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DURS GRÜNBEIN
Galileo misura l’inferno di Dante
e resta impigliato nelle misure
Traduzione dal tedesco e cura di Gio Batta Bucciol
Durs Grünbein interpreta il Dante di Galileo
Durs Grünbein, nato nel 1962 a Dresda, ha frequentato storia del
teatro a Berlino est interrompendo gli studi nel 1987. Ha al suo
attivo diverse raccolte di poesie e di saggi. Sue composizioni
poetiche in edizione italiana si possono leggere nel volume A metà
partita (Einaudi, 1999). Gli sono stati assegnati diversi premi,
tra cui il Nonino. In riferimento agli anni vissuti nella
Repubblica Democratica Tedesca afferma di aver assistito al crollo
del “Reich socialista” delle riduzioni umane in modo
sostanzialmente passivo, come un “perdigiorno” che si diverta di
tanto in tanto a prender parte a discussioni e dimostrazioni. Le
immagini di Grünbein sono – secondo la definizione di Heiner
Müller – delle pure radiografie, le sue poesie ombre di poesie
proiettate sulla carta come da un lampo atomico. Ama l’anatomia e
la scienza per meglio comprendere la realtà, anche esistenziale,
dell’uomo: come l’amava Leonardo o Büchner. Il prestigioso Premio
Büchner, conferitogli nel 1995, non ha voluto una volta tanto
coronare e consacrare la fama di un autore già arrivato, ma si è
proposto di segnalare e sottolineare con forza all’attenzione del
pubblico e della critica le promesse, peraltro ben evidenti, di un
giovane autore. Ma questa consacrazione non ha impedito, l’anno
seguente, alla critica di vagliare con acribia – sottolineando
anche alcune imprecisioni nelle citazioni fatte a memoria – la
pubblicazione della raccolta di saggi Galilei vermißt Dantes Hölle
und bleibt an den Maßen hängen (Galileo misura l’Inferno di Dante
e resta impigliato nelle misure). Si tratta di un denso volume di
273 pagine che ha mutuato il titolo dal saggio più notevole della
silloge e che è stato pubblicato dalla casa editrice Suhrkamp di
Francoforte sul Meno.
Scritti tra il 1989 e il 1995, questi saggi sono, da un lato, il
risultato di un’acuta e personalissima capacità di osservazione e,
dall’altro, la testimonianza della spiccata autonomia di giudizio
di un giovane autore che sa raggiungere anche il momento estremo
della provocazione: di un giovane autore che vuol poggiare, cioè,
la sua fama sul doppio piedistallo della saggistica e della
produzione lirica. Non si deve, però, credere che tra le due sfere
si erga il muro dell’incomunicabilità. È vero il contrario e lo si
vede anche a livello stilistico. Infatti i saggi si condensano in
suggestive formulazioni che tendono a sfociare nell’espressione
lirica. Inoltre l’esplorazione saggistica di temi scientifici
serve a comporre una diagnosi del tempo che verrà quindi a
sorreggere l’esperienza poetica. Come Leonardo cercava l’anatomia
del corpo sotto la superficie della pelle (“Necessaria cosa è al
pittore…di sapere la notomia di nervi ossi muscoli e lacerti, per
sapere nelli diversi movimenti e forze qual nervo o muscolo è di
tal movimento causa”), così per Grünbein “dietro l’ordine
semantico si mostra quello anatomico, sotto gli strati che
l’ermeneutica rivolta, appare il tessuto vivente…”.
Già queste considerazioni preliminari fanno intendere il
disinteresse, in ambito estetico, per ricostruzioni scientifiche a
sé stanti e simili a quelle portate a termine da Galileo con
l’analisi delle dimensioni dell’Inferno dantesco: solo la coerenza
fantastico-strutturale della composizione giustifica, in ultima
analisi, le annotazioni scientifiche. A dire il vero la materia
trattata da Galileo – ossia la ricognizione delle dimensioni
dell’Inferno dantesco – doveva sembrare all’autore stesso ancor
meno allettante dello studio sui pendoli che ci viene presentato
con le seguenti parole: “Vengo ora a gli altri quesiti, attinenti
a i pendoli, materia che a molti parrebbe assai arida…”.
