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Smerilliana
Semestrale di civiltà poetiche

 
 
     
   
       

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Arcipelago

GIAMPAOLO VINCENZI

Etica ed Imitazione nella traduzione poetica 

Le dicotomie signifiant/signifié, langue/parole, dia_cro_nia/sincronia e denotazione/connotazione, seppur ottimi mezzi d’indagine linguistica, sono stati alla base delle bipartizioni interne alla teoria traduttologica la quale si è servita, in epoca moderna, degli stessi metodi d’indagine della linguistica. A differenza delle ipotesi fataliste di molti linguisti per i quali tradurre poesia è un’operazione teoricamente impossibile, non ci è voluto molto tempo a capire che una traduzione non era solo traslare una parola di una lingua in un’altra parola d’un’altra lingua, visto il caso di proposizioni che, anche nei testi tecnici, non erano facilmente riversabili. Gli specialisti hanno ritenuto necessario appoggiarsi a discipline complementari al fine di risolvere l’annosa questione riguardo la scientificità della materia, a dire l’individuazione di leggi abbastanza generalizzabili nel metadiscorso traduttivo. Sempre prevalendo l’utilizzo dei metodi linguistici, si è fatto più massiccio ricorso agli strumenti semiotici ed antropologici per scoprire quali fossero le basi autorevoli dei rapporti tra composizioni in lingua originale e rispettive traduzioni. Uno dei grandi meriti del discorso teorico negli ultimi trenta anni è quello di aver fatto comprendere ai non specialisti che quando si traduce non si volge un testo in una lingua, ma si cerca di trasportare la cultura alla base di quel testo in un altro “spazio” culturale che sussiste sia in linea diacronica, sia il linea sincronica. La riscrittura dell’Orlando Furioso di Italo Calvino è evidentemente una traduzione, seppur declinata ad una cultura ricettiva essenzialmente diversa da quella vissuta da Ludovico Ariosto. Quest’affermazione ha due limiti: il primo è di non considerare il linguaggio (e dunque la poesia) interna all’autorità dell’originale; il secondo è sequenziale. La “versione” di Calvino è scritta in prosa, mentre l’opera originale è in ottonari. Oltre ad avere i due limiti suddetti, l’affermazione ha anche un pregio: quello di porci davanti al problema più eminentemente etico: perché si ha bisogno di una riscrittura confacente le attese di una cultura differente? Qual è la motivazione per eseguire quest’operazione?
   Il nostro scopo qui è tentare un’analisi di teoria della traduzione partendo dagli studi culturali applicati alla traduzione, in particolar modo servendoci della Polisystemic Theorie, connessi ad alcune suggestive affermazioni di Antoine Berman riguardanti l’etica della traduzione e rintracciabili principalmente nella bibliografia presente nelle note seguenti. La metodologia analitica che concerne studi di questo tipo è specialistica, poiché si serve di strumenti svariati che inglobano terminologie differenti e materie apparentemente distanti tra loro. Questi ambiti, però, si riconnettono tutti ed indistintamente nel contenitore antropologico più amplio che è quello rappresentato dal termine cultura. Ciò a dire quanto la scientificità di una materia umanistica – la teoria della traduzione – debba omaggiare non solo il lavoro critico sul testo ma imprescindibilmente il lavoro critico su di una cultura che esprime un individuo, a sua volta esprimente una lingua e che esprime un testo; quest’ultimo interagisce con la civiltà che lo ospita. Si cercherà di offrire degli esempi di traduzioni e di scritture originali che non partecipano alle sistematizzazioni odierne riguardo le categorie formali o le supposte “leggi” concernenti la teoria della traduzione. Pur tuttavia si cercherà di aggiungere al concetto di traduzione un’altra maniera metodologica che ci sembra poter essere inserita con profitto all’interno degli studi culturali: l’imitazione.
   Nell’importantissimo saggio Dopo Babele, George Steiner afferma che «studiare la traduzione, significa studiare il linguaggio». La citazione – per se stessa indicativa di un metodo che segue le dicotomie alle quali sopra si accennava – arriva quasi a ciel sereno, dopo che l’importante studioso mette in chiaro quali sono le difficoltà di un’analisi sulle traduzioni dal punto di vista interpretativo, argomento tanto importante da dare il titolo alla prima sezione del saggio: Comprendere è tradurre.  