile.
L’importanza attribuita da Cecco alla sfera dell’immaginario va oltre l’inciso gnomico d’esordio della parte dedicata ai sogni: «or di’ de questi sogni, / ch’ onne ignorante ne cura sì pocho / e dice che del cerebro abisogni»; precede questa parte quella relativa alla questione che l’allievo pone al maestro sulla possibilità di giungere a vedere Dio faccia a faccia; Cecco sentenzia: «Et io a te: or qui conven ch’ io taza». Che la sezione dei sogni venga anticipata da una tematica tanto difficile per stessa voce dell’Autore è segno dell’alta considerazione di cui la materia godeva al tempo in cui l’opera è stata scritta. D’altra parte l’uditorio cui L’Acerba si proponeva era sensibile alle suggestioni emanate da certe materie; se da una parte Cecco accoglie queste esigenze, dall’altra egli finalizza l’insegnamento sempre verso una comprensione superiore del creato:

Delli cattivi voglio che tu godi:
ché nessun vede come nasce ’l sogno,
sì come ti distingo qui, in due modi:
quel che la mente nostra pur disia
di darli fede di ciò non fa bisogno
perché tal sogno vien da fantasia. 

Ma l’ altro sogno, che dal cel procede,
non cogitato punto di figura,
che l’alma future cose concede,
contemplativo sogno questo chiamo.
Non à intelletto che di ciò non cura,
e non sanza cagion lui disiamo8.

   Il sogno contemplativo procede dal cielo ed è da distinguere dal sogno che proviene dalla fantasia, in quanto vano. In questa rappresentazione dell’Ascolano è possibile scorgere più di un suggerimento al ‘mundus imaginalis’ descritto da Corbin. Anzitutto la distinzione tra i diversi aspetti, o ‘ambiti’, dell’immaginazione. Quella vana e quella necessaria. Nel cielo Cecco sostiene che è possibile scorgere le cose future aggiungendo che non ha intelletto chi non si cura delle manifestazioni del sogno perché, spiega, esso procede dall’alto. E l’alto ispira domande con cui il discepolo deve confrontarsi; una di queste è sul destino dell’uomo:

one natura è creata al fine,
la qual, da l’ alma, non è in questo mondo;
ma quando vedrai il suo Fattore
da vista a vista, coll’altre divine,
sentira’ pace coll’eterno amore9.

 2. La tirannia dell’età acerba 

La virtù ha per Cecco un valore etico e ‘iniziatico’. Etico perché senza una retta condotta si cade nel vizio, perdendo così di vista quello che è il fine ultimo di tutte le cose: il sommo Bene. Ha un valore iniziatico in quanto alla virtù globale si arriva attraverso la conquista di ogni singola virtù alla quale è contrapposto, secondo il topico sistema binario adottato da Cecco, un vizio. Il valore iniziatico è finalizzato alla realizzazione dell’essere il cui intelletto potenziale diviene totalmente agente.
   La dicotomia stabiliana non è, tuttavia, irriducibile: la contrapposizione tra i vizi e la virtù si risolve con la Donna che è accentratrice di ogni singola virtù e dunque capace di oltrepassare qualsiasi polarità.
   I vizi e le virtù appartengono alla sfera del contingente, materiale e tirannico:

Questa è radice di tutti peccati
e fu del primo, volendo la Siede,
quelli maligni spiriti dampnati.
Puo’ piobe en terra questa iniqua setta,
da cui lo male per enganno prociede,
e fa la vista de lo ben sospecta10.  

   “Quella” Donna appartiene alla dimensione “altra” rispetto a “questa”.
   La virtù della Donna in Cecco risulta scomponibile nella virtù “tipo” cui ogni donna è portatrice in quanto parte di quel tutto che «nelle parti si divide».
   Il “lei” del verso 39 (1017) è riferito solo indirettamente alle virtù, per via diretta “lei” si riferisce invece alla Donna, poiché «sotto lei ciascuna [virtude] s’aside». In questo modo diviene intelligibile il passaggio che porta Cecco ad identificare, nel verso successivo, la virtù con la «giusta donna / in prima, poi dell’altre della vita». Ed il senso risiede per intero in questa “vita” che attraverso il sogno – inteso come volo interiore: «per più vedere la tua mente sompn(i)a» – permette di vedere «nell’aspetto costei, / che tanto piacque sempre agli occhi miei».
   Costei è la Donna-tutto che sarà possibile vedere soltanto al termine del percorso intrapreso e che passa attraverso ogni singola donna quasi fossero altrettante ‘prove’ con cui l’allievo si deve misurare, tra i vizi e le virtù mondane. Nel terzo libro (2046 - 2050) Cecco esprime l’“alta visione”: 

Da lei comprese forma il mio intelletto,
mostrandome salute gli occhi suoi
mirando la virtù del suo cospetto.

Dunqua, io so’ ella, e se da me se sgombra,
allor di morte sentiraggio l’ombra.

   La virtù ultima, che coincide con la Donna-tutto, non è rappresentabile se non interiormente. Per spiegare l’“evento interiore” Cecco utilizza referenti che sono “esterni” solo in apparenza – la molteplicità della donna –; più propriamente si tratta di trasposizioni simboliche. La Donna-tutto è preceduta dalla descrizione delle donne “specializzate” che, per alcuni aspetti, sono accostabili alle donne-schermo rappresentate nella Vita Nova di Dante. Infine la morte, cui fa riferimento Cecco nell’ultimo verso, non è quella corporea, ma la morte dovuta alla materializzazione dell’anima, non più in grado cioè di mediare tra la dimensione corporea e quella spirituale.
   Vedere il tutto equivale a vedere la «donna sopra tutte stelle». La diretta relazione riscontrabile all’interno della strofa citata, tra la virtù e la donna, sembra avallare la teoria dell’identificazione dei due termini espressa dal Lauchert11. Tuttavia la virtù è l’informazione che congiunge il sensibile con l’energia. L’energia, in questa rassomiglianza, è la Donna intesa come coincidentia oppositorum12. Quindi, per Cecco, l’informazione è un particolare tipo di questa energia, come si deduce dalla definizione della virtù riportata nel capitolo precedente del libro («... è abito elettivo / ch’è nel mezo di due parti exstreme / onde procede lo bene effettivo»13). I due estremi sono la mondanità e Dio, e l’equilibrio che si instaura tra questi due estremi è determinato dalla virtù, ossia dall’informazione che conduce verso la Donna-tutto.
   Questa concezione della virtù, come mezzo per giungere alla Donna-tutto, ha un carattere nettamente tradizionale, riscontrabile non solo nella cultura classica occidentale, ma anche in altre culture; per esempio, il concetto di equilibrio mentale ha un suo esatto corrispettivo nel termine sanscrito samadhi, “meditazione”: «Entrando nel samadhi di purezza [si ha] una visione che penetra tutto e permette di divenire coscienti dell’assoluta unicità dell’universo»14.
   Possedere la virtù vuol dire raggiungere l’equilibrio, arrivare ad avere la coscienza di ciò che si è tramite la conoscenza. È possibile, dunque, che la ricerca della Donna possa in Cecco coincidere con l’acquisizione del femmineo connaturato al fine di ricostituire l’androgine. Le inclinazioni astrologiche contrarie sono superabili, come si è visto poc’anzi, con la volontà di conoscere dell’individuo: 

Iudicio procede da savere:
con scritta legge riceve ripulsa
exceptuan(l)do il singular vedere;
per una vista iudicare ‘l fatto,
sentenza di virtude si reculsa.
Di ragion sempre si correge ‘l fatto15.