Ma
il momento cruciale delle riflessioni di Grünbein è rappresentato
dalla constatazione che le scienze naturali e l’arte divergono in
modo sempre più accentuato nell’era moderna fondata dagli studi
galileiani: “ad ogni passo si separano pensiero e raffigurabilità,
con enormi guadagni ed enormi perdite da entrambe le parti…”. Qui
Grünbein riprende un tema che gode di una lunga e ricca tradizione
nell’ambito del pensiero tedesco e che ha nelle Lettere
sull’educazione estetica dell’uomo di Friedrich Schiller un
passaggio obbligato: riprende, cioè, il tema dello squilibrio che
l’arte e la scienza produssero nell’intimo dell’uomo. Vi è una
perfetta consonanza, anche lessicale talvolta, tra Grünbein e lo
Schiller della centralissima Lettera sesta. “Per sviluppare le
molteplici disposizioni naturali dell’uomo – afferma Schiller –
non vi era altro mezzo che contrapporle le une alle altre. Questo
antagonismo di forze è il grande strumento della cultura.” Solo
concentrando e focalizzando tutta l’energia del nostro spirito in
un sol punto, in una sola facoltà, conferiamo a questa facoltà una
forza ipertrofica e la portiamo molto oltre i confini che la
natura le aveva concesso. È certo – aggiunge Schiller – “che tutti
gli uomini presi collettivamente non avrebbero mai potuto, con la
sola forza visiva concessa loro dalla natura, scoprire un
satellite di Giove che il telescopio scopre all’astronomo.” Ma è
anche evidente che la forza del pensiero umano non avrebbe mai
potuto produrre “un’analisi dell’infinito o una critica della
ragione pura”, se in singoli individui la ragione non si fosse
isolata, svincolata da ogni materia e “grazie alla più intensa
astrazione”, non avesse rafforzato il loro sguardo per “penetrare
l’infinito” come un telescopio, potremmo aggiungere noi. L’uomo
paga la sua ipertrofia scientifica con la disarmonia delle sue
facoltà. E Schiller affidava proprio all’arte la ricomposizione
armonica delle facoltà: grazie al libero gioco estetico e alla
forma delle belle apparenze, in cui coesistono la vita e la
contemplazione della vita stessa, in cui l’armonia si prende cura
delle scissioni. Grünbein, dal canto suo, l’affida all’arte di
autori come Dante, capaci “di evocare mondi, di aprire squarci su
paesaggi, di indirizzare lo sguardo su quanto resta occulto.” Ma
Grünbein, che ha ben presente la posizione schilleriana, riapre la
questione, sia pure sintetizzandola, laddove Schiller indugiava
con magistrale insistenza pedagogica. Ci riporta all’inizio della
scienza moderna e vede nelle Lezioni dantesche, che Galileo lesse
all’Accademia Fiorentina, l’avvio di un nuovo inizio: quello di
una moderna, riduttiva critica positivista: “Tutto iniziò su un
unico podio, sotto lo stesso tetto, in pochissimi cervelli allo
stesso modo forgiati…” Quindi Galileo, il padre della scienza
moderna, diventa anche l’iniziatore della tendenza riduttiva della
critica moderna. A questo tipo di critica e all’arte ipotrofica si
propone come antidoto un Dante demiurgico, il prometeico autore
dei propri mondi. Oltre l’antitesi Tolomeo-Copernico con i suoi
balbettii monofonici si coglie una dinamica, stereofonica arte
psichedelica, oltre gli aridi e superficiali dati delle dimensioni
infernali si scoprono i nervi di individui tesi nel dolore o nella
gioia, ossia oltre l’epidermide si scopre l’anatomia sottesa, la
“notomia” di leonardesca memoria.
Bertolt Brecht con La vita di Galilei aveva scritto il dramma
dell’autonomia della scienza e del suo protagonista. Ma mentre si
occupava del dramma era avvenuta la scissione dell’atomo che gli
aveva fatto sorgere timori e riserve nei confronti della scienza
moderna e le sue scoperte. Grünbein in un certo senso capta queste
riserve, le traspone in altro ambito e fa di Galileo la metafora
di una nuova realtà: quella di una limitante critica moderna. Così
le Lezioni dantesche – piuttosto marginali e scritte forse per
ottenere una cattedra universitaria di matematica –, acquistano
improvvisamente, nel discorso e nella prospettiva di Grünbein, un
preciso significato simbolico.