Il fascino di alcuni passi che riguardavano il legame tra lingua ed individuo, il rapporto imprescindibile tra individuo e lingua utilizzata profuso nelle prime pagine del saggio, si neutralizza in affermazioni neutre dell’autore, per il quale nell’indagine traduttologica l’analisi dell’idioletto e/o del socioletto riguarda ambiti non relativi alla traduzione. Non condividere con lo Steiner le ipotesi formulate almeno nel primo capitolo del saggio, significa porsi delle domande che inevitabilmente porterebbero il discorso lontano dal nostro oggetto; tuttavia vorrei far notare l’attinenza che in quelle affermazioni trova il rapporto tra lingua, traduzione e cultura. Considerazioni come: «L’essere umano si libera ad un atto di traduzione, in tutti i sensi del termine, ogni volta che riceve da un altro un messaggio parlato»; oppure: «Non ci sono delle epoche, delle classi sociali, dei luoghi dati che si servono delle parole e della sintassi per esprimere esattamente la stessa cosa, per emettere gli stessi segnali quanto al giudizio o all’ipotesi. E neanche due esseri umani. Ognuno di noi si riferisce, deliberatamente o per abitudine, a delle basi linguistiche: la lingua corrente, che corrisponde al livello di cultura personale, e un fondo privato.»1 offrono la misura della coscienza del linguista riguardo le problematiche traduttologiche, inesauribili quando il contesto d’indagine non sia più la lingua. Se la lingua fosse solo espressione della cultura di un uomo o di una società, non dovrebbe lo studio traduttologico considerare i suoi presupposti? È questa la domanda fatalmente proposta quando si legge che «In due parole, l’esistenza dell’arte e della letteratura, la realtà della storia vissuta da un gruppo umano, sono condizionate da un processo continuo, ma spesso incosciente, di traduzione interna.» Se la traduzione interna non fosse alla base della comprensione, perfettamente inutile sarebbe indagare le cause (e le conseguenze) di errori traduttivi, “falsi amici”, scelte del traduttore; ancor più fatuo sarebbe iniziare un discorso critico ed ermeneutico sui testi, particolarmente quelli letterari, portare degli esempi, comparare e così via. Ma, purtroppo o per fortuna, le scelte del traduttore sono parte imprescindibile del processo traduttivo. Sarebbe intellettualmente ipocrita non dire che quelle scelte sono state condizionate dal contesto storico e produttivo, sociale, dalla civiltà nella quale il traduttore viveva, dalla sua personale cultura, dalla lingua in cui pensava e si esprimeva. L’ipotesi di molti traduttori, i quali parlano di una loro passività davanti alla scelta di un testo da tradurre – attività delegata al testo che “si è fatto tradurre” – non convince totalmente, proprio perché, se come qualcuno afferma, la traduzione è un processo di problem-solving, non può essere il solo testo che provoca la scelta, semmai l’interazione tra testo e traduttore. Queste premesse per dire che lo studio della traduzione non coinvolge solo la lingua, assolvendo il traduttore o viceversa, e non è neanche il raffronto tra la sintassi di una lingua d’origine con una lingua di partenza. Lo studio della traduzione in senso amplio è, secondo la teoria che si sta illustrando, lo studio delle motivazioni culturali che spingono a scrivere un testo in un’altra lingua assieme alle motivazioni culturali che spingono una cultura a leggere un testo scritto in un’altra lingua. Ciò significa che lo studio culturale dia- e sin-cronico dovrebbe prendere a braccetto la linguistica e la semiotica in una collaborazione atta alla comprensione della ricezione di un testo nella cultura tradotta, alle cause ed agli effetti causati nella cultura ricevente. Dalla fine degli anni settanta gruppi israeliani e belgi si occupano di studi traduttologici associandoli ad un metodo inglobante differenti sistemi di contesto. I rapporti interletterari tra le culture sono meglio descritti insieme ai rapporti intraletterari all’interno della struttura di un dato sistema culturale; l’effettiva evoluzione letteraria e linguistica viene alla luce attraverso lo studio dei testi tradotti.  La teoria polisistemica (Polisystemic theorie) si serve delle indagini linguistiche, semiotiche, antropologiche ed ermeneutiche per intaccare la struttura diamantina dell’insieme “cultura”, così apparentemente caotica da apparire imprendibile. La logica è basata sulla considerazione che il testo è frutto, attraverso passaggi individualizzati, di una civiltà; la traduzione linguistica del testo lascerebbe inespresso il pre-contesto quando una cultura diversa dovesse leggere il testo tradotto. La lingua, dunque, come espressione di una cultura tanto quanto gli usi ed i costumi, la cucina, i rapporti sociali, la tumulazione dei defunti: «[…] la traduzione ha finito di essere, almeno tra i professionisti e i ricercatori, il “passaggio da una lingua ad un’altra” per diventare piuttosto passaggio di un testo (o messaggio) da una cultura o da un sistema ad un altro, identità per diventare semmai differenza, riproduzione per divenire piuttosto produzione.»2 Le affermazioni metodologiche dei più importanti esponenti della teoria polisistemica, rinviano ad un atto di rinuncia che consiglia di «trascendere i confini linguistici e letterari perché ci sono casi di traduzione che esigono una semiotica della cultura.» (Translation Theory and Intercultural Relations 1981) si aggiungono a quelle ancor più chiare di Gideon Toury che confermano lo stretto legame tra cultura e traduzione: «[…] la traduzione come occupazione culturalmente rilevante ha spesso giocato il suo ruolo maggiore: servire a mettere alla prova le potenzialità del sistema progettato in un modo efficiente come pure a presentare i membri del