Non è possibile, pertanto, accogliere quelle istanze che pretendono un Cecco d’Ascoli astrologo succube della propria materia: egli distingue ciò che è la scienza da ciò che è la conoscenza; e questo è comprovato dal fatto che Cecco impartisce all’allievo nel libro IV concetti che erano invisi al potere ecclesiastico (magia, fisiognomica, alchimia) per ‘onor del vero’. 

2.1. –  Amor, s’è vizioso, poco dura;
s’è per virtude, ognora si ferma,
ché l’anima nel ben si trasfigura16

   L’amore conduce alla “Donna-sapienza” se si mantengono inalterate le proprie inclinazioni individuali17, e in ogni momento s’acquista nuovo vigore perché sull’anima dell’amante agisce l’influsso dell’amato, l’“inconcepibile” a cui la sola ratio non può giungere.
   Questa esperienza avviene per una “illuminazione” ad opera del sommo Bene che si “trasfigura” nell’anima: 

Amor che non comenza en ferme stelle
vaccio s’accende e tosto si discherma,
partendo disdegnando l’alme snelle18

   Tradizionale è questa concezione dell’amore, inteso come principio naturale19 che si “stabilizza” a seconda della costellazione in cui si trova ad agire.
   Il concetto di Donna è esemplificabile nel dominio della virtù morale da parte dell’uomo (donna <lat.domina). Senza la virtù non si giunge infatti, secondo Cecco, al dominio di sé, della parte latente, del lato femmineo dell’uomo. Una esemplificazione di questo concetto si trova nei seguenti versi: 

Così fa l’alma quando è donna tutta:
destrugge qualitade viziosa
sicché nel male l’omo non deserra
e tra’ nel bene la vita dapnosa.

Contro a fortuna ogni uon po’ valere,
seguendo la ragion nel suo vedere20.

   L’anima «quando è donna» è appunto padrona di sé stessa. Significativi, riguardo al rapporto che intercorre tra i termini virtù e Donna, sono i versi  

Po’ che sarano gli occhi tuoi experti, 

no’ canteremo delle done sante
or disfinendo, perché, come e quante21.

    Se la virtù ha carattere informativo, la Donna ha sempre carattere “oggettivo”, un ruolo definito per potenza:

O guida sancta di quest’altre donne22

Di tutte l’altre donne quest’è nave
e guida, riposando nel suo cerchio,
pur combattendo colle donne prave23.

   e così via.
   Il carattere sempre definito della donna si fonde necessariamente col carattere “informante” della virtù: 

Ma come spira il Sole il suo splendore,
e come pianta nella sua radice
24
virtù con l’alma giunse il suo Fattore25

2.2. – L’anima diviene Donna per mezzo della virtù assegnata da Dio. Se si discrimina dalla Donna la virtù, si ottiene, secondo Cecco, la schiavitù tanto trascendente quanto materiale, secondo quanto esposto nei versi:  

Da lei discende fera servitute
che legge impone a cui donna comanda,
stando subietti alla carnal salute.
O servi tristi, o comperati schiavi,
perché‚ l’atto carnal così v’ofende,
che contro a Dio vi fa cotanto pravi?26  

   La Donna senza la virtù è la femmina dalla quale rifuggire: 

De, non credete a femina sciocca,
e non v’accenda sua fitta bellezza,
ma risguardate come dentro fiocca27

   Al topos della passione che arde dentro, si sostituisce l’immagine del gelo o, più avanti, al verso 52 (1710), quella del fuoco infernale. La virtù è l’indispensabile attributo della donna, come espresso all’inizio del libro terzo ai versi 5-12 (1915-1922): 

trasforma [la virtù] l’alma nella cos’amata
non variando l’esser del subietto. 

Questa virtù è coll’animo unita
nel suo creare, come Sole e luce,
che fu in un tempo lor forma finita.
Lassando l’ore delli acerbi giorni
poi nel disio l’alma si conduce
donna mirando colli affetti adorni.

   La virtù è un “enzima”, ed il processo di trasformazione dell’anima «nella cos’amata» non crea scompensi all’essenza, all’«esser del subietto». La natura spirituale si trova ad un piano inaccessibile per la ragione anche una volta che questa abbia riconosciute le donne che incarnano le virtù e quelle che incarnano i vizî. Cecco ricorre quindi, per un “rafforzamento dell’anima”, alla concezione dell’amore. La concezione amorosa ha come punto di attrazione dei vari attributi “morali” la Donna. L’intelletto che percepisce e le cose percepite, soggetto e oggetto, si fondono per giungere a costituire l’esperienza metafisica.
   Ma occorre fare attenzione: nell’esordio all’opera Cecco afferma che «Oltre non giunge la nostra luce» e questo vuol dire che l’infinità vera è illimitata perché origine di ogni limite è nella mente. Non è possibile comprendere l’infinito, ma è possibile concepirlo e soltanto chi con questo infinito si identifica realizza la propria essenza.
   Cecco esplicita dunque il detto evangelico «Regnum Dei intra vos est», ma non come viene professato ai fedeli di una parrocchia, bensì come sanno coloro che sono fedeli ad amore.
   Il Poeta compie, nei luoghi salienti della sua opera, una vera e propria immedesimazione con l’infinito che la figura della Donna rappresenta in forma si potrebbe dire gnostica. La concezione amorosa trobadorica è respinta da Cecco perché la volontà e non il desiderio può appagare l’uomo. Senza questa volontà di perseguire la virtù, la Donna apparirà femmina, la potenza non si esplicita nell’atto, e quindi perde la propria ragion d’essere l’intera ricerca.
   Quanto appena esposto esplica i motivi che possono aver indotto Cecco ad accettare la scomposizione topica tanto della virtù che della Donna. Le varie componenti della Donna-tutto sono esposte “in serie”, differenziando sempre i due diversi ambiti di informante e informato. Nel libro terzo vi è la scomposizione della Donna, mentre nel libro secondo Cecco scompone la virtù, che come «El tutto nelle parti si divide». La volontà dell’uomo matura dal momento in cui egli è in grado di riconoscere e distinguere ogni singola virtù dal vizio che le si contrappone.
   È, d’altra parte, rilevante il fatto che ogni donna, che costituisce la Donna primaria, viene identificata in una sezione ‘dedicata’ come è quella del bestiario con un animale.
   Nell’ultima sestina del libro secondo, Cecco spiega perché identifichi queste donne con gli animali: 

E queste donne triste qui le lasso,
e ‘ntendo di seguir altro camino
da questa riva, con più dolce passo,
di certi animali e prieta far somiglie
parlando in questa parte più latino,
che.la comune gente qui si sveglie.