Gio Batta Bucciol
Galileo misura l’inferno di Dante
e resta impigliato
nelle misure
1
Ognuno nel proprio mondo e sì tanta dovizia di mondi… Così deve
pur suonare la formula per il testimone solitario che di continuo
rimane imprigionato nella sua esperienza singola. Ma il pensare
che ci sia un destinatario pronto ad accogliere i resoconti, ad
ascoltarli attentamente, è per lo più solo teatro e spesso
un’illusione. Non il fatto che il soggetto, questo figlio viziato
della filosofia della storia, prima o poi – come si dice –
sparisca, fa la convivenza tanto problematica, ma, al contrario,
il fatto che ci siano solo soggetti…: una realtà difficile da
immaginare. Pensate: un pianeta popolato da sei miliardi di
soggetti! Subito si materializza la deplorevole visione
angosciante di un brulicante termitaio che diventa mondo reale, in
cui ognuno ha la sua voce e vuole essere ascoltato. La
sovrappopolazione – termine ancora statistico che ha visto la luce
negli stadi calcistici, sui campi di battaglia, planando sulle
metropoli – diventa l’indice di una vera polifonia. Ogni singola
voce denuncia la propria presenza. È come se Dante dovesse fare
ancora una volta la sua discesa e dovesse questa volta stringere
la mano non solo agli eminenti della sofferenza, ai notabili del
dolore, ad alcuni pochi eletti, ma ad ognuno che mandi un
singhiozzo, ad ognuno che con il suo cinguettio attesti d’avere
una biografia e d’essere soggetto. Il suo testo – è ovvio – oggi
sarà un poco nevrotico. Inoltre stavolta ha un intero stato
maggiore di consiglieri, tra cui gente come Hobbes, Machiavelli,
Montaigne, Pascal, Kant, una lunga schiera di messaggeri che
s’inoltra fino nell’evo moderno… Per via lo incontra un certo
Malthus, lo prende da parte e gli indica i camini fumanti
all’orizzonte. Forse addirittura piange quando dice:
O
unico, che attraverso l’ombre scruti,
inizia là il ventesimo secolo dove l’uomo
dell’uomo si libera a mo’ di fabbrica. Germania
si
chiama quel luogo. Ivi arrivato, vedrai
crollati tutti i tunnel che dall’inferno si dipartono
e
nessun’indicazione accenna più al paradiso…
2
Ma questo era solo l’inizio, l’estremo cerchio infernale secondo
il nuovo piano per la costruzione dell’inferno nell’era moderna.
Inferno senza strati e collocato orizzontalmente. Le costruzioni
teologiche del mondo nel medioevo – tutto piramidale o a spirale,
con crateri e formazioni montuose – sono da tempo crollate e
appianate con la benedizione dell’era della dinamite. Il secolo
diciannovesimo, la summa technologiae delle illuminazioni,
invenzioni, liberazioni e rivoluzioni dei secoli precedenti, le
aveva distrutte. Poi venne il secolo ventesimo, gli ottusi della
precisione fecero la loro comparsa, maledetti e dimenticati con i
loro incantesimi. Quel che si era già mandato in rovina venne
demolito del tutto, dalle macerie sorsero imponenti costruzioni
folli, che si addentrarono nelle pianure: arsenali, casermoni,
impianti chimici e campi di concentramento che nessun Dante,
nessun Campanella, nessun Piranesi descrive più, che né la
teologia né la geometria colgono più adeguatamente. Dunque un
giorno del 1587 Galileo tenne a Firenze una prolusione che cambiò
lo stato delle cose. Si trattò, con tutta serietà, della Divina
Commedia di Dante dal punto di vista di un fisico e in particolare
della topografia dell’inferno da un punto di vista strettamente
geometrico. Galileo misura l’Inferno di Dante e resta impigliato
nelle misure. Per quanto ciò risalga al passato – sono trascorsi
più di 400 anni – si era raggiunto un momento cruciale, così
straordinario da poter parlare, come nel dramma, di una peripezia.
Da questo momento le vie delle scienze naturali e delle arti si
separano a gran velocità le une dalle altre: linearmente uniformi
le une, a zig zag, a spirali ed elissi le altre. E mai più
s’incontrano veramente e in nessun punto s’intersecano
direttamente. Nel frattempo l’occidente ha imparato a distinguere
tra qualità sensorie primarie e secondarie, l’immaginazione
poetica si separa dall’astrazione scientifica e nessuna
speculazione le riunisce più in modo stringente. Regolarità ed
esperimento diventano istanze indipendenti di fronte alle quali lo
scrivere si arresta come l’ozioso gioco delle perle di vetro.
Anche la teologia si arresta davanti ai reticoli dei diagrammi
come il pitagorico incanto numerico davanti ai manuali di tabelle
e formule. Accanto al mondo del non raffigurabile sorge il mondo
parallelo del puro estetico, in cui la poesia si ritira con tutte
le sue forme: dietro gli specchi una seconda realtà irreale.