gruppo sociale attinenti alla cultura in questione con interessanti risultati. […] Saltuariamente era menzionato, soprattutto negli studi storici, il ruolo realmente svolto dalle traduzioni individuali, o dalle traduzioni di particolari testi di origine esterna, nell’evoluzione del così detto target culturale.»3 La rilevanza storica delle citazioni sta nella spallata distruttiva data ad un muro teorico che proprio in quegli anni Juri Lotman stava costruendo con Semiosfera, alle radicalizzazioni delle scuole critiche strutturaliste – soprattutto Tynjanov –  e Lukács. La traduzione è ogni enunciato nella lingua d’arrivo che in quella stessa cultura venga presentato o ritenuto come una traduzione sulla base di un qualsiasi plausibile fondamento. Per quanto possibile si può pensare ad un binomio di tre cerchi concentrici, il più esterno dei quali è il contesto culturale che contiene quello intermedio: la lingua. La lingua al proprio interno esprime il testo che verrà tradotto.
   L’abbozzo appena esposto significa anche – con le parole di Meschonnic – che, dietro una convinta negazione del metodo traduttologico ancorato alla sola analisi linguistica, «Una teoria della traduzione dei testi è necessaria, non come attività speculativa ma come pratica teorica, per la conoscenza storica del processo sociale di testualizzazione, come trans-linguistica. […] Il tradurre un testo è un’attività trans-linguistica quanto l’attività stessa della scrittura di un testo, e non può essere teorizzato dalla linguistica dell’enunciato né dalla poetica formale di Jakobson.»4 Per codificare il testo da tradurre è necessario un approccio che avvicini e si inserisca all’interno della cultura contenente il testo, attraversi la lingua e trasporti la traduzione in un’altra triade di insiemi contenentesi. Da considerare, seppur di passaggio, la sottintesa – ma intimazione che valga come premessa metodologica – che la lingua stessa è sistema storico in continua evoluzione sia nel contesto culturale nel quale è inserita, sia all’interno della coscienza dialogante del traduttore. Friedmar Apel: «La traduzione non segnalerebbe affatto in primo luogo lo stadio storico della lingua e del suo uso, ma innanzi tutto segnalerebbe differenze nella concezione linguistica, intesa come modo in cui la coscienza formale del traduttore si rapporta alla lingua.»5
   Nella percezione del processo traduttivo emerge la considerazione che esistono due sistemi culturali (che Even-Zohar definisce «primario» e «secondario»), nei quali agiscono rispettivamente il testo in lingua originale ed il testo in lingua d’arrivo. Per chi studia la teoria della traduzione è dunque necessaria, oltre alla conoscenza perfettamente funzionale delle lingue, anche l’approfondita disamina delle azioni-reazioni del testo all’interno della lingua e della cultura “fonte”, assieme alle probabili letture che la cultura d’arrivo imporrà. Va da sé la tesi che lo studio comparato delle reazioni di una cultura ad un testo già tradotto, impegna gli storici della teoria traduttologica.
   Le differenze fra traduzione letteraria e traduzione tecnica sono troppo estese per poter essere considerate in un’analisi soddisfacente. Basti sapere che nello schema esposto sopra è assente la funzione del traduttore, la declinazione del processo grazie al quale un’opera letteraria viene tradotta. Le domande che gli studiosi si pongono, riguardano le motivazioni decisionali che portano uno scrittore a tradurre una determinata opera, la scelta del suo lessico, quale impatto abbia la traduzione del testo originario sulla cultura che lo riceve tradotto. La critica si chiede se il successo (o l’insuccesso) dell’opera tradotta sia equivalente a quella scritta dall’autore, se l’autorità del traduttore possa essere paragonata a quella dell’autore, se le scelte compositive e lessicali siano o no adeguate: se quella analizzata, cioè, sia una buona o cattiva traduzione. Una critica, scientificamente mossa, è un atto di giudizio che ha bisogno di una struttura stabile sulla quale operare. In molti conoscono la mirabile opera di Ladmiral6, il fondatore della traductologie, nella quale il critico e linguista francese si chiede quali siano le basi ferme sulle quali si possa poggiare un giudizio critico riguardo la qual-ità di una traduzione. Se è oggettivamente possibile formare un parere sulla traduzione della denotazione lemmatica, non è altrettanto possibile giudicare le scelte connotative del termine poiché, soprattutto in poesia, la polisemia riguarda il contesto nel quale è inserito un significante tradotto. La qualità di una traduzione è data da una certa “equivalenza” sciolta dal contesto ampio e riguardante il solo sistema-lingua. La traduttologia era ancora considerata una branca della linguistica ed il giudizio riguardo le traduzioni si fermava ad un confronto soggettivo dell’originale e del risultato. Ma la domanda è ancora valida; per tradurre è necessaria un’equivalenza tra due culture? All’interno di questa “crepa” della superficie metodologica si inserisce il discorso sulla funzione del traduttore:

