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Smerilliana
Semestrale di civiltà poetiche

 
 
     
   
       

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Arcipelago

ANDREA PONSI

A fil di voce:
la disintegrazione del Novecento italiano di Carmelo Bene

Gli interventi per così dire “critici” che Carmelo Bene attua in rapporto alle lettere italiane ricoprono sempre uno spazio ibrido, privo di specificità (intese in senso deteriore), del tutto slegati da qualsiasi tentativo sistematico e storicizzante: la rigorosa indisciplina più volte esibita è in realtà il risultato di un bisogno sempre più pressante di mancare ogni specifico d’arte nel tentativo di eccederne le forme, togliersi dall’arte come categoria per instaurarvisi come creazione immediata (il creare più che il creato), puro soffio energetico. In effetti, nelle innumerevoli incursioni beniane all’interno della letteratura (dai poeti portati sulla scena, alle idee espresse in libri e conferenze, fino all’approdo finale del poema ‘L mal de’ Fiori) è possibile scorgere, soprattutto in rapporto all’Italia, una temperie che non esiteremo a definire museale:

A Lorenzino pareva d’agire in un museo ventilato solamente dall’interferenza frivola della moda. Tutti posavano, tra una pausa impolitica e l’altra […] e in questa tregua statuaria, immobili, al nostro Medici parevano già trascorsi […] Parlavano e scrivevano in latino, la lingua morta delle loro esequie1.

    I giudizi di Bene sulla poesia italiana e sulla poesia in generale, fatte le debite eccezioni, ne inscrivono i risultati sotto il segno nefasto della rappresentazione e del simbolico: egli infatti parla spesso di “cartolina illustrata” o di “decorazione inutile” o, peggio, di “consolatorio bagnomaria artistico” (riprendendo Laforgue). Quello che agli occhi di Bene (o, sarebbe meglio dire, all’orecchio) rende inappellabile un tale giudizio è il fatto che il museo-mausoleo delle lettere è un vero e proprio “attentato all’immediato”, quell’immediato fuori dalla storia e dalla sua progressione lineare-alfabetica, quell’orale che da sempre ha inseguito in tutti i suoi spettacoli, fino a trovarcisi immerso irrimediabilmente invocandone la soppressione, verso la pietra dell’inorganico. Ecco come lo stesso Bene riassume tale situazione in rapporto al suo operato:

Disintegrato è tutto il novecento: il pasticciaccio brutto dell’anti-neotradizione intesa come servizio funebre d’imbellettare il sonno eterno dei classici, e – in questo ufficio macabro-cosmetico – seviziare, spregiudicata, posture e atteggiamenti, spettinandone il senso, mai tentata di rinunciare al senso; come la scampagnata d’avanguardia, lungi dal rovinare le rovine, nell’ora più sfrenata di ricreazione scolastica, scorazza, sfregia i nomi sulle lapidi, inverte fiori, ceri e fuochi fatui, e finalmente impazza nell’obitorio di quel cimitero, invocando il non-senso e il suo contrario. Non oltre2.

   Seguendo questa traccia, e pur non aggirando gli inevitabili errori delle generalizzazioni, ci pare che in effetti, la poesia occidentale, dopo l’esplosione e i risultati ottenuti dai grandi maestri della lirica si sposti, nella maggioranza dei casi, nei pressi di un confortevole lavoro di gestione e di amministrazione nel quale l’ordine “cadaverico” illustrato da Bene, di un corpo poetico disponibile ad ogni analisi e a qualsiasi arginatura, svolge una parte certo non indifferente. Il testo fondamentale di Friedrich, La struttura della lirica moderna, recentemente ristampato, può prestarsi come indizio significativo, avvalorando l’ipotesi di un secondo tempo di traduzione e sistematicizzazione diagnostica che investe in complicate connivenze critici e poeti. Come ricorda Berardinelli nello scritto accompagnato a questa recente ristampa, Friedrich aiuta il lettore: 

… a familiarizzarsi con tutto ciò che è arbitrario, impenetrabile, dissonante e sconcertante. Così, l’oscurità viene resa accettabile. […] La violazione della norma costituisce il fondamento di una nuova norma3.