Comincio prima dall’altier valore,
dicendo onde procede e ch’è amore28

   Il cammino percorso sulla strada delle virtù risulta qui portato a termine. Il “tutto”, per poter essere concepito, ha bisogno di essere scomposto, e l’effetto di questa scomposizione sarà quello di consentire una migliore intelligenza dell’Opera naturale da parte del lettore.
   Così, «da questa riva, con più dolce passo», Cecco approda al compimento interiore ed universalizzante dell’amore. L’Autore è allietato dalle cose che “vede”, anche se da questo momento il discorso diventa arduo. L’identificazione di Cecco con «quella donna» è il risultato di tutte le scomposizioni precedenti. Scomposizioni interiori, vista la coincidenza di Cecco col maestro del libro IV, che hanno come esito ultimo una “visione” della Donna che risponde a requisiti propriamente alchemici.
   La donna di Cecco è una Donna alchemica, risultato della ponderazione dei vizi e delle virtù. La ricostituzione degli elementi implica la “sensibilizzazione” dell’essere che ne usufruisce.
   Parlare «più latino», affinché «la comune gente qui si sveglie», è la conseguenza immediata di questo nuovo “paesaggio”. Parlare «più latino» non è per Cecco ricorrere semplicemente ad un topos, ma utilizzare particolari tecniche di racconto: il distico monorimo di chiusa dei capitoli, e la forma dialogica di cui si serve soprattutto nel libro IV, sono le principali tra queste tecniche.
   Il fine è l’identificazione dell’intelletto con «quella donna». Tale identificazione dovrà intendersi nel senso di una acquisita conoscenza del proprio essere da parte dell’Autore, ossia della capacità di discernere le varie componenti che formano la natura: componenti simboliche e morali (vizi, virtù, animali), scientifiche (microcosmo e macrocosmo). Ogni distinzione presenta in Cecco un punto mediano in cui le varie componenti si equilibrano: il risultato finale è ancora la Donna generata-generante.
   La conoscenza tramite la virtù è il mezzo per ottenere, attraverso un atto di volontà, l’immedesimazione col tutto, cioè con la Donna:

Da lei comprese forma il mio intelletto,
mostrandome salute gli occhi suoi
mirando la virtù del suo cospetto29.

3. Amore celeste e amore terrestre
(La distinzione stabiliana “Donna” - “femmina”) 

3.1. – Donna e femmina 

   La Donna che, dal «beato loco» in cui risiede, scende nel fango, degenera allo stato di femmina. Muta la propria essenza di donna nell’impurità del corpo.
   Ad esser condannato nel capitolo sulla lussuria non è il rapporto sessuale quanto, piuttosto, l’appetito sfrenato che la femmina suscita ai danni della volontà: 

Lo spirto, che tien la vita, invola,
offende e tolle virtuosa fama,
che disonesta per lo mondo vola,
distrugge ‘l senno, conrompe la legge,
fa nella mente di desio brama,
conturba sovra ‘l cel che tutto regge30.

   La sapienza non è “femmina-materia”, bensì “Donna-Intelletto”. Non è femmina perché alla femmina è data la sola possibilità di procreare corpi materiali. La necessità del ricongiungimento a «quella donna» invece è un’esigenza che ha l’anima di riconquistare, attraverso un atto arbitrario, la propria integrità originaria. La Donna è quindi la dominatrice del processo che la investe: è creazione intellettuale e naturale ad un tempo.
   La Donna-intelletto è opera di “distillazione” che l’uomo compie per riuscire ad operare l’intermediazione tra la sfera spirituale e quella corporale. La Donna è la coscienza di questa distillazione, è la Profetessa.
   In quest’ordine di idee Cecco non si spiega come Dante avesse potuto operare tale distillazione servendosi di un corpo materiale, quello di Beatrice, di colei cioè che dovrebbe invece dare beatitudine. Un corpo contaminato dalla mondanità, ed operante addirittura nella fase finale della commedia ultramondana. Tutto questo doveva apparire a Cecco, e non solo a lui, alquanto singolare: nel descrivere la sua donna Cecco scriverà che «Questa è la donna, qual mai non coverse / Spera de l’umana qualitate».
   La Donna-Intelletto può essere messa ancora in rapporto con la sapienza alchemica del mondo, poiché l’amore è l’Ente che permette all’uomo di comprendere i moti del proprio animo. I paragoni o le similitudini mondane sono, al contempo, modo d’inizio e mezzo d’uscita per i cosiddetti “soffiatori” che si attengono all’ambito del sensibile. Il «soverchio disio» di Cecco non è più un amore terreno, ma un «dolce foco» che ne scaccia l’ignoranza e ci illumina di desiderio spirituale. 

3.2. – La Donna. 

   La Donna è il risultato della conoscenza “attivata” dalla virtù, e rappresenta la “rifondazione” dello stato primordiale antecedente a quello attuale di degenerazione31. Da questo punto di vista non mancano richiami alla società del suo tempo, come l’esortazione affinché «la comune gente qui si sveglie».
   All’identificazione, in Cecco, della Donna con la conoscenza era già pervenuto Luigi Valli quando scriveva: «Ora la sola “donna” che sia esistita “innanzi il comenzare”, cioè a dire prima della creazione, non può essere se non quella per mezzo della quale la creazione avvenne e cioè precisamente la divina Sapienza e cioè precisamente l’amorosa Madonna-intelligenza l’eterna Sofia, la mistica Sapienza che ricollega Dio all’uomo e che è fonte di ogni virtù e Beatrice dell’anima umana. Ecco che cosa si deve intendere con sotto benna»32.
   Il vedere “tutto” dell’Ascolano porta a due ordini di considerazioni: il vedere come avvenuta catarsi da una parte, e il vedere come oggetto di raffigurazione dall’altra. Nel primo caso si ha l’effetto purificatore della Donna, descritto da Cecco in numerosi luoghi del poema:

Amor dell’atto quanto è più lontano
tanto è più possente ‘l dolce foco
che tien gioioso sempre il cor umano.
Ardendo il fa la vita il ben sentire
donna mirando nel beato loco
che pace con dolcezza par che spiri33

   O poco più avanti:

Costei fu quella che prima mi morse
la nuda mente col disio soverchio,
che subito mia luce se n’acorse34.

    L’aspetto purificatore della luce che come il fuoco arde le impurità, è un topos tradizionale35. Quello che invece dà la dimensione poetica di Cecco è il rapporto giocato sul simbolismo Sole / luce36. La luce è chiaramente l’anima, il Sole è la teofania dell’assoluto. La luce è l’atto che l’uomo compie purificandosi e, come è stato poc’anzi rilevato, ha uno stretto rapporto col termine foco. Foco rima con loco, così da saldare il legame che altrove Sole ha con luce. Il loco è palesemente il Sole. Per questo motivo l’anima nel suo atto (purificatore) permuta la Luna col Sole. La Luna è la soglia da oltrepassare: sotto c’è la terrestrità del corpo coi suoi elementi; oltre lo spazio dei pianeti vi sono le cause. Chiara è la contrapposizione Sole-Luna dei versi: 

il terzo aspetto, dico, nel sestile
s’è permutando la Luna col Sole,
o anche l’oriente s’è simile37

    La concezione che Cecco ha dell’amore è riassumibile forse con il verso «Amor dell’atto quanto è più lontano»: nella strofa in cui il verso si trova Cecco analizza le varie componenti che costituiscono la propria “visione” amorosa. La Spannung è rappresentata dalla constatazione di «Dunqua, io so’ ella». Questo è anche il punto in cui la catarsi si compie. I due aspetti coincidono nella totale identificazione con l’essere amato:

Esser non può che sia la mente nuda
d’amar amante, dico, più e meno;
or voglio che tal detto in te si chiuda.
Se altri t’ama volli esser sperto;
or mira se tu ami e como a pieno
d’amor, e di contrario serà certo38.