Il ruolo fondamentale della traduzione evidenziato dagli studi polisistemici nello sviluppo di sistemi culturali ha enfatizzato l’importanza del traduttore nella sua veste di mediatore culturale. Il compito del traduttore è infatti insostituibile in quanto, conoscendo le due culture a confronto, è in grado di adeguare il testo originale alle esigenze culturali dei fruitori. Di fronte a un testo letterario il traduttore individua la diversità tra la cultura di partenza e quella di arrivo e valuta come procedere nel suo lavoro, in modo da decidere quali elementi mantenere, quali adattare e come presentare al pubblico destinatario gli elementi peculiari della cultura originaria. Il traduttore costituisce l’anello di collegamento che determina l’interazione di culture diverse. Ma la tesi che Lefevere sviluppa è che il traduttore non può rimanere neutrale e non opera in un vuoto culturale: scientemente o no, il traduttore manipola il testo.7 

   La teoria di Lefevere è imprescindibile; se c’è una possibilità di manipolazione il traduttore, all’interno del suo operato, entra nel campo dell’etica. Quando il traduttore è un mediatore culturale, agli studiosi stabilire la qualità di quella mediazione. Certo è che l’affermazione sopra esposta non è in conflitto con la funzione del traduttore indicata dalla teoria polisistemica.
   In sostanza, c’è da chiedersi se il processo traduttivo, violi o no alcune leggi metodologiche facenti parte di un’altra branca dei rapporti culturali: l’etica della traduzione. Il termine, come anticipato, è stato usato con pregnanza metodologica da Antoine Berman nel saggio L’épreuve de l’étranger8 e del quale si perdonerà la lunghezza delle citazioni, tanto importanti ai fini delle mie proposte:

L’etica della traduzione consiste, sul piano teorico, nel portare alla luce, affermare e difendere la pura finalità della traduzione in quanto tale. Cioè, nel definire la natura della “fedeltà”. La traduzione non può essere definita unicamente in termini di comunicazione, di trasmissione di messaggi, o di rewording allargato (…) questa scrittura e questa trasmissione prendono il loro vero senso solo a partire dalla finalità etica che le governa. In questo senso, la traduzione è più vicina alla scienza che all’arte – almeno se si presuppone l’irresponsabilità etica dell’arte. 

visto che: 

Il problema è che la traduzione occupa un posto ambiguo. Da una parte, si piega all’ingiunzione di appropriazione e conquista, si costituisce anzi come uno dei suoi agenti. Cosa che crea traduzioni etnocentriche, o quella che si può definire la “cattiva traduzione”. Ma, dall’altra, la finalità etica del tradurre si oppone per natura a questa ingiunzione: l’essenza della traduzione è di essere apertura, dialogo, meticciato, decentramento. È un mettere in relazione, o non è nulla. La contraddizione tra spirito di conquista della cultura e finalità etica del tradurre si ritrova a tutti i livelli. Sul piano delle teorie e dei metodi di traduzione (per esempio nell’eterna opposizione fra i partigiani della “lettera” e quelli del “senso”), come su quello della pratica traducente e dell’essere psichico del traduttore. Sotto questo aspetto, la traduzione, per accedere al suo essere proprio, esige un’etica e un’analitica.9  

   Si afferrano anche le basi metodologiche opportune ad un discorso sull’etica della traduzione e la creazione di nuove categorie di giudizio che, nel sistema analitico della linguistica, chiaramente non erano state prese in considerazione. La cattiva traduzione è etnocentrica, non ha finalità etiche, è autoreferenziale; al contrario la traduzione, inglobata in un’etica positiva, non opera una negazione sistematica dell’estraneità dell’opera straniera. Per quel che riguarda il processo traduttivo generale, non v’è dubbio che la posizione bermaniana è la più adeguata e funzionale per analizzare il rapporto tra le due culture (e quindi tra i due testi e tra le due lingue) in senso collaborativo, senza che l’una escluda l’altra. E ancora più logica è la coscienza di una funzione etica del traduttore che non deve essere solo capace di padroneggiare le due lingue e di essere consapevole delle due culture, ma deve anche possedere la coscienza che il testo tradotto non sia etnocentrico. Anche Paul Ricoeur, in vari articoli ora raccolti10 rivendica la finalità etica della traduzione partendo proprio dall’analisi del testo di Berman, ma ingloba le considerazioni traduttive all’interno dell’ermeneutica, quando afferma che il traduttore, già all’interno del processo comprensivo, traduce il testo secondo una sua etica personale. Dovendo prendere in esame anche quest’ultimo tipo di affermazione il campo di analisi si incuneerebbe nella “coscienza” del traduttore, e quindi nei suoi processi psicologici e ideologici. Preferendo continuare il discorso impostato sulla mediazione del traduttore fra due culture (anche se molto affascinante rimane il discorso sull’ermeneutica come traduzione) le parole di Lawrence Venuti centrano, nella pragmatica traduttiva, il problema in questione: 