   L’accettazione di un tale codice (anche, lo ripetiamo, da parte dei critici) che potremmo chiamare di intraducibilità programmata pare funzionare spesso, per metafora, come una sorta di deposito a riscossione futura: un buio programmatico a interesse, all’interno del quale il negativo e il non-detto vengono abilmente riciclati e reinseriti nel codice e quindi nel positivo (ricordiamo le profonde intuizioni a tale proposito di Bataille); la pretesa riconquista di una zona originaria in cui parola e cosa, essere e linguaggio tornino a compenetrarsi viene invece da subito accantonata nelle riflessioni beniane: egli infatti denuncia il linguaggio come il luogo carcerario della coazione all’essere e alla forma, aprendo così una breccia vuota e risonante d’aria tra parola e cosa, corpo e voce – preparando così, attraverso le tecniche della “lettura come non ricordo”, la completa uscita dal pensiero. Attraverso la voce e le sue dinamiche, che diventano i fuochi concentrici di una vera e propria istanza critica, Bene si produce in una continua e inesausta apertura e rovina delle forme, con l’intento di vanificare – e cioè riconsegnare alla propria costitutiva vanitas – ogni opera. E in questo prendere ogni prodotto artistico come resto di un evento energetico (identificato e disidentificato continuamente con il quid della vocalità), come “escremento” che si stacca da un movimento in intensità, c’è tutta la volontà (che é più una luminosa constatazione) di scongiurare qualsiasi culto museale e mummificatorio in vista di una caduta smemorata nell’immediato. Così, la spettacolare esibizione dello stile beniano, la grandiosa tecnica vocale con i suoi svariati ed impressionanti registri timbrici non si attua nella prospettiva di un dettato potentemente e disperatamente espressivo, ma al contrario, grazie alla componente critica dell’oralità, in vista di un “fare piazza pulita”, nella violenza e nella consapevolezza di un gesto che nel suo compiersi si disapprova, esponendo la sua bravura per cestinarne ogni modo, verso quella particolarissima ascesi cara a Giovanni della Croce nella quale “non v’è più modo”: 

Il testo intentato é (deve essere) smentito, travolto dall’atto, cioè de-pensato. Poesia é l’immediato nella ruminazione orale d’uno scritto già estraneo a noi dicenti. Scritto in Voce. Voce come ri-animazione (rigor-mortis) del morto orale che è lo scritto4.

   Siamo davvero distanti dalla storia e dal consolatorio – e anche radicalmente lontani da quella che Adorno individuava come “idiosincrasia dello spirito lirico nei confronti del predominio delle cose”5 e che, ci pare, si sia cristallizzata nelle esperienze successive in un altrettanto mortuario e difensivo ritiro nel privato. Molto bene, in questi paraggi, si aggira Auerbach, con una considerazione davvero azzeccata e ricca di verità: 

… un’opera infatti che ha per tema l’orrore, viene meglio compresa da coloro cui l’orrore penetra nelle ossa, nonostante le loro invettive, che da coloro che non sanno far altro che prorompere in entusiastiche espressioni sul risultato artistico. Chi è afferrato dall’orrore non parla di frisson nouveau, non grida bravo e nemmeno si congratula con il poeta per la sua originalità […] che strano fenomeno: un profeta di sciagure che non si aspetta altra reazione dai suoi ascoltatori che ammirazione per il risultato artistico raggiunto6.  

   Ora, restringendo il campo alla situazione italiana e alla sua temperie, ci piace ricordare una definizione che fu di Pagnanelli (sulla scorta del Frye di Anatomia della critica) e che ben si presta, scontata l’eco di deriva heideggeriana, all’indagine in atto: 

Un’allegoria, più di altre, mi ha abbagliato negli ultimi tempi con la suggestione di un possibile concetto generale, quella, p.e. che la poesia stava e sta attraversando una stagione invernale, un vero e proprio inverno-inferno, che poi debordando dai limiti estetici ci compete e compenetra tutti7.  