   L’amore potenziale diviene amore in atto grazie all’informazione della virtù, identificandosi nella Donna comprendente tutte le virtù:

Questa virtù è coll’animo unita
nel suo creare, come Sole e luce
39
che fu in un tempo la forma finita.
Lassando l’ore delli acerbi giorni
poi nel disio l’alma si conduce
donna mirando colli affetti adorni40.

   L’amore in atto è la virtù di amare il fine, vale a dire un atto di volontà che spinge l’uomo alla meta.
  D’altra parte la trattazione dell’Amore partiva già, nel capitolo I del libro IV, dal presupposto che l’anima intellettiva potesse identificarsi con l’unità: 

I’ voglio qui che ‘l quare covi il quia,
levando l’ale dell’acerba mente,
seguendo del filosafo la via41.

   L’anima intellettiva s’identifica con la Donna-tutto come «permutando la Luna col Sole» e, a permutazione avvenuta, si è in grado di guardare «donna come Sol in fango». Questa è la Donna che sta «nel beato loco». 

3.3. – L’angelo 

   Lo stato di potenza possiede la naturale virtù per effetto del sommo Bene; tale stato può divenire agente, ma non fino a raggiungere il puro atto. La perfezione a cui può arrivare l’uomo è infatti quella angelica: 

Sopra ogni cel substanze nude
stanno benigne per la dolce nota
ove la pietà non occhi chiude
e per potenza dell’altru’ virtude
conserva ‘l giro di ciascuna rota
onde di vita ricevem salute
42

   Il processo che porta l’uomo ad un “assottigliamento” dei sensi è conoscitivo: 

Perché la conoscenza d’intelletto
conduce l’uomo per diritti rami,
onde si segue il glorioso effetto,
questa sia specchio della tua speranza
per qual tu vedrai li santi rami,
che sopra tutti celi ciascun avanza43

   In questa prospettiva diviene indispensabile una costante ricerca delle cause atte a guidare la speculazione: 

S’io avessi conoscenza, qual io bramo,
de bestie, sì come delli umani,
non amaria molto ch’io amo.
Amore, et anche l’odio, disface
la conoscenza colli pensieri vani,
fin che nel giorno che speranza tace44

   Il metodo scolastico delle domande e delle risposte trova, secondo Cecco, nel dubbio la propria ragion d’essere: 

Del dubitar querendo è gran virtude,
che l’amirar della prima gente
fece noi certe dell’altre vedute45

   Nel momento di ‘critico’ vi è l’unione di tutte le virtù. Questo evento “trascendente”46 appare come un’unità che porta con sé numerose componenti le quali, attraverso la conoscenza, permettono di accedere all’unità più vasta. È un tema trattato in molti passi, e soprattutto in quelli dove Cecco parla di sé: 

ch’i’ ho speso il tempo di mia poca vita
in aquistar scienza o onore
e in servir altrui co l’alma mita47

3.4. – La femmina 

   Fino a questo punto si è visto come l’anima intellettiva persegua la “Donna” ed in essa cerchi l’identificazione. È possibile, col metodo delle scienze occulte, far sì che sia la donna a provare amore. In questo caso, però, l’artificio della magia è un atto contro natura poiché, alla volontà dell’individuo a divenire cosciente, si sostituisce l’individuo che si serve della propria volontà per plagiare il prossimo; l’anima dell’uomo degenera nell’uomo animale.
   La Donna-anima decade allo stato di donna-animale, cioè in femmina; il risultato non potrà che essere quello di un amore esclusivamente carnale: 

Move la fantasia della donna
con queste cose, ardendo nel disio,
sicché amor in lei, nascendo, abonna.
Topazio, che fa vista reversa,
a.ciò resiste. Quel che ti dico io
fà che tu celi alla gente perversa. 

Questi altri che non possono giacere
colle lor donne, che son afasinati,
che su nell’atto perdono il volere,
la forza della virtù genitale
e li organi che per lei sono animati
stanno legati in atto naturale48.

   Gli uomini, perdendo la volontà, subiscono il fascino della donna, poiché 

Amor nel cerchio non tien fermo punto
e calla o monta nell’uman concetto:
sempre il suo moto fa così congiunto49.

   In questo modo l’atto naturale impedisce l’atto intellettivo: 

Amor non fu giamai nostro volere,
ma vien per natural conformitade
che nasce in noi per subito vedere50 

   e poco oltre: 

Amor non nasce prima da bellezza:
consimil stella move le persone
e d’un volere forma la vaghezza51

   L’annullamento dell’Autore nella Donna ha le caratteristiche di una coniunctio sive coitus. Quando si sostituisce alla Donna la femmina, si può parlare di una phantasia sive imaginatio, per usare un altro sintagma altrettanto noto alla terminologia scolastica.
   La funzione dell’intelletto si dispiega verso la conoscenza prima col “sentire” l’amore, poi col “moralizzare” questo amore. Se «delli occhi nasce più piacere» per via naturale, «l’uom pò inamorare / fermando specchio della nuda mente». L’immaginare serve a Cecco per dimostrare gli errori mondani, mai per descrivere le bellezze della donna celeste. L’autore stesso scrive di non voler «trattar d’amor divino»52, salvo poi all’inizio del libro V dichiarare che «Convien ch’i’ canti della sancta fede, / lasando le potenzie sensive»53

4. Al limitare del mondo 

L’ottavo cielo è la figurazione del cosmo e appartiene alla concezione del mondo come lo stato umano può concepire: 

O gente ceche et intelletti storpi,
como la via diritta ve se oscura,
non contemplando li celesti corpi!

Esser non può che sia la mente nuda
d’amar amante, dico, più e meno;
or voglio che tal detto in te si chiuda54.

   Nella visione del mondo dello Stabili agisce, sui fatti terreni, un bipolarismo secondo cui a coloro che per volontà si elevano sino a «quella donna» si oppongono coloro che restano accecati con gli «intelletti storpi», ovvero deficitari della sfera spirituale. La conseguenza per chi non possiede volontà è la perdita del giusto orientamento («la via diritta vi si oscura»). La sintesi stabiliana (gnomica) del mondo trova nell’espediente della sentenza o dell’exemplum la propria forma letteraria.
   Se il cammino dell’uomo è verso «quella donna», questo non avviene, per Cecco, contro alcun dogma, 

ché nell’eterne intelligenze nude
la noia col poder sì si converte,
a.lor divina mente non si chiude.
Ciascuna move solo, dico contra te,
tutte cose manifeste piando certe,
si como ni exemplo riguardando55.

Cessa, intelletto, colle rote vele,
che tua virtù non basta a veder luce
di quel che te conviene esser fedele,
unde perfetto Idio fa e natura
universal che sempre spira e luce,
che ‘n atto di potenza trai figura56.

   Esser fedele alla conoscenza superiore vuol dire esser fedele ai principi che governano il mondo. Il mondo, beninteso, che non è la terra ma la concezione che l’uomo ha di ciò che lo circonda57. Il pensabile induce Cecco a scrivere che: 

Ultra [non segue più la nostra luce
For del la superficie de quel] primo
in qual natura per poder conduce
[La forma] intelligibil che divide
noi dagli animal per l’abito exstremo
qual criatura mai non tutto vide58.