La strategia della compensazione aumenta di necessità il remainder, il residuo domestico, e fa sorgere questioni etiche: fino a che punto il traduttore deve assimilare il testo straniero alla cultura d’arrivo? Oppure, in altri termini, fino a che punto il traduttore dovrà inscrivere il testo all’interno dei valori domestici? Ogni traduzione è fondamentalmente un addomesticamento: il suo fine è riscrivere le differenze culturali e linguistiche in termini che siano comprensibili, riconoscibili, o addirittura familiari ai lettori della traduzione. La traduzione produce così una violenza etnocentrica che rischia la soppressione o l’annullamento di quelle differenze.11 

   I dubbi di Venuti pretendono chiaramente delle risposte valoriali che trovano giustificazione solo all’interno di un contesto speculativo etico. Concetti come “valori domestici”, “addomesticamento” oppure “violenza etnocentrica” pragmatizzano il discorso che in Berman, storico della traduzione, era teorico.
   Eppure, durante il Rinascimento, molti intellettuali quali Bembo, Leon Battista Alberti, Bruni, sistematizzarono un metodo di traduzione della cultura scelta a modello nello scopo di tradurre, prima che il testo, la lingua della cultura nella quale quel testo era espresso, così da importare non solo i lemmi, ma anche i codici valoriali ed etici dei classici. Quest’operazione fu condotta con la pratica dell’imitatio,  che mi sembra abbastanza attinente nello spazio analitico dello studio traduttologico derivante dalla teoria polisistemica. Un esempio pratico: le imitazioni di Giorgio Caproni.
   In una composizione interna al Franco cacciatore c’è un bell’esempio di quel che mi accingo ad illustrare:

            Sfarfallone12 

            Pronto sabré quién soy.
            (Borges)

            Presto sarò chi sono.
            (Io)

   Innanzitutto un esempio di intertestualità alquanto convincente. La frase che Caproni trascrive è l’ultimo verso di Elogio de la sombra13, composizione che dona il titolo all’intera raccolta di Jorge Luis Borges. La trascrive, come di dovere in corsivo, poiché è scritta in lingua straniera evidenziando, però, il verbo al futuro. Più sotto imita la struttura del verso citato cambiando la voce verbale, offrendo al lettore una differente descrizione tra la propria poetica e quella dell’autore argentino. Non è il luogo, questo, per un’analisi approfondita del testo sebbene lo si accenni per chiarire il genere della composizione. Chiaramente, e non per la prima volta, con un’operazione simile Caproni desidera mettere in relazione con Borges, e i dubbi esistenziali sulla personale funzione nel mondo, e l’importanza che l’atto poetico afferma nella differenza delle scritture. Un’operazione eminentemente comparata (o che assume l’occasione del proprio valore da una comparazione) ma che non è una traduzione vera e propria. Di passaggio faccio notare che, nel testo Elogio dell’ombra14 tradotto da Francesco Tentori Montalto, in particolar maniera nella composizione No es un viernes, _ Non è un venerdí,15 Caproni può leggere ai versi 7, 8 e 9: «Como en los sueños, / detrás de las altas puertas no hay nada, / ni siquiera el vacío. _ Come nei sogni, / dietro le alte porte non c’è nulla, / neppure il vuoto.» che tanto assomiglia alla Pensatina dell’antimetafisicante16: «Un’idea mi frulla, / scema come una rosa. / Dopo di noi non c’è nulla. / Nemmeno il nulla, / che già sarebbe qualcosa.» dove però, al posto della parola ‘vuoto’ – esatta trascrizione concettuale di ‘vacío’ – l’autore pone ‘nulla’ esprimendo il tutto tra virgolette. Altro esempio di intertestualità.
   Tornando a Sfarfallone, Caproni stesso, assieme a molti critici che ne hanno ripreso le affermazioni, confessa che più che tradurre ha spesso imitato autori stranieri e che «[Il prodotto dell’imitazione è] un testo che, pur rassomigliando alla personalità del tradotto e a quella del traduttore, non è né l’uno né l’altro.»17
   Ma cos’è una “imitazione” in senso moderno? Per Schleiermacher, in Dei diversi modi del tradurre, si contrappone alla traduzione vera e propria assieme all’interpretariato ed alla parafrasi, attività che non rientrano nel “progetto” storicizzato di una teoria storico-filosofica. Quindi non ne tratta. Secondo James S. Holmes18 una traduzione in versi di una poesia originaria assume lo statuto di «metapoesia» poiché si trova all’incrocio tra le forme di «metaletteratura di interpretazione» (saggio critico redatto nella stessa lingua della poesia, saggio critico in un’altra lingua e traduzione in prosa) e quelle di «metaletteraura poetica» (ove sono incluse l’imitazione, la poesia ‘sulla’ poesia e la poesia ispirata alla poesia). Riprendendo la classificazione tripartita di Dryden19 egli afferma che le forme della metaletteratura poetica si differenziano da quelle prosastiche per l’utilizzazione del «mezzo espressivo» impiegato, per poi affermare che non forniscono interpretazione al testo originario, perché mancano di limitazione d’estensione e di scelta del soggetto.
   Ne risulta che in una imitazione è assente l’interpretazione del soggetto interpretante. Inquietante20, soprattutto se ci si rifà un minimo alle considerazioni filosofiche ermeneutiche oramai approvate ed approvabili, le quali affermano che lo stesso atto di lettura è processo interpretativo. Una affermazione a caso: 