   La situazione che in Italia viene a formarsi, riflette in maniera se possibile ancora più oppressiva quel processo di traduzione in gergo sia del linguaggio del simbolismo, sia di quello delle avanguardie o di esperienze radicali e non bene localizzabili, come ad esempio quella artaudiana. Lo stesso Mengaldo indica, dopo una prima fase legata alle avanguardie, una seconda fase di tipo potentemente restaurativo, mentre nel resto d’Europa persistevano:

 … vistosi fenomeni di arte al quadrato, di parodia, di riduzione primitivistica dei moduli classici che implicitamente li ridimensiona e relativizza8.  

   E ci pare che questo ritorno all’ordine (che fu certo di tutta la poesia europea) sia avvenuto in Italia in maniera fin troppo tempestiva e, azzardiamo, su un “disordine” che quasi non c’è stato o che ben poco ha potuto incidere. Allora, il discrimine dell’ermetismo ci pare quel capitolo che in qualche modo ha voluto preservare, nel bene e nel male, l’integrità e la rispettabilità, divenuta poi asfittica, di una lingua e di una cultura – l’artefice di quella istituzionalizzazione e grammaticalizzazione degli assunti più dirompenti delle esperienze successive, traduttore in fieri che pare infatti accogliere soprattutto le innovazioni cautamente formali, adattandole alla propria lingua: la crisi diventa allora chiusura e gestione formale, nella quale codici e immagini acquistano quella prevedibilità e riconoscibilità anche istituzionale che invece tentavano di scongiurare. Non è un caso che all’interno di questa chiusura, la traduzione diventi spesso uno dei pochi slanci capaci di fuga dalla propria cultura poetica (salvo i casi in cui anch’essa lavora nella direzione opposta): 

… l’esercizio della traduzione poteva, e può sempre più, divenire veicolo di mascherate evasioni dal quadro generale della cultura poetica in cui il traduttore è inserito9.  

   Anche il fatto che l’idea di lirica come contrapposizione al mondo borghese e capitalistico sprofondi sempre più spesso in ambito nazionale nei recessi ctonii delle civiltà precedenti ci pare una spia non sottovalutabile dell’imponente apparato di blocco presente nelle lettere italiane – e, del resto, la filologia non distoglie mai lo sguardo dalle esperienze dei dialettali, non sappiamo bene se per spirito di sacrificio o per servizio di polizia. Questo inabissamento, parallelo alla discesa (anche in lingua) nei regni del privato, pare in Italia più accentuato che altrove, relegando tra l’altro la poesia all’interno di un ruolo “apparentemente privilegiato”10. Anche la perdita della figura forte dell’autore, invece di aprire nuovi spazi di indagine e liberare nuove virtualità energetiche, ha finito per coincidere anch’essa con il ritiro nel breve ma sicuro spazio del privato, spesso in un tentativo di difesa a oltranza del proprio piccolo luogo, della propria rassicurante proprietà. Questo ritiro, come nel caso delle esperienze dialettali, ci pare certo frutto di una contestazione della lingua del potere e dei suoi modelli egemoni, ma pur sempre dall’esterno, giocando un ruolo per così dire storico, assegnato, e che rientra nelle strategie di arginatura del sistema; casomai, il problema acquista una sua portata interessante nel momento in cui il poeta dialettale affronta il passaggio sulla pagina e si trova a dover fare i conti con la scrittura della traccia orale, nella sua forzata traduzione all’interno dei codici scrittori: in questo andirivieni tra voce e traccia scritta, tra dialetto e testo a fronte, sembra almeno di poter scorgere le frizioni e i cigolii della macchina ben oliata ed efficiente del potere.
   Ci avviciniamo, da questa prospettiva, al problema del rapporto con le cosiddette lingue morte, molto indagato all’interno della nostra tradizione: ne fornisce uno studio interessante Agamben: 

… l’esperienza della parola morta si presenta come esperienza di una parola proferita (di una vox) in quanto non é più mero suono […] ma non é ancora significato: esperienza cioè di un segno come puro voler-dire e intenzione di significare11.