    Il nostro pensiero non oltrepassa la sfera del Primo Mobile; è insita nella natura del Primo Mobile la volontà di condurre il pensiero umano fino a questo limite. Oltre c’è l’Abisso che nessuna creatura può mai vedere, a meno che abbia fiducia nell’essenza divina (vedi la strofa «Cessa, intelletto, colle rote vele»). Smetti di pensare, dice Cecco, se questo tuo intelletto non è sorretto dalla virtù che fa vedere la verità. Il pensiero è sostenuto dalla virtù. Tramite la virtù tutto procede da Dio in modo naturale: 

Sopra ogni cel substanze nude
stanno benigne per la dolce nota
ove la pietà non occhi chiude
e per potenza dell’altru’ virtude
conserva ‘l giro di ciascuna rota
onde di vita ricevem salute
59.

per la virtù ch’è sopra, che ciò spira60

   La virtù è l’informazione tra il soggetto amante e l’oggetto amato61. L’oggetto amato è Dio che, in quanto tale, è incomprensibile agli uomini. Ci si avvicina a lui per fede e non tramite la sola conoscenza, perché la «tua virtù non basta a veder luce / di quel che te conviene esser fedele». La seguente sestina esplica il tramite che la virtù simboleggia tra Dio e gli esseri viventi: 

Intelligenze, stelle, moto e lume
ogni natura che.la spera amanta
mategnono, e di ciò l’esser sume.
Se ciò non fosse, onni animal che vive,
ciascuna vegetabile pianta
seria la lor virtù di morte prive62.

   L’Empireo, sede di Dio, comprende il mondo, sede degli uomini. Dio influenza gli uomini tramite i pianeti che sono le sedi delle intelligenze separate. La conoscenza che l’uomo ha del cosmo è mediata dalle intelligenze separate; queste intelligenze rappresentano lo stadio finale del “processo” che dall’intelligenza potenziale, e per azione delle intelligenze agenti, arriva alla separazione dalla condizione materiale63. Le intelligenze separate sono sostanze nude, vale a dire creature incorporee, angeli, che “informano” secondo il volere divino, per mezzo dei pianeti in cui risiedono. 

5. La calamita 

   L’Acerba, quale rappresentazione della Natura, è permeata di riferimenti al divino. Risulta pertanto interessante concentrare l’attenzione sul vocabolario impiegato dal suo autore; con esso Cecco descrive le varie fasi del processo di trasformazione da esseri “precipitati” ad entità “spirituali”. Tale processo investe l’intero esistente, e quindi ogni creazione è partecipe dell’evento epifanico. Per questo motivo le modalità di un simile evento sono sempre correlate, ne L’Acerba, con la nascita dell’uomo, sia in senso metafisico (per quanto riguarda Adamo) che in senso scientifico (con la descrizione della nascita dell’uomo)64.
   Cecco d’Ascoli non scrive soltanto un poema sulla natura: l’Autore scrive il poema della natura; questo fatto, se non eccezionale, è certo molto significativo per una serie di motivi che cercheremo di esporre più avanti.

5.1. – La trattazione dedicata ne L’Acerba alla calamita ben si presta a stabilire l’ambito entro cui la speculazione di Cecco viene condotta. L’ambito è quello alchemico-magico. Con questo non si vuole “provare” l’esistenza di un Cecco alchimista o mago, ma solo chiarire l’influsso che l’alchimia e la magia, da Cecco stesso menzionate esplicitamente, esercitano all’interno dell’opera65.
   Roger Bacon nel suo trattato De secretis Operibus Artis et Naturae et de Nullitate Magiae66, scrive: «Quid vero de carminibus et characteribus et huiusmodi aliis sit tenendum, considero per hunc modum. Nam proculdubio [scil. procul dubio] omnia huiusmodi nunc sunt falsa, aut dubia: et quaedam sunt irrationabilia: quae philosophi adinvenerunt in operibus naturae et artis ut secreta occultarent ab indignis. Sicut si omnino esset ignotum quod magnes traheret ferrum, et aliquis volens hoc opus perficere coram populo, faceret characteres, et carmina proferret, ne perciperetur quod totum opus attractionis esset naturale. Sic igitur quam plurima in libris philosophorum occultantur multis modis: in quibus sapiens debet hanc habere prudentiam, ut carmina et characteres negligat, et opus naturae et artis probet: et sic tam res animatas, quant inanimatas videbit ad invicem concurrere, propter naturae conformitatem, non propter virtutem carminis, vel characteris. Et sic multa secreta naturae et artis existimantur ab indoctis magica»67.
   Il pensiero espresso nel brano riportato è, per certi versi, analogo a quello presente ne L’Acerba; sulle “cose” che i filosofi «adinvenerunt in operibus naturæ… occultarent ab indignis», così si esprime Cecco:

Lo spazio che fra.le stelle vedi,
fra ‘l confanno e ‘l pozzo, in luoco sacro,
e gran secreto voglio che tu credi,
lì sono le caratare segnate.
Le lor vertudi qui non ti disacro,
qual fur da la Sibilla sigellate68.

   Un’altra evidente similitudine è là dove Bacon stabilisce un parallelo fra l’attrazione naturale del magnete col ferro e dei filosofi con le cose occulte («sic igitur quam … multis modis»).
   La calamita non è che un “termine spia” di carattere scientifico, molto ricorrente nei trattati di tipo alchemico. È assente, per contro, nella Commedia. Anche indizi di questo genere potrebbero spiegare gli attacchi di Cecco contro Dante, avvenuti per la poca fede (scil. in una scienza di questo tipo) di quest’ultimo: la scienza di Cecco, si ricorderà, ha per fine quello «di vedere Osanna».
   Lo spazio che intercorre tra gli opposti polari è la via che deve compiere l’anima cosciente per giungere a contemplare il sommo Bene. Sulla terra vi sono forze che impediscono all’uomo di affrontare nella sua integralità (cioè nel triplice stato di corpo-anima-spirito) la risalita:

Tegnon la Terra nel mezzo due poli,
di sopra l’uno, e l’altro oposto a lui:
di simile virtù natura formò li.
Se l’un facesse sua potenza queta,
l’altro verso il celo tiraria noi,
perché ciascun fa come calamit[r]a69.

   L’ascensione verso il sommo Bene sfrutta l’energia attrattiva degli elementi combinandola con la sapiente volontà che sospinge l’individuo verso l’ottavo cielo70.
   Il legame degli elementi presenti sulla terra è variabile a seconda del modo in cui questi elementi vengono combinati fra loro: è grazie alla loro giusta combinazione che si rende possibile l’ascesa verso il sommo Bene:

E io a te: dal cel venne la forma
che, limitando, fa proporzione.
Le quatro qualità questa conforma,
sicché nel misto natura resulta
71
sì nel crìare e poi a perfezione
72,
sì come in calamita forma oculta73.

   La perfezione è ottenibile in tutto il creato: occorre tuttavia la giusta proporzione tra gli elementi per ottenere la forma pura, la perfezione dell’atto puro, poiché in natura l’essenza è occultata. A riprova di questo Cecco scrive poco più avanti: 

Passa lo segno per li sensi umani,
de fine all’intelletto, con sua forma [pura],
sicché intendemo li effetti lontani74.