Dall’oggi al domani lo stato dell’aggregazione si trasforma, si
volatilizza, diventa più trasparente del vetro, più inafferrabile
di ogni gas nobile.
Eppure tutto cominciò su un unico podio, sotto lo stesso tetto, in
pochissimi cervelli allo stesso modo forgiati. L’uomo, di cui
giustamente si dice che abbia geometrizzato il mondo, Galileo
Galilei – nato tre giorni prima della morte di Michelangelo e
nello stesso anno di Shakespeare – non era forse figlio di un
celebre musico fiorentino, rampollo di casa umanistica, spirito
artistico fino al midollo, egli stesso autore di poesie e
disegnatore dotato? Anch’egli, l’inventore dello spazio vuoto,
l’ideatore delle curve della caduta dei gravi e delle traiettorie
davanti a una parete nuda, cominciò come allievo delle immagini e
dei suoni. Recitando i classici latini scoprì la sua preferenza
per l’espressione chiara e sobria, nei commenti all’Orlando
furioso dell’Ariosto sperimentò la felicità dell’evidenza e le
regole secondo cui una frase si illumina. Tanto forte era la sua
comprensione dell’arte che già presto non solo partecipò ai
dibattiti estetici delle accademie e dei circoli pittorici, ma
pronunciò anche giudizi e verdetti taglienti: contro il manierismo
pittorico del suo tempo, contro la poesia allegorica, i piccoli
espedienti prospettici, le immaginazioni fantastiche, chimeriche e
superflue della poesia. Perciò era contrario al Tasso e lo sapeva
ben motivare. Nell’assidua controversia circa il primato dei
generi, pittura o scultura, giunge, come in precedenza Leonardo,
ad una simile conclusione. Il senso visivo avanza al primo posto,
il simbolo, che ha bisogno del discernimento dell’osservatore, si
attesta prima della plastica mimetica di cui anche la cecità può
godere. Galileo è tutt’altro che un dilettante, la sua tendenza al
classico, ad un’organica chiarezza delle ombre stesse, lo fanno un
acuto e curioso osservatore del mondo degli artisti, dei suoi
contemporanei nello scrittoio, nello studio pittorico o nella sala
anatomica.
Tanto più ci si chiede come mai quest’uomo sia di colpo arrivato
ad abbandonare un mondo rappresentativo che a partire da
Aristotele era ritenuto vivo e ricco di singolarità. Da dove viene
questo desiderio di un a priori intransigente che gli fece
guardare con supponenza ogni molteplicità e particolarità
ricorrendo all’occhio vitreo della provvidenza fisica? È il
movimento concepito come stato, ciò su cui egli si concentra con
la messa a punto del pendolo e con il cannocchiale olandese
trasformato in telescopio. Ad ogni suo passo si separano pensiero
e raffigurabilità, con enormi guadagni ed enormi perdite da
entrambe le parti. Ad ogni svolta si allontanano la cosa e la sua
riproduzione. Così l’essenziale del movimento animale si scopre
essere la rotazione delle membra attorno alla loro sospensione
concava e convessa. E il correre, il saltare, la danza sono un
sistema di cicli ed epicicli. Con la scoperta delle leggi del
pendolo il corpo umano viene sincronizzato; i medici hanno a
disposizione uno strumento per misurare le pulsazioni. Da tempo
c’è l’esperimento, la prova modello: un corpo diventa una sfera,
la sfera il punto ideale. Di ogni cosa che cade resta poi solo la
caduta: la noce può essere vuota, soltanto il guscio è importante.
Se si deve dimostrare il principio del moto relativo, si prende
una nave in movimento e dalla cima dell’albero si fa cadere a
piombo una sfera. La nave in tutto questo procedimento è
inessenziale: una semplice nave-pensiero. Ciò che conta è disporre
tutto secondo criterio.
In
fondo – come alcuni biografi hanno dimostrato – non abbisognava
neanche del teatro o della trovata della torre di Pisa. Forse
Galileo andò lassù e studiò le leggi della caduta dalla finestra
della torre, in ogni caso l’esperimento avrebbe funzionato nella
sua testa altrettanto perfettamente. Il quod erat demostrandum non
aveva bisogno del campanile di Pisa: al contrario, in un luogo
così concreto e in circostanze naturali, non si può dimostrare, la
prova sarebbe fallita. Ciò che importava, erano le trovate e, come
Goethe esultava, l’accorgersi di ciò che sta sotto le apparenze.