Tutto ciò che caratterizza la situazione nella comprensione del dialogo prende la sua vera e propria accezione ermeneutica là dove si tratta della comprensione di testi.21 [corsivi miei] 

   Insomma: come si può imitare un testo che non si è letto? Se si analizza invece l’imitazione, e la traduzione, in un’ottica più amplia, che consideri le trasformazioni che il testo di partenza produce nel soggetto interpretante (ergo leggente, ergo traducente e/o imitante) e nella cultura nel quale viene traslato il testo originario22, le variabili aumentano ma possono essere più controllate. Tutto questo, analizzabile attraverso una approfondita collaborazione delle varie discipline, porta evidentemente il discorso sul contenitore più capiente degli studi culturali secondo i quali – come sopra si accennava – la traduzione è la dimostrazione del contatto tra due culture ed il ruolo del traduttore è quello di mediarle. Ma se cambiano i nomi degli oggetti di studio, (‘lingua’ sostituita con ‘cultura’) rimangono fermi i problemi comparatistici che ne sono sostanzialmente la base metodologica: 

Nell’indagine su culture e società estranee sono pensabili due posizioni estreme, che hanno la loro analogia in due diverse concezioni della traduzione: o si considera del tutto impossibile la comprensione di culture estranee, e allora se ne sottolineano le differenze, oppure la si considera del tutto possibile e se ne sottolineano i tratti comuni.[…] Questo porta a parlare della dimensione politica del tradurre, finora analizzata ancora troppo poco.23  

   Si potrebbe, cioè, proporre la stessa domanda: qual è la funzione dell’interpretazione culturale del traduttore? E con quali mezzi egli “legge” le culture delle quali sta traducendo un testo scritto nella loro lingua?
   Penso che la soluzione, o almeno un evidente esempio pragmatico, a queste domande stia proprio nelle letture, e nelle riletture, che si fanno della lirica borghesiana sopra citata. Sfarfallone ne è una imitazione dialogante e costruttiva, una base di confronto non solo tra i due poeti che si parlano, ma anche tra due civiltà e due periodi storici che si intersecano. La tensione al dialogo di culture lontane, spazialmente ed anche cronologicamente, si alimenta in maniera periodica quasi a voler dimostrare che ogni generazione ha bisogno della propria traduzione; e della propria imitazione. L’esigenza di quella tensione dialogante tra generazioni, culture e poesia si legge attiva – e quanto mai attinente all’esempio di cui mi sono servito – nei poeti contemporanei, i quali non dimenticano la funzione poetico-imitativa delle proprie produzioni. si veda la seguente poesia senza titolo24

            Pronto sabré quién soy.
           (Borges)


            Presto sarò chi sono.
           (Caproni)


            presto sarò chi saprò.
           (io)