   È «all’intelletto, con sua forma [pura]», e cioè agente, che si deve la possibilità di una “uscita dal mondo”, ossia dalla mondanità, dallo stato grezzo dell’esistenza.
   La spiegazione di questa “uscita” è presente nella risposta che Cecco dà al suo allievo che gli domanda il perché sono gli occhi, e non le altre parti del corpo, a cogliere questi segni:

Ché l’alma, mota dalla somma luce,
dalla più degna parte si rimembra
sicché nelli occhi tal modo conduce75.

   Gli occhi, come specchio dell’anima, sono un topos ampiamente sfruttato in tutti i tempi76. Con essi, secondo Cecco, l’uomo attira lo spirito grazie alla bellezza sensibile; il paragone con la calamita è immediato: 

li occhi umani sono calamite
che tirano di nostra umanitade
lo spirito col piacer, come vedete77.

5.2. – Vi sono due tipi di calamita78: una attira il ferro; l’altra è “di dolore”, respinge il ferro ma attira la carne umana. Il poema, trattando dell’identificazione che l’autore ha con «quella donna», non sembra procedere ad un’analisi di questo secondo tipo di calamita.
  Il magnetismo emanato dalla calamita è una forza spirituale in grado di riformare l’amore tra donna e marito:

Reforma amore tra donna e marito,
dà grazia e bellezza nel parlare79

   All’influsso della calamita è dovuta la riconciliazione tra il marito e la donna; così che, in forza di questo rapporto, è possibile ottenere «grazia e bellezza nel parlare»; al vile non è mai dato contemplare la donna e chi arriva a conoscerla non può pensare male. Il perché di questo è palesato dal rapporto impari, ma “completante”, tra il marito e la donna, “quella donna”: l’attrazione che si esercita tra questi due poli è asimmetrica poiché il legame tra i due trasforma l’uomo in marito per influsso della donna, la quale, per contro, non diviene moglie come invece accade ne I Documenti d’Amore, ma rimane a sé stante80.

5.3. – La calamita, come tutte le altre pietre, rappresenta la materia inanimata che è la più lontana dall’Esser perfetto nell’ottica aristotelica: 

Natura muove per l’etterno moto,
e quando qualitade, onde risulta
esser perfetto che non sta remoto.
Io prendo exemplo intra lucente pietra,
c’ha per qualità sua forma oculta,
che mai del suo suggetto non s’aretra81.

   Tuttavia, ogni pietra cela il “significato” che il divino ha impresso nella natura nell’atto della creazione. Il “significato”, per sua essenza, non può che essere occulto; ad esempio, la lucente pietra della sestina appena riportata è indicata col nome di asbesto, descritto altrove (nel capitolo XVIII) proprio nella sestina che precede quella della calamita. Sempre nel libro terzo, l’“abastone” viene descritto sia col valore simbolico, sia con quello allegorico: 

E se abastone in fuoco s’accende,
per questo, color non se li amorta,
ma sempre come stella lì risplende;
è come in lista ‘l ferro suo colore.
Altre virtù in sé, dico, non porta,
ma alcun vuol dir che vaglia ad amore82.

   Il ricorso all’etimologia delle parole83 indica i vari attributi simbolici di ogni pietra.
   La calamita, a differenza delle altre pietre, possiede la particolarità di far giungere alla perfezione, utilizzando in giuste proporzioni le componenti che esistono nella materia e di cui tutti i corpi sono costituiti. È ovvio il rimando alla doppia natura di questa pietra; da una parte, infatti, essa è costituita da materia, dall’altra possiede la capacità magnetica di attrarre il ferro. Questo porta Cecco (ma si tratta ancora di un topos) a identificare la natura della calamita con quella dell’uomo. Il magnetismo è l’anima, la materia il corpo. Lo studio di una pietra viene riferito allo studio di una particolare forma di creato, rapportabile ad un piano più complesso quale è quello della natura umana. Il risultato di tale studio è l’affinamento da parte dell’uomo delle proprie facoltà, al fine di giungere alla perfezione rappresentata dall’oro84.
   La perfezione «Riforma amore fra donna e marito» esplicitandosi nella grazia e bellezza del parlare. Questa “perfezione” è l’oro, la luce della conoscenza. Eliade scriveva: «Proprio come restò identica l’idea [dall’alchimia babilonese in poi] ... secondo cui i minerali erano embrioni nati anzitempo, dato che minerali e metalli potevano completare la loro “crescita” grazie alla metallurgia e all’alchimia e raggiungere persino “la perfezione”, lo stadio finale della materia, cioè trasformarsi in Oro»85.
   Lo scopo de L’Acerba è di mostrare la via alchemica della “perfezione”. La moralizzazione non è che la forma più esteriore di questo fine, ma intrinsecamente indispensabile a qualsivoglia finalità, secondo Cecco. Senza un comportamento retto e severo l’uomo si preclude da sé ogni meta, ma proprio grazie a questa condotta l’individuo può aspirare alla salvezza: 

Chi sé non vince, come vince altrui,
di sé medesimo avendo ‘l suo valore?
Di questo opinione sempre fui.
Ma chi si vince in questi sette modi
ben è fondato nel divino amore.
Dicoti quali, se m’intendi et odi86.

   La qualità occulta della calamita, di attrarre o esser attratta dal ferro, diviene l’esempio dell’influsso presente nella duplice polarità di macrocosmo (donna) e microcosmo (marito).
   In conclusione, per via alchemica alla “perfezione” Cecco intende il percorso interiore che ogni uomo deve compiere per arrivare al sommo Bene. La poesia dell’Ascolano quindi non esprime l’assoluto, ma luce sull’assoluto che è in noi: 

E ciò ch’è fatto era vita in lui,
sì como forma nella mente eterna,
e questa vita è vita miserna87.