    Dove la ricerca poetica, non solo dialettale (Agamben parla infatti di Pascoli) ha il compito di: 

… cogliere la lingua nell’istante in cui riaffonda, morendo, nella voce e la voce nel punto in cui, emergendo dal mero suono, trapassa (cioè, muore) nel significato”12.  

   La ricerca beniana, e la sua lettura della tradizione, mostra invece di voler eliminare anche quell’istanza musicale, tra suono e significato, quel doloroso e glorioso tremolio della parola articolata ma che ancora non è significata, quella “volontà di significare” della pura fonetica che non farebbe altro che valutare l’evento della voce esclusivamente dalla prospettiva di un codice già dato, quello alfabetico e produttore di significato. Attraverso le dinamiche timbriche della voce, Bene pare sviluppare un movimento in intensità nel quale tutte le possibili cadute “in significato” non vengono accantonate ma attraversate, senza mai piegarsi a una di esse: un forsennato lavoro volto a rimanere, per così dire, nella voce, nella sua immediatezza, sospendendosi nel continuo sfolgorio dei possibili. Allora, lo stadio vocale della lingua, di solito identificato con la manifestazione primaria dell’essere e del suo rivelarsi, in Bene (come in molte tradizioni, se rettamente intese) diventa rivelazione del suo essere vuoto, non-luogo di martirio e protesta del non-nato contro le imposture e le falsificazioni dell’ontologia e della metafisica (e siamo vicini, ci pare, almeno per certi aspetti, ad una estetica del vuoto di stampo orientale). Il fatto davvero importante, ci pare doveroso sottolinearlo ancora, é che questa sorta di sospensione dal mondo semantizzato (e dalle sue costrizioni alla forma… al carattere “ortopedico”, se così possiamo dire, del logos), che di solito viene esperita al di fuori del codice, in Bene esplode all’interno dello stesso: Deleuze, in più di un intervento sul fenomeno Carmelo Bene, ribadisce che “occorre essere stranieri, ma nella propria lingua”, occorre essere “minori” all’interno della linea “maggiore” e di potere, proprio per non essere neutralizzati nel negativo. In questo senso Carmelo Bene riesce a superare l’equivoco dell’in-forme (appartenuto in modalità diverse allo stesso Artaud) pur scontandolo per intero, non sfuggendolo ma al contrario spingendolo a velocità tali da vanificarlo per addizione, sfigurando la grammatica attraverso la gamma dei possibili nella prismaticità musicale della sua voce fino al passaggio a vuoto nell’atonalità, permettendo l’esperienza, la sensazione del non-nato e dell’immediato dietro e dentro la lingua stessa, ad ogni gesto (che, per rimanere nell’immediato, lo ricordiamo, nel suo compiersi si disapprova), ad ogni emissione di voce (come accade nella tradizione ebraica, ma anche in quella orientale). Invece, nella rincorsa della nostra tradizione verso le cosiddette lingue morte ci pare davvero che la stessa voce (voce della poesia) ci arrivi solo come voce (già) morta, lapide tombale, come ricorda Agamben per Pascoli, individuando ne La tessitrice il punto più alto e più tragico di un dialogo con la lingua morta (madre) e con la voce morta (fanciullino): 

Qui – nel cuore del dettato – non si ode ‘il suono di una parola’, il telaio che intesse la tela della lingua ‘non suona […] più’ e tutto è soltanto ‘cenno muto’13.  