Dall’oscillante lampada del duomo la teoria del pendolo, dal grado
di tensione dell’arco la velocità della freccia… Osservazione,
misurazione, induzione. Un caso valeva per mille altri, e, come il
maestro presto obietterà ai suoi avversari, anche senza
esperimento. E con ciò basta! Perché le leggi della caduta valgono
completamente solo in uno spazio vuoto. Solo nelle pure dimensioni
dei patriarchi Archimede ed Euclide mantengono la loro eleganza.
3
Galileo ha 24 anni quando tiene nell’Accademia Fioren- tina la sua
lezione pubblica: circa la figura, sito e grandezza dell’Inferno
di Dante. Sobrio introduce gli ascoltatori nell’argomento.
“Quanto alla figura, dico che è a guisa di una concava superficie
che chiamiamo conica, il cui vertice è nel centro del mondo, e la
base verso la superficie della terra.” Quindi, come un agrimensore
ed ingegnere, continua nello stesso tono asciutto. “Tal che viene
l’Inferno ad essere simile ad un grandissimo anfiteatro, che, di
grado in grado discendendo, si va ristringendo; salvo che
l’anfiteatro ha nel fondo la piazza, ma l’Inferno termina quasi
col suo profondo nel centro, che è un punto solo”.
Non ci sono più impressioni stratificate, più nessun chiaroscuro,
nessuna profondità spaziale e temporale: tutto è chiaro, la
rigorosa costruzione della frase tradisce l’indole pratica. La
lingua è quella dei virtuosi, degli artigiani, architetti, esperti
militari ed è subito più pressante e più povera della lingua
polifonica di Dante. Ma Galileo è ancor sempre un letterato,
altrimenti non lo si sarebbe invitato in tale auditorio dove la
cura del toscano, del volgare italiano era la massima istanza.
Galileo se ne scusa in anticipo: “…Non sia grave alle vostre
purgate orecchie, assuefatte a sentir sempre risonar questo luogo
di quelle scelte ed ornate parole che la pura lingua toscana ne
porge, perdonarci se tal ora si sentiranno offese da qualche voce
o termine proprio dell’arte di cui ci serviremo, tratto o dalla
greca o da la latina lingua, poi che a così fare la materia di cui
parleremo ci costringe”.
Supponiamo che per Galileo fosse una cosa seria la sua
descrizione, che le proporzioni e la chiarezza euclidea della
costruzione infernale l’abbiano subito interessato più di tutte le
storie esistenziali e i destini dei suoi abitanti. Subito ha
abbreviato l’equazione togliendo gli apporti mitologici e
l’eccedenza teologica, qui si parla solo di imbuti, di coni e
cilindri e subito vengono chiamate in campo le misure. I singoli
cerchi infernali, suddivisi in gironi, vengono disegnati partendo
dal Limbo, prossimo alla superficie terrestre, fino alle quattro
zone della “ghiaccia” dei traditori: acribia che va a finire nel
comico, in un comico diverso da quello della visione postuma della
vita. Solo ora è verificabile se la rappresentazione dantesca
corrisponda a una topografia reale, se la sua finzione sia fondata
geometricamente. Gli immensi spazi vengono misurati in miglia.
