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ALFREDO CATTABIANI
L’Acerba o della divina sapienza
Il
16 settembre 1327 veniva arso vivo a Firenze Cecco d’Ascoli, il
cui vero nome era Francesco Stabili: aveva poco meno di sessant’anni.
Così si concludeva la lunga persecuzione che aveva subito prima a
Bologna dove nel 1324 l’inquisitore Lamberto di Cingoli gli aveva
inflitto la sospensione dall’insegnamento all’università per
alcune proposizioni sulla cognitio futurorum contenute nel
commento alla Sphaera mundi del Sacrobosco. Dopo quella condanna
si era trasferito a Firenze, alla corte del duca di Calabria, dove
svolgeva le funzioni di medico e astronomo. Ma alcuni ambienti
ecclesiali, che poco gradivano il suo insegnamento, giunsero a
tessere intorno a lui una serie di accuse che riassunse Francesco
d’Accursio chiedendo e ottenendo che fosse processato.
La
sua opera principale in volgare, L’Acerba, abbreviazione del
titolo originario Acerba aetas, si continuò a copiare e stampare
nel corso dei secoli sebbene non fosse facile il suo linguaggio,
un italiano di derivazione umbro-marchigiana, denunciasse
spigolosità e arcaismi e una certa petrosità; ma era pur sempre la
più significativa enciclopedia in versi del secolo XIV dove in
cinque libri mescolava descrizione del cielo e del cosmo con
quello dei vizi, dell’animo umano, del simbolismo di animali e
pietre, e considerazioni di carattere sapienziale. Ora l’editrice
La Finestra ne pubblica un testo sicuro e accettabile grazie a
Marco Albertazzi che ne è il curatore e ha anche il merito di
accompagnarlo con il commento latino secondo la tradizione antica.
Inoltre ha riprodotto in cd l’editio princeps di Sessa del 1501
con le stupende xilografie che la scandiscono e commentano. Un
testo che rivela un autore fondamentalmente ortodosso, come
attestano anche gli ultimi versi del poema dedicati al Cristo:
«Ciò che è fatto era vita in Lui, / sì come forma nella mente
eterna: / e questa vita è luce di nui”. Né era certo un astrologo
che negava il libero arbitrio. Pianeti e stelle, quali creature e
ministri di Dio, inclinavano ma non obbligavano, come aveva
scritto d’altronde lo stesso Tommaso d’Aquino: “Non fa necessità
ciascum movendo, / ma ben dispone creatura humana / per quallità,
qual l’anima seguendo / l’arbitrio abandona e fassi vile”.
Forse ad attirare le ire dei persecutori fu la sua appartenenza
alla setta dei Fedeli d’amore che rappresentava nel cristianesimo
medievale quello che era ed è il sufismo nell’islam. Su questo suo
legame ha scritto pagine illuminanti Luigi Valli nel Linguaggio
segreto di Dante e dei Fedeli d’amore che ha ripubblicato qualche
anno fa la Luni editrice, alla quale rimando anche perché
chiarisce i motivi profondi della polemica di Cecco nei confronti
di Dante, accusato di essersi allontanato per tanti aspetti dalla
dottrina della setta. Al cuore della dottrina dei Fedeli d’amore,
che influenzò anche i templari, vi era la figura simbolica della
Donna nella quale l’Intelligenza attiva della filosofia pagana si
era fusa con la Rivelazione diventando mistica Sapienza, amata
dall’anima pura, offuscata dal peccato e restituita dal Cristo
agli uomini ma nascosta e combattuta dalla corruzione ecclesiale
di allora.
Sulla Sapienza Marco Albertazzi ha scritto un saggio illuminante
che ora può essere letto qui di seguito, dove fra l’altro egli
scrive che “Cecco ha avvertito la necessità di scrivere la sua
opera non perché sentisse il bisogno di ‘illuminare’ i suoi
contemporanei con una scienza di tipo empirico, ma al contrario
perché riteneva minacciato alla base il sapere tradizionale”. Non
a caso un giovanissimo Petrarca gli scriveva un sonetto che così
cominciava enfaticamente: “Tu sei il grande Ascholan che ‘l mondo
allumi, / per gratia de l’altissimo tuo ingegno, / tu solo in
terra de vedere sei degno / experientia de gl’eterni lumi”.
(Il presente scritto è apparso in forma ridotta sul quotidiano
Avvenire, 8 febbraio 2003) |