    Non è di poco conto, sia nell’analisi che in queste pagine sto proponendo, sia nell’interpretazione della poetica personale dell’autore, considerare quale sia la causa motivazionale del componimento sopra proposto, quale il testo autoritario, il perché di alcune scelte tipografiche – l’eliminazione dei corsivi e la minuscolizzazione dell’«io»- e di cambi di significato chiaramente addotti dal conglomerare le voci verbali di Borges e Caproni. Resta evidente come l’imitazione – poeticamente traduttiva – riesca a stabilire il legame tensivo che esalta la funzione dialogica delle manifestazioni culturali.
   Una delle teorie che spazzano il campo da possibili problemi interpretativi è quella di Henri Meschonnic che si legge nell’ultimo ed interessantissimo testo Poetique du traduire25: la considerazione principalmente funzionale che vi si evince – e che rappresenta la sintesi delle teorie dello studioso francese, traduttore della Bibbia ed ottimo teorico della traduttologia – è che il testo tradotto, soggiacendo alle relazioni che operano nel contesto della cultura ricevente (e di conseguenza anche al gusto ed alla poetica), assume connotazioni proprie e caratteristiche che lo allontanano dal testo della cultura originaria. Anzi, nell’esporsi – la traduzione – alla cultura di arrivo crea per sé uno statuto poetico che non ha legami né con la poetica dell’autore originale né con il gusto della cultura di cui è espressione; proprio per questo si parla di una «poetica del tradurre» nel senso che l’atto traduttivo è autoreferenziale, va interpretato come atto di traduzione poetico e non come atto poetico dell’autore originario. Per Meschonnic, infatti, la traduzione-testo è una pratica trans-linguistica che attua operazioni culturali insondate: il rapporto storico tra due campi linguistico-culturali avvia trasformazioni semantiche e sintattiche nella lingua d’arrivo che si trasforma nelle sue proprietà. Di pari importanza sono la specificità linguistico-culturale della lingua d’arrivo e il processo traduttivo che rappresenta un rapporto innovativo tra lingua traducente e lingua tradotta: 

La poetica della traduzione storicizza le contraddizioni del tradurre tra lingua di partenza e lingua di arrivo, epoca ed epoca, cultura e cultura, relazione di soggetti e “riproduzione”.26 

   In una ottica del genere è comprensibile come le categorie tradizionali di traduzione debbano venir rimosse per lasciar spazio ad un nuovo metodo che consideri variabili diverse quali: il soggetto traduttore, la storia e la cultura di quel soggetto, un altro modo di considerare la traduzione nella lingua della cultura ricevente come «omogenea» al testo nella lingua della cultura di partenza. La condizione di omogeneità non è assolutamente dettata alla forma linguistica o testuale, dalle “equivalenze” del senso o dal movimento azione-reazione di nidaiana memoria, ma – ed in un’ottica tutta differente – dalla produzione di un «linguaggio-sistema […] come pratica della contraddizione tra testo straniero e ri-enunciazione, logica del significante e logica del segno, una lingua-cultura-storia e un’altra lingua-cultura-storia».27
   Vero è, dunque, che l’attenzione del critico, rispetto alla teoria di Holmes che sopra abbiamo letto, si fissa sul contenitore più amplio della cultura piuttosto che incentrarsi su di una abbozzata teoria della forma. In questo, si dovrebbe stabilire quale importanza abbia la mediazione culturale del traduttore, servendosi dell’analisi di fattori sociali (poiché anch’essi rientrano nell’àmbito della cultura) e prioritariamente sulla lettura culturale del traduttore stesso.
   Per tornare all’assunto di base e, brevemente, concludere ci si può chiedere se nel nuovo ambiente, che con le parole di Meschonnic ho richiamato, si possa parlare di imitazione. Si possa affermare, cioè, che un poeta imiti formalmente un altro poeta. Credo di aver dimostrato che le cosiddette “imitazioni” caproniane di Borges, e quella di D’Angelo su Caproni, seppur formalmente siano imitazioni di struttura, traducono la cultura in cui vive il traduttore che ha letto, senza perdere il loro statuto poetico. E se la poetica assume statuto autonomo e la lingua è l’espressione di una cultura, se il soggetto-lettore-traduttore è implicato nel testo tradotto – finanche imitato –, credo sia possibile generare il costruttivo dubbio che l’imitazione sia, di per se stessa, una traduzione.