Tutte le paludi, i fiumi sotterranei, le fosse infuocate, i laghi
di sangue, i vulcani – indipendentemente dal fatto che questo
generico paesaggio fantastico abbia mai potuto concordemente
trovare posto su un atlante – vengono ridotti da Galileo a
panorama, egli li riporta nella somma totale delle regioni per un
numero tot di miglia. “La distanza dunque di Malebolge dal centro
è necessariamente miglia 81,3/22” e “la distanza delle diacce da
Malebolge, ciò è la profondità del pozzo de i giganti miglia
81,1/2”. “Ora ci resta, per compita esplicazione del nostro
proponimento addurre le grandezze di ciascuna delle quattro giacce
cavate da l’istesso Poeta.” Tali dimensioni le ottiene ricorrendo
a un paragone con Lucifero. Riporta un’osservazione di Dante
secondo la quale questi sarebbe più simile a un gigante che il
gigante a un braccio di Lucifero. È interessante vedere come
Galileo citi qui Alberto Durero (Albrecht Dürer) e il suo testo
sulle proporzioni del corpo umano. Si veda: vi si applica molto
concretamente la teoria delle proporzioni anatomiche al corpo
gigantesco di Lucifero e si pone quindi l’autore in linea
zoologica con quello: “Dante dunque, ciò è un uomo comune, ad un
gigante ha la proporzione di 3 a 44”. Come ciò sia grandioso, come
sia ingenuo e al tempo stesso triste per quanto verrà poi, lo si
capisce se si misura il danno che l’immaginazione ha sofferto da
allora. Ai seguaci di Galileo basta l’esatta pianta catastale e si
danno ancora appuntamento al catasto. In Dante, al contrario, non
vi è niente dell’agrimensore, tutto è topografia, egli è il
cartografo di uno spazio interiore del mondo, la sua immagine del
mondo non è né geocentrica, né copernicana, ma in un senso molto
primigenio ed efficace: è psichedelica. Lo si riconosce dagli echi
che irrompono da tutti i lati, dal procedimento magnetico con cui
parattaticamente precipitano gli uni sugli altri i suoni spaziali,
le indicazioni segnaletiche, il terrestre e il cerebrale,
l’allucinante e il costruito. Dante è il tuffatore di Delo, quale
Socrate si è visto, ma è anche Giona nel ventre della balena, un
secondo Teseo nel labirinto, e poi di nuovo, e modernissimamente,
una vissuta personificazione di tutti i viandanti degli inferi e
scalatori, da Ulisse a Empedocle. Continuamente in viaggio,
sprofondato nel colloquio o rivolto curioso verso i torturati,
Dante è la prova vivente del carattere processuale di tutte le
vere arti, per il loro lavorio cinetico, tattile e fisiologico.
Ciò che per Leonardo è il disegno contestuale – la veduta
esplodente di ogni cosa, contemporaneamente l’interno e l’esterno
– è per Dante la lingua poetica: un mezzo di propulsione, uno
strumento, uno spettroscopio. Da lui si impara come l’avvenimento
diventi l’occasione da cui esce il verso. La poesia diventa la
superficie di cristallo, la radura su cui scintillano i pensieri e
le parole giocano nella loro immediatezza. L’apostrofe è il
segreto della sua efficacia, il connubio di sguardo e voce:
guardate, qui parla un essere vivente che momentaneamente si è
tutto trasformato in visione.
Galileo, invece, vive già da molto in un altro ordine, verso stasi
e statica. Non deve esplorare strati profondi e niente rendere
trasparente. Il suo arido esercizio lo tradisce: arriva presto e
vi si àncora. Sarà il coordinatore di mondi statici, per sua
volontà la legge naturale si installerà nel vuoto, nell’equilibrio
di un mondo prestabilito. Quanto più Dante aveva spezzato le leggi
aristoteliche (della poesia) con la sua mossa mimesi, il suo
parlare in centinaia di ruoli, in dozzine di idiomi, tanto meno
Galileo lo poteva seguire in tale àmbito. Anzi non è neanche certo
che si sia accorto della potenza metamorfizzante di Dante, se si
leggono i suoi tardi dialoghi che stanno completamente sotto il
segno della drammaturgia platonica del dialogo: ideali
conversazioni che per gradi si avvicinano alla verità fisica. Le
osservazioni che Galileo compie con il suo occhio munito di lente
avvengono al di là di quella sfera escatologica, in cui fisica ed
etica, scienza naturale e spirituale non sono più divise. Ora lo
sguardo si restringe al campo del quantificabile, rientra nei
confini del sapere effettivo ed ingloba un deserto quale regnò
agli albori biblici.
Dall’obiezione che Aristotele rivolse a Platone – e cioè che una
teoria matematica della qualità è puro nonsenso – egli ha tratto
la più ovvia delle conseguenze: ha tolto l’ingovernabile qualità.
I sensi sono un impedimento alla conoscenza: la loro facoltà
estensiva, sempre incerta, sempre limitata, è nulla al confronto
del sapere intensivo dell’intelletto. Dell’immagine dinamica del
mondo dantesco, del suo impulso dinamico resta quale compromesso
tecnico solo il dialogo. Tutti gli scritti importanti di Galileo
sono redatti in forma dialogica. Però non si tratta più del
dialogo di Dante, dubbioso e timido, fatto cammin facendo, ma del
dialogo di Platone, sicuro di sé e già pronto per l’uso immediato:
una dissertazione con attori seduti, la movenza di un finto parto.
Si mira alla lingua della natura che, però, non viene più
ascoltata, ma interrogata con tutte le formalità richieste, con i
rilevatori dell’esatta scienza naturale che (e in ciò si
giustifica la sua temporanea innocenza) stava allora nascendo.