   Troviamo, in filigrana a questo punto di arrivo, quello che per Bene è invece una constatazione e un punto di partenza: quel morto orale che la sua “lettura come non ricordo” cerca di riportare nel vivo immediato della voce. E ci troviamo allora di fronte alla rottura quasi del tutto completata di questo telaio (La tessitrice) delle lettere italiane, che comunque, nel percorso beniano riporta ad un altro silenzio, non meno tremendo, quello ad esempio dell’ultima Achilleide. Non é cosa da poco, se lo stesso Agamben ascrive questo fenomeno di “articolazione puramente negativa fra vivente e linguaggio, in cui voce e lingua si confondono nella morte” tra le caratteristiche più proprie della tradizione italiana: 

Possiamo ascrivere questo tratto pascoliano fra quelli più profondamente scalfiti nella fisionomia culturale italiana: la volontà e la coscienza di operare in una lingua morta, cioè individuale e artificiosamente costruita […] Tale è il difficile rapporto di questo popolo con la sua madre lingua: che solo può trovarsi in essa se riesce a sentirla morta, che solo discerpendola in reperti e brani anatomici può amarla e farla sua. La morte di Beatrice condiziona – anche qui –  tutta la nostra tradizione letteraria e Laura (l’aura) di Petrarca non è che il fiato della voce  –  e questo, alla fine, solo aura morta14

   E sembra fargli eco, da remote plaghe acutamente musicali, nelle quali il rimpianto per l’affievolirsi dell’alonatura musicale (la prossimità di melodramma, musica e libretti d’opera soppiantata dal ristabilito culto dell’immagine ad opera del cinema) non smette di vibrare, la luce che emana dalle pagine di un critico come Marzio Pieri15 – anche attraverso la sottolineatura dell’interpretazione del manierismo come “ossessione dell’inautentico”.
    Risalendo il filo della metafora iniziale di Pagnanelli, e pur d’accordo con i suoi avvistamenti positivi e forti di allora (Fortini, Bertolucci, Zanzotto), non possiamo fare a meno di notare, a parecchi anni di distanza, che tale temperie climatica e convalescenziale si è stabilita come una costante alta pressione, una perturbazione priva ormai di veri e propri turbamenti, dove acclimatarsi in maniera confortevole e sicura, da buoni pazienti. All’interno di questa perdurante metafora invernale, nella quale giustamente Pagnanelli scorgeva l’affiorare anche di tentativi del tutto legittimi e significativi di ricerca di un senso e di esperienze dell’alterità del sacro, ci pare che il gesto (e sottolineiamo quest’ultima parola, perché ci pare racchiudere l’assunto davvero rivoluzionario di tutto il percorso di Carmelo Bene, in un rifiuto di quella “distanza critica” che si instaura proprio a partire dal modus reso assoluto dal sistema alfabetico e dalle verità che si costruiscono attraverso di esso – di contro alla richiesta partecipativa e totalizzante dell’oralità) di Bene si possa riassumere nel tentativo, per gran parte riuscito, di “cancellazione” attiva di tutto il novecento (qualcosa che potrebbe ricordare molto da vicino le dinamiche sottese al Galateo zanzottiano), nel proposito di eccederne tutte le forme in un attraversamento privo di cristallizzazioni o zavorre difensive, dove nessun reagente ha la possibilità di trasformarsi in un precipitato del passato, dove tutto è al presente, un presente come immediato svanire – sprigionando parimenti una forza del comico e del ridicolo (su modello kafkiano) che la nostra letteratura, anche per i motivi di più sopra, ha da sempre accantonato (dove sono, infatti, i poeti comici di questo secolo? Ben pochi nomi, vengono alla mente, e non con poca difficoltà: Delfini, Balestra, Riviello … Rosselli?). Un proposito, questo, del tutto opposto a quello che invece si muove in direzione del senso e che, in rapporto al sacro, si decanta solo per via di teologia negativa, nei modi di una im-paziente sottrazione di pensabilità: 