Note 
1 Questo è con ogni probabilità il titolo originario dell’opera, in considerazione dei manoscritti che, nel redigere l’edizione del testo, abbiamo ritenuto essere tra i migliori; tra questi il codice “parigino” conservato presso la Bibliothèque Nationale di Parigi it. 579, risalente alla prima metà del sec. XIV e contenente il commento latino del primo dei quattro libri di cui si compone l’opera. Nel presente lavoro si segue l’edizione diplomatica a suo tempo procurata da Censori e Vittori (Ascoli 1971).
2 Al contrario di quanto avviene nel mondo occidentale contemporaneo, la dimensione interiore per l’uomo medievale è presumibilmente oggettiva in quanto direttamente discendente dall’Entità prima che governa il cosmo. Quanto più l’uomo investiga la natura del creato tanto più egli comprende l’essenza della propria esistenza.
3 L’Acerba si conclude coi versi: «Ciò ch’ è fatto era vita in lui, / sì come forma nella mente eterna, / e questa vita è luce di nui».
4 E sulla diversa valutazione della fortuna rispetto a Dante si tornerà in altra sede. È quanto mai opportuno rilevare, tuttavia, che a differenza di quanto sostengono molti lettori dell’Ascolano, Cecco si contrappone a Dante non sostenendo poi le “stessissime cose”, ma una reale diversità di concezione; infatti, mentre Dante oltrepassa la concezione della fortuna attraverso la creazione letteraria («imaginando cose vane», sentenzia Cecco), Cecco sostiene la necessità investigativa della filosofia a ragione della propria veduta.
5 Un Cecco antesignano dei moderni scienziati è quello che hanno voluto vedere i critici positivisti come il Crespi cui si deve una corrotta, ma importante, edizione del poema. La scienza medievale poggia su principî che paiono essere molto distanti da quelli odierni almeno quanto la distanza che separa un alchimista da un odierno chimico.
6 II, IV, 37-44.
7 La degenerazione di una cultura avviene attraverso l’oscuramento del linguaggio. Un altro esempio è dato dai termini «scienza» e «conoscenza» dove col primo termine s’identifica il sapere concettuale, mentre col secondo l’interiorizzazione di quel sapere. Uno scienziato non è un saggio, mentre un saggio sa come servirsi della scienza. Cecco è uno scienziato e ne L’Acerba è oltremodo chiaro quanto è stato appena sostenuto.
8 L’Acerba, IV, XI, 49-60.
9 L’Acerba, IV, XI, 20-24.
10 II, XIV, 31-36.
11 F. Lauchert, Zum Physiologus: Der tiergeschichtliche Abschnitt der Acerba des Cecco d’Ascoli, eine Bearbeitung des Physiologus, RF, V, 1890, pp. 1-12.
12 Un termine che identifica la Donna di Cecco è quello buddhista di Tathata, “Essenza assoluta”: «Ciò che l’animo percepisce come essenza assoluta è l’unicità della totalità delle cose, il grande tutto che tutto comprende». (Asvaghosa, The Awakening of Faith, trad. di D.T. Suzuki, Open court, Chicago 1900, p. 55).
13 II, IV, 19-21 (997-999).
14 Asvaghosa, op. cit., p. 93.
15 II, III, 79-84 (971-976).
16 III, I, 127-129 (2037-2039).
17 La virtù come presupposto indispensabile per giungere alla Donna è esplicitato da Cecco sin dalla prima ricorrenza del termine “donna”: «quando la influenza vien da quelle, / se sua virtù per queste non se sgombra / allora è donna sopra tutte stelle». I, II, 22-24 (108-110).
18 III, I, 130-132 (2040-2042).
19 «Amor non fu giamai nostro volere, / ma vien per natural conformitade / che nasce in noi per subito vedere; / li occhi umani sono calamite / che tirano di nostra umanitade / lo spirito col piacere, come vedete». III, I, 19-24 (1929-1934).
20 II, I, 63-68 (771-776).
21 II, II, 114-116 (890-892).
22 II, V, 1 (1023).
23 II, XI, 52-54 (1386-1388).
24 Crespi così commenta questi versi: «Ma come il Sole ha la qualità sua propria nel risplendere, e la pianta nell’assorbire umori vitali per mezzo di radici, così Dio assegnò all’anima la caratteristica della virtù». (Crespi, p. 217). In realtà il verso 1485 («E come la pianta nella sua radice») è forse da intendersi non tanto (o non solo) come una similitudine con la luce del sole, ma come una puntualizzazione del concetto che l’Autore esprime. Dio non assegnò all’anima la caratteristica della virtù, ma è la virtù che l’anima riconosce in sé (anima come equivalente dell’intelletto che diviene attivo) fa sì che questa giunga all’Artefice. Tale concetto ricorre anche altrove, ad esempio: «Questa radice colli santi rami / già non fu piantata dell’umano sangue / quando s’andava per diritti trami». II, IV, 25-27 (1003-1005). Anche in questo caso la radice è la virtù. L’espressione «radice colli santi rami» rinvia alla concezione simbolica assai ampia di “albero”: «Poiché la vita inesauribile è equivalente all’eternità, l’albero-cosmo può per questo diventare, su di un altro livello, albero della “vita-senza-morte”. ...Più tardi, quando un’altra maniera di considerare i problemi metafisici verrà ad aggiungersi all’ontologia tradizionale (ad esempio in India), lo sforzo dello spirito per staccarsi dal processo cosmico e concentrarsi sulla propria autonomia sarà definito sforzo per “tagliare l’albero cosmico alla radice”, in altre parole superamento totale delle “apparenze”, di quelle rappresentazioni che hanno origine dalla sorgente inesauribile della Vita universale.» (Mircea Eliade, Trattato di storia delle religioni, Torino 1992, p. 275). E altrove «Il luogo sacro è un microcosmo perché ripete il paesaggio cosmico, perché è un riflesso del tutto.» (Idem, p. 279). Cecco infatti prosegue ai versi 28-30 (1006-1008): «Ma ‘l tempo ha variati li costumi / di gente in gente, sicché virtù langue / nel ceco mondo colli spenti lumi». Il cieco mondo delle apparenze, che gli uomini non riescono più ad oltrepassare poiché sono spenti i “lumi” dell’ottavo cielo che al presente non è comprensibile.
25 II, XII, 76-78 (1484-1486).
26 II, XV, 49-54 (1685-1690).
27 II, XV, 55-57 (1691-1693).
28 II, XIX, 37-44 (1903-1910).
29 III, I, 136-138 (2046-2048).
30 II, XV, 43-48 (1679-1684).
31 Per Cecco il presente è uno stato di degenerazione, come se ne può ricavare dai versi: «Ma sono in nostra umanità venute / genti obscure con lor atto fiero / che son di tal virtù lor mente mute; / vista carnal vanno pur cherendo, / per l’abito si cessa ‘l moto altero, / vilmente lor disio conseguendo». III, I, 121-126 (2031-2036).
32 Luigi Valli, Il Linguaggio di Dante e dei Fedeli d’Amore, Milano 1994, p. 308.
33 III, I, 115-120 (2025-2030).
34 III, II, 13-15 (2063-2065).
35 Es. 19, 16-25; Dt. 5, 2-5; Dt. 25, 31; Dt. 4, 10-12.
36 III, I, 8 (1918).
37 III, I, 13-15 (1923-1925).
38 IV, I, 19-24 (3343-3348).
39 Non privo di importanza è rilevare che nei tre distici si mantiene solo il termine Sole: «nel suo creare, come Sole e luce» (v. 8); «e permutando la Luna col Sole» (v. 14); «e sguarda donna come Sol in fango» (v. 110). La descrizione scientifica del mondo è per Cecco la descrizione di una caduta: luce ‘ Luna  ‘ fango.
40 III, I, 7-12 (1917-1922).
41 IV, I, 1-3 (3325-3327).
42 I, I, 7-12.
43 IV, X, 7-12 (4631-4636).
44 IV, VII, 13-18 (4069-4074).
45 IV, I, 3-6 (3328-3330).