È
come se il cosmo dantesco dovesse essere dapprima del tutto
frenato, poi sottoposto alla causalità, quindi spezzato in
discreti stadi di determinata durata. I tempi del viaggio
diventano stati, esattamente come nel moto uniforme in cui
l’inerzia trattiene i corpi. Ora il momento stesso dell’inizio del
viaggio può essere fissato con precisione. I famosi versi iniziali
Nel mezzo del cammin di nostra vita, questo felino errare e
fiutare, si rovesciano nella loro stringata notifica: “questo fu
l’anno della nostra salute 1300, anno di giubbileo, di notte,
essendo la luna piena.” E di colpo la Divina Commedia diventa un
rapporto scritto. Ormai anche la definitiva collocazione
dell’inferno si determina sulla base di una prova indiziaria
geopolitico-biografica. “Prima, perché il cerchio della sboccatura
dell’Inferno passa a punto intorno a Napoli; secondo, perché in
tal luogo, o non molto lontan, sono il lago Averno, monte Drago,
Acheronte, Lipari, Mongibello e simili altri luoghi, che da gli
effetti orribili che fanno paiono da stimarsi luoghi infernali…”
Eureka! Finalmente si intravede il turismo infernale, giù a
rompicollo sulle tracce dell’esilio di Dante, attraverso tutte le
grotte di stalattiti e lungo tutti i passi montani dei dintorni
napoletani. Duecento anni più tardi Goethe nel suo Viaggio in
Italia riconoscerà meditabondo negli scogli delle coste siciliane
i luoghi omerici, Scilla e Cariddi, le isole dei Feaci e l’antro
di Polifemo. Il paesaggio è diventato la sua carta geografica e
nient’altro. Conquistati con la bussola, il compasso e la stadia
gli spazi immaginari si distendono tranquilli davanti alla porta
di casa. I presenti dovettero sentirsi rapiti da Galileo e dal suo
lucido spirito. Ora il loro ambiente diventava un po’ più
conoscibile. Per gratitudine quarant’anni più tardi eleggeranno
console dell’accademia il celebre figlio della loro città. Il loro
elogio andava alla prosa raffinata, all’efficace stile
trattatistico, al trionfo della grammatica, nella sua
mimetizzazione logico-naturale, sul sensualismo della poesia.
Galileo misura l’Inferno di Dante e resta appeso alle misure. Ha
inizio l’età aurea delle riduzioni.
Il
ventiquattrenne ha appena ridotto a formula l’opera del
cinquantenne, ha appena scalato gli oltre 14.000 versi delle
terzine e ora si accinge ad occuparsi della musica. Lo stesso
procedimento si ripete e Galileo offre una nuova teoria delle
vibrazioni sonore ai compositori. Le precedenti serie numeriche
degli intervalli gli sono troppo imprecise, troppo arbitrarie.
Come un tempo l’orecchio la sapeva più lunga delle astratte regole
pitagoriche dell’assonanza, così ora l’acustica la sa più lunga
dell’orecchio. Decisivo è il periodo dell’oscillazione delle onde
sonore, reso evidente da un bicchiere riempito d’acqua e
leggermente sfregato col dito (“fregando il polpastrello del dito
sopra l’orlo”). Ciò che nei sensi è primario diventa parvenza di
fronte al secondario. Unicamente la fisica spiega in modo
esauriente il nesso esistente tra suoni e timpano. Ma Galileo si
sbaglia e non sarà l’ultima volta. Una musica composta in base ai
suoi calcoli suonerebbe sterile e non temperata: la consonanza
fisica si muta in dissonanza fisiologica.
4
Atmosfera serale: il libro illustrato, le metamorfosi, l’intero
armamentario metaforico, le sue vedute esplosive… tutto è di nuovo
precipitato nella notte da cui era venuto. Consolidate le gallerie
e sigillati i labirinti, gli eroi del disegno industriale si
arrischiano sui piani inclinati. La loro nuova guida attraverso
l’inferno si chiama ora Galileo. Ha preso il posto di Virgilio e
appeso il suo cuore alle misure. Lo scambio di ruolo sembra
definitivo, il regressus ad infinitum irreversibile. L’esule
irato, il viandante che ovunque tende paziente l’orecchio agli
insegnamenti del passato si è trasformato nel bambino Dante che
gli agenti della Nova scientia rapiscono in un futuro aperto. È la
fine della mistica numerica e dei suoi espedienti che al giovane
Dante erano noti dal tempo della Vita nuova quando collegava per
sempre Beatrice con il numero 9 e i suoi maghi Pitagora e Tolomeo.