… una progressiva sottrazione di pensabilità affermata come fermo-immagine, articolata in un catalogo divertito in cui si fanno fuori tutte le possibilità dell’umana vivibilità: cuore/sentimento, speranza, sogno, ricordo, cervello (dorato in padella e non nella sua noiosa fabbrica di concettosità)”16

   Probabilmente, attraverso le gesta beniane, e il suo rigoroso passare da uno specifico all’altro delle arti, sempre all’interno di quel non-luogo per eccellenza che è il teatro (unica cornice forse, dove ancora la volontà possiede qualche possibilità di movimento e dove quindi più facilmente Bene può vanificarla per eccesso, sprofondando interamente nella sua vanitas e trainando con se ogni settorialismo estetico) una bordata disastrosa è stata messa a segno nei confronti di quel tanto citato telaio, che tutt’ora tesse la sua funebre tela attorno alle vibrazioni dell’aria – deflagrazione tanto potente quanto silenziosamente ignorata.
   Allora, il movimento che ancora rimane da fare, è un tentativo disperato di avvicinare alcuni nomi (non importa da quale plaga artistica) a quello di Carmelo Bene – e, nel proporre questo, non intendiamo certo mostrare vicinanze o sventagliare parentele fin troppo esibite (del resto, mancando una identità, una carta-opera ecceduta, come in questo caso, che ne racimoli il senso, risulta difficile qualsiasi foto di famiglia); al contrario, sarebbe auspicabile, fuoco e miccia alla mano, sfiorare quei punti dove il tessuto (il textum, il testo) sembra essere più in tensione – dove, come nelle zone logorate da troppa centrifuga o da eccessiva sporgenza corporea (corpo-voce), in prossimità dello strappo, si può sentire una primavera.
   Strano destino, del resto, quello di chi, sprofondato nell’inverno, è obbligato, per fedeltà a chissà quale forza senza nome, a liberarsi dell’abito che amorosamente un venerando e pregevolissimo telaio continuamente gli tesse addosso – oppure, ed è fatto ancor più comico, è costretto, per scaldarsi (ci troviamo oppure no tra le pareti piombate e gelide di un obitorio?) a saltare con la scintilla di quello stesso fuoco – combustibile l’intero novecento, compreso quello prodotto dall’incendiario medesimo – con la fiamma azzurra del rogo appena acceso.

Note
1 Carmelo Bene, Lorenzaccio, in Opere, Bompiani, Milano 1995, pag. 14.

2 Carmelo Bene, Autografia d’un ritratto, in Opere, op. cit., pag. XII.
3 Alfonso Berardinelli, Le molte voci della poesia moderna, in H. Friedrich La struttura della lirica moderna, Garzanti, Milano 2002 (già Garzanti 1958, ma edito in Germania nel ’56), pag. 336.
4 Carmelo Bene, Autointervista dell’autore ‘l mal de’ fiori, Roma, 16 maggio 2000.
5 T. W. Adorno, Discorso su lirica e società, in Note per la letteratura, Einaudi, Torino 1979, pag. 49.
6 E. Auerbach, Les fleurs du mal di Baudelaire e il sublime, in De Donato, Da Montaigne a Proust, 1970, pagg. 171-72.
7 Remo Pagnanelli, Paesaggio invernale (o quasi), in Studi critici, Mursia 1991, pagg. 222-223.
8 Pier Vincenzo Mengaldo, Poeti italiani del novecento, Mondadori, Milano 1978, pag. 51.
9 Ibidem, pag. 34.
10 Ibidem, pag. 22.
11 Giorgio Agamben, Categorie italiane, Marsilio, Venezia 1996, pag. 69.
12 Ibidem, pag. 74.
13 Ibidem, pag. 76.
14 Ibidem, pag. 77.
15 Ad es. in Marzio Pieri, Biografia della poesia, La Pilotta, 1979.
16 Sergio Fava, Introduzione a ‘l mal de’ fiori, Bompiani, Milano 2000, pag. XVII.

 
 
       
 
 
 

 

 

     

 

 

 

 

 

 

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