46 «Dunqua, io so’ ella»: la trasformazione che avviene tramite l’influsso di “quella” rinvia in modo chiaro ad una dimensione “altra”. A questa dimensione si giunge attraverso la “purificazione” discussa precedentemente, tramite la conoscenza: risulta chiaro che per Cecco “le favole” non rientrano nel campo della conoscenza, come si rileva dall’ultima invettiva contro Dante. Questo, a parer nostro, è forse il limite maggiore dell’Ascolano: non aver compreso che le favole sono “il” veicolo, tanto esoterico che essoterico, di ogni tradizione.
47 IV, VII, 7-9 (4063-4065).
48 IV, IV, 55-66 (3563-3574).
49 III, I, 106-108 (2016-2018).
50 III, I, 19-21 (1929-1931).
51 III, I, 58-60 (1968-1970).
52 III, I, 85 (1995).
53 V, I, 1-2 (4695-4696).
54 IV, I, 16-21 (3340-3345).
55 I, II, 73-78 (159-164). Assai diversa la lezione del Crespi: «Per che, se nelle intelligenzie nude / La voglia in corporale si converte, / A lor divina mente non si schiude. / Ciascuna intende, sol Dio contemplando, / Tutte le cose manifeste e certe, / Sì come nui nello specchio guardando».
56 I, IV, 1-6 (265-270).
57 Restoro d’Arezzo ne La Composizione del mondo colle sue cascioni, II, II, 1 (ed. critica a c. di Alberto Morino, Firenze, 1976) spiega: «Questo mondo rascionevolemente lo potemo asimelliare ad una casa o ad uno regno; e se noi volemo asegnare rascione de la composizione del mondo, è mestieri che noi faciamo un altro mondo simile de questo, e.llo quale noi trovamo cerchi e linee e ponti».
58 I, I, 1-6. Fra parantesi quadre il testo, mancante nel codice Eugubino, è stato integrato con l’edizione del Rosario.
59 I, I, 7-12.
60 I, III, 12 (184).
61 «Esser non può che sia la mente nuda / d’amar amante, ...», IV, I, 19-20 (3343-3344).
62 I, IV, 7-12 (271-276).
63 Spiegava Emidio Vittori: «L’intelletto umano è un intelletto finito, non conosce in atto tutti gli intellegibili, ma ha solo la potenza (o possibilità) di conoscerli; è dunque un intelletto possibile (I, I, 1-6). La possibilità di conoscere del nostro intelletto diventa effettiva per l’azione dell’intelletto agente, il quale fa passare all’atto gli intellegibili, astraendoli dalle condizioni materiali. Cecco aderisce alla tesi tomistica dell’unità di questo intelletto con l’anima umana. Perciò l’intelletto attivo non è uno solo, come vuole Averroè, ma ci sono tanti intelletti attivi, quante sono le anime umane (I, II, 111-112). Il più alto dei gradini intellettuali sono le intelligenze separate. Esse, separate appunto dalla materia, sono sostanze spirituali in atto, scevre o quasi di potenzialità». (Emidio Vittori, Per un’edizione critica dell’ “Acerba”, in Atti del I Convegno di Studi su Cecco d’Ascoli, Firenze 1976, p. 93).
64 A questa procedura si attengono tutti i trattatisti. Lo stesso Dante sentì il bisogno di affrontare questo tema in Purgatorio XXV, tra due canti cioè ( XXIV e  XXVI) che non sono proprio pertinenti ad una trattazione di questo tipo. Mancano su questo argomento studi di esegesi dantesca che permettano un accostamento con il pensiero dell’Ascolano.
65 Del resto ci è rimasto un sonetto alchemico di Cecco (si vedano i sonetti attribuiti a Cecco posti in appendice ne L’Acerba, a c. di M. Albertazzi, Trento 2002).
66 Opera Iohannis Dee Londinensis, e pluribus exemplaribus olim, et ad sensum integrum restituta, nunc vero  A Quodam Veritatis Amatore, in gratia verae scientiae candidatorum, fora emissae 1622, p. 15-16.
67 [«Ciò che si debba pensare degli incantesimi, delle formule magiche e delle altre cose di questo genere, considero come segue. Tutte queste cose senza dubbio sono false o dubbie, e alcune sono irrazionali; i filosofi le inventarono per nascondere agli indegni i segreti della natura dell’arte. Se fosse del tutto ignoto che il magnete trae il ferro e qualcuno, volendo compiere ciò in presenza del popolo, facesse incantesimi, pronunciasse formule magiche, non si avvertirebbe che l’attrazione è naturale. Allo stesso modo moltissime cose sono occultate nei libri dei filosofi con vari artifici e il saggio deve avere l’accorgimento di trascurare le formule magiche e gli incantesimi e di indagare l’opera della natura e dell’arte e così vedrà che tanto le cose animate che le inanimate si combinano per la conformità della loro natura, non in virtù della formula magica o dell’incantesimo. Così molte cose occulte della natura e dell’arte sono credute magiche dagli ignoranti».].
68 IV, IV, 103-108 (3611-3616). Questi ultimi versi di Cecco mostrano una qualche analogia con un poeta della generazione successiva, Giovanni Dondi dell’Orologio, il quale nell’ultima terzina del sonetto Eidem non respondenti (XXVII) scrive: «ch’io forsi te dirò poi cosa tale / che a te parrà vegna da Sibilla, / ben ch’en la zucha mia sia pocho sale». (Giovanni Dondi dall’Orologio, Rime, a c. di Antonio Daniele, Vicenza 1990).
69 I, III, 55-60 (227-232).
70 È forse possibile intendere l’ottavo cielo di Cecco come l’ottavo clima di ibn ‘Arabi: quest’ultimo descrive la terra del non-dove (Hurqalya) come la zona di massima rarefazione del sensibile, off-limits delle possibilità umane. Corbin, nello spiegare le caratteristiche principali di questo luogo, lo chiama Mundus imaginalis con la medesima accezione con cui Cecco impiega il termine immaginare, e cioè opposto di fantasia (V.di e Cfr Henry Corbin, Corps spirituel et Terre céleste, Paris 1979; Mundus imaginalis o l’immaginario e l’immaginale, in «Aut aut», n.258, nov.-dic. 1993, pp. 113 ss.).
71 Misto natura: «Qui bisognerebbe avere una doppia virtù; una prima che separasse la terra sulfurea che arde nel misto, ed un’altra che convertisse alla sua natura quella che è già separata; ma il corpo nella sua crassezza non può avere questa virtù.» (Arnaldo da Villanova, Il Libro del perfetto Magistero, Reggio Emilia 1986, p. 45). Il curatore del testo (tale E. M. del C. S E.) pone una specifica proprio sul termine “misto”, osservando che «La terra sulfurea è l’istintività».
72 «Sappi, o carissimo, che in ogni cosa creata sotto il Cielo vi sono quattro elementi, non per vista, ma per virtù; ed i filosofi, sotto il velame della scienza degli elementi, hanno rivelata questa Scienza (l’Alchimia)». (Idem., p. 37).
73 IV, IV, 91-96 (3599-3604).
74 IV, IV, 118-120 (3626-3628).
75 IV, IV, 154-156 (3662-3664).
76 È rilevante inoltre la rimembranza che per Cecco l’uomo ha della sua origine, secondo i dettami tradizionali.
77 III, I, 22-24 (1932-1934).
78 In realtà tre tipi: la prima, da cui «nasce invidia maggiore», la seconda che nasce “de Etiopia” e la terza “de dolore”. Le prime due sono però assimilabili perché, se diversa è la provenienza, non lo è l’ “effetto”.
79 III, LII, 19-20 (3207-3208).
80 Riportiamo da I Documenti (a c. di Francesco Egidi, Roma, 1913) il seguente paragrafo: «[moglier e marito] Amor che ciai di due facta una cosa, con superna vertu per maritaggio, fa durar dun paragio, la nostra vita in questa gio tuttora, sra grato il fin come nostra dimora». (vol. III, p. 408). Il senso del paragrafo è posto poco innanzi nel commento latino (p. 413): «Amor che ciai etc. ista globula est viri et uxoris et ideo sunt duo in una figura ut vides et qu