È anche la fine dell’armonia delle sfere, delle escatologie, del
teatro del mondo interplanetario in grande stile.
Come epitaffio sta un’espressione tipica per l’addio da un’età.
All’improvviso irrompe un freddo positivista, la gelida corrente
d’aria delle future riduzioni, un alito di critica linguistica che
esorcizza i fenomeni come fantasmi. Dopo aver messo in dubbio ne
Il saggiatore il calore come particolare qualità dei corpi,
Galileo toglie definitivamente la parola a ogni percezione
primaria. Il finale anticipa lo sparire delle masse di corpi
animati nel pulviscolo atomico. Il fuoco infernale di Dante –
ridotto a fantasma, fuoco fatuo dietro i fatti – può ritornare
sotto altra forma: come altoforno e crematorio, bomba e pianeta
incandescente. Non crede che nel fuoco sia presente una qualche
qualità come il calore. Tale sensazione – pensa Galileo –
appartiene a noi e in modo così congiunto che quando il corpo
animato e sensibile si allontana non resta che una semplice
parola.
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Nient’altro che semplici parole! Ecco gli strumenti con i quali
Dante si apre la strada attraverso le foreste vergini del suo
tempo. La sua scoperta è la morfologica variabilità dei nomi, il
loro carattere proteiforme, la loro capacità di evocare mondi, di
aprire squarci su paesaggi, indirizzare lo sguardo su quanto resta
occulto. L’efficacia metaforica, coordinativa, dimostrativa dei
nomina acti, actionis, agentis, instrumenti, qualitatis, loci si
presenta in Dante nuova ed elementare, a prescindere dalla
posizione. Nei suoi versi ai sostantivi spetta la funzione di
valori fisici in una catena di equazioni, che dalla più semplice
evocazione (“il fattuale”) sale fino ai profondi echi spaziali
delle ipotesi (“il visionario”). Densità materiale è qui
senz’altro densità mitologica e storica, momento di uno
sbalorditivo sincronismo: il che spiega la particolare viscosità
del flusso delle immagini. Ogni parola annuncia una sofferta
diplomazia in lotta tra nominalismo e realismo. Tutto è scambio
dolorosamente regolato di luoghi e qualità, di sostantivi e verbi…
nella roccia perforata passa la vampa, l’albero spoglio, la galea,
la mano disseccata vengono direttamente dal sonno perdurante e
rientrano in esso.
Ma, oltre a ciò, l’Averno ha in Dante di gran lunga qualità
fisiche. Non gli era assolutamente estranea la rappresentazione
cartografica degli inferi. Dal tempo degli egizi e dei loro libri
dei morti esistevano descrizioni esatte con l’indicazione delle
dimensioni e gli schemi delle vie. Per quanto le piramidi fossero
matematica applicata, altrettanto illuminante era il disegno di
singole circoscrizioni funebri di cui furono rilevate lunghezza e
larghezza. Al tempo di Dante tutto ciò dev’essere stato
altrettanto familiare quanto i misteri orfici, i vari racconti dei
viaggi agli inferi, propri di diversi popoli e culture antiche.
Inconcepibile gli era solo: isolare le proporzioni. Un mondo
numerico gli era più estraneo di qualsiasi città dei morti
mesopotamica.
Osip Mandelstam, contemporaneo della meccanica quantistica ed
osservatore del dissolvimento di un altro mondo, parla – in
riferimento a grandi scienziati come Darwin – di allenamento
dell’analitica facoltà visiva. Vede il loro pensiero – che non si
è mai allontanato troppo dal senso plastico, che sempre disegna
alberi genealogici e sistemi naturali dettagliati – in sintonia
con Dante, il precursore, il cosiddetto Descartes della metafora.
“Dante non vuole mai entrare in lotta con la materia senza prima
aver preparato un organo atto alla sua percezione…In poesia, dove
tutto è misura, tutto procede dalla misura, tutto gira attorno
alla misura e si muove per suo volere, i meccanismi di misura sono
strumenti di particolare natura, adempiono a una particolare
funzione. Qui il tremolante ago della bussola non solo si piega ad
indicare la tempesta magnetica, ma è lui a scatenarla”. Che la
lettura della Commedia stessa debba essere considerata un
esperimento scientifico, per la prima volta ridiventa illuminante
seicento anni dopo la sua creazione. |