Note 
1 George Steiner, Après Babel. Une poétique du dire et de la traduction, Paris, Albin Michel, 1998. Le citazioni sono tratte dal primo capitolo dell’opera.
2 Yves Gambier, La traduction: un objet à géométrie variable?, in Susan Petrilli (a cura di), Athanor. La traduzione, X, n.s., n.2, 1999-200, Roma, Meltemi, p.64. [Traduzione mia]
3 Gideon Toury, Progettazione culturale e traduzione, in Athanor, cit.
4 Henri Meschonnic, Poétique de la traduction, in Puor la poétique, II, Paris, Gallimard, 1973, p. 305.
5 Friedmar Apel, Il manuale del traduttore letterario, traduzione di Gabriella Rovagnati, Milano, Guerini e associati, 1993, p. 58.
6 Jean-René Ladmiral, Traduire: théorèmes pour la traduction, Paris, Gallimard, 1979.
7 Margherita Ulrych, Introduzione, in André Lefevere, Traduzione e riscrittura. La manipolazione della fama letteraria, Torino, UTET, 1998, p. XII.
8 Antoine Berman, L’épreuve de l’étranger, Paris, Gallimard, 1984. [Trad. Italiana a cura di Gino Giometti, La prova dell’estraneo. Cultura e traduzione nella Germania romantica, Quodlibet, Macerata, 1997. Edizione a cui si fa riferimento.]
9 Ivi, p.15.
10 Paul Ricoeur, La traduzione. Una sfida etica., Brescia, Morcelliana, 2001.
11 Lawrence Venuti, Tradurre l’umorismo: equivalenza, compensazione, discorso, in Franco Nasi (a cura di), Sulla traduzione letteraria. Figure del traduttore. Studi sulla traduzione. Modi del tradurre, Ravenna, Longo Editore, 2001, pp. 13-29.
12 Giorgio Caproni, Tutte le poesie, Milano, Garzanti, 1989, p. 515. (P)
13 Jorge Luis Borges, Elogio de la sombra, Buenos Aires, Emecé Editores, 1969.
14 Jorge Luis Borges, Elogio dell’ombra, Versione con testo a fronte di Francesco Tentori Montalto, Torino, Einaudi, 1971.
15 Ivi, pp. 26-27.
16 P, p. 701.
17 Ho mutuato da Enrico Testa, Introduzione in Giorgio Caproni, Quaderno di traduzioni, Torino, Einaudi, 1998, p. XXI.
18 James S. Holmes, La versificazione: le forme di traduzione e la traduzione delle forme, in Siri Nergaard (a cura di), Teorie contemporanee della traduzione, Milano, R.C.S. Libri, 1995, pp. 239-256.
19 Riprendo dalla nota di Holmes: «[…] La terza modalità è quella dell’imitazione, dove il traduttore (se può ancora conservare questo nome) si prende la libertà non solo di allontanarsi dalle parole e dal senso, ma di dimenticarli completamente ogni volta che se ne presenti l’occasione, e di accogliere dall’originale solo qualche generico spunto, riconfigurando il testo di base come meglio crede.» In John Dryden, Preface to Ovid’s Epistles Translated by Several Hands (1680), Of Dramatic poesy and Other Critical Essays (a c. di G. Watson), 2 voll., London, Dent, 1962, Everyman’s Library, I, pp. 262-273, cit. p. 268.
20 Vorrei dimostrare, con le pagine seguenti, che è vero che l’imitazione non è una traduzione linguistica ma vorrei basare la dimostrazione su presupposti diversi da quelli che utilizza Holmes. L’inappropriatezza degli strumenti sopra citati si giustifica nella considerazione che il saggio di Holmes (uno dei pochi nel quale ho trovato una definizione coerente di imitazione) indaga la “vita” della traduzione, ed il processo traduttivo ad essa correlato, sotto l’aspetto della forma intesa «[…] nel senso più ristretto e tradizionale, non per fare riferimento alla struttura complessiva del testo poetico, alla sua forma interna, organica o ‘profonda’, ma per descrivere solo la struttura di superficie in cui tale forma ‘profonda’ si manifesta: la forma esteriore o meccanica della rima, del metro, della lunghezza del verso, e della struttura e divisione delle strofe. Questa distinzione è una delle più contestate dalla critica letteraria contemporanea, ma senza dubbio di un certo valore per chi si proponga di analizzare il problema della traduzione del verso poetico.» Ibid., p.244, nota 9.
21 Hans Georg Gadamer, Verità e metodo, Milano, Bompiani, 1983, pp. 443-444. «Ancora una volta è utile partire dal caso estremo della traduzione da una lingua straniera. Qui non può esservi dubbio che la traduzione di un testo, per quanto il traduttore sia penetrato nell’animo e nella mentalità dell’autore, non può essere mai una pura riattualizzazione del processo spirituale originario della produzione, ma una riproduzione del testo guidata dalla comprensione di ciò che in esso vien detto. Nessuno può mettere in dubbio che qui si tratta di una interpretazione, non di un puro ricalco.»
22 Nella considerazione che una lingua è una lingua di un testo ed il testo è un’espressione di una lingua che deriva da una cultura: « Secondo l’analisi ermeneutica del problema della traduzione, nessuna traduzione è dunque restituzione del senso oggettivo di un testo, ma oggettivazione linguistica di una specifica comprensione di un testo, storicamente e soggettivamente determinata, la quale si può definire con Gadamer “concrezione della coscienza come prodotto della storia”.» Friedmar Apel, Il manuale del traduttore letterario, Milano, Guerini e associati, 1993, pp. 43-44.
23 Apel F., op. cit., p. 45-46.
24 Enrico D’Angelo, Poesie da «Parlando e tacendo», in «Plural. Rivista di poesia e letteratura italiana e straniera», nn. 5-6, A. III, 1989, p. 58.
25 Henri Meschonnic, Poetique du traduire, Paris, Verdier, 1999.
26 Henri Meschonnic, Proposizioni per una poetica della traduzione, pp. 270-271, in Siri Nergaard, op. cit, pp. 265-281.
27 Ivi, p. 273.

 
 
       
 
 
 

 

 

     

 

 

 

 

